La Germania ha compiuto cotesta opera, tanto gelosa quanto necessaria alla difesa dello Stato. Ed in Germania gli ufficiali avevano l'aureola delle grandi vittorie, la quale manca intieramente ai nostri.

Non tralascierò, scrivendovi, di raccomandarvi la maggiore sollecitudine e le maggiori cure nella fabbrica delle armi, la quale, a quanto io ne so, va molto a rilento.

L'Europa al presente è un vulcano, che può da un momento all'altro erompere, e bisogna trovarsi pronti. Ogni giorno ci svegliamo col pericolo che scoppi la guerra.

I grandi Stati affrettano gli armamenti con cura febbrile. Noi sventuratamente siamo indietro a tutti e siamo i primi esposti agli attacchi nemici.

La vicina Repubblica ha preparato, in mare e per terra, quanto occorre per assalirci. Grande è la responsabilità che pesa sul Ministero, e voi, al quale è affidata la difesa nazionale, dovete comprenderlo meglio di tutti.

Ne ho parlato al Re ed ho fatto comprendere a S. M. essere suo diritto e dovere l'occuparsene.

La prossima guerra non può essere ristretta nelle proporzioni di quelle del 1859 e del 1866, e le ire ed i risentimenti son tali — e gli strumenti della lotta sono così potenti, che qualunque ne sia l'esito, sarà una catastrofe.

Ricordatevi che questa volta non basterà l'onore di saperci battere, ma bisognerà vincere, vincere a qualunque costo.

I francesi, per darsi ragione contro di noi, han voluto costituire la convinzione, nel loro paese e nel nostro, che io voglio fare la guerra. I miei avversari in Italia si prestano a cotesta indegna ed antipatriottica manovra.

Nessun uomo di Stato può volere la guerra. Ed io non posso volerla e perchè non siamo forti abbastanza e perchè, se fossimo forti, non oserei affrontare i risultati di un conflitto, il cui esito non è mai sicuro.