Si parla di partenza. (S. E. Crispi stesso mi disse l'altro giorno di dire a Vostra Santità)[32] che se Lei vuole partire egli non vi si opporrà e La farà accompagnare con tutti gli onori, ma che Vostra Santità non tornerà più a Roma. E che se la Sua partenza suscitasse una guerra per es. per parte della Francia, la religione perderebbe immensamente. Che l'Italia non farà la guerra se la Francia non l'attacca; che in caso di guerra il governo italiano garentisce la sicurezza del Papa a Roma. Ma che il Papa non si faccia illusioni: partito che sarà, non tornerà a Roma e la Santa Sede soffrirà una terribile scossa.

(Più; la Francia fa tutte le facilitazioni alla Russia in Oriente per far trionfare lo scisma, purchè abbia l'alleanza della Russia. Sembrerebbe dunque che poco da quella parte vi sia da sperare).[33]

Noi Cardinali abbiamo il dovere strettissimo di dire la verità al Papa, perciò eccola.

Del tempo di Pio VI si perdettero i cinque milioni di scudi depositati da Sisto V. a Castello, e con tutto ciò fino al 1839 ogni nuovo Cardinale giurava di conservare questi cinque milioni che non vi erano più. Non fu che il cardinale Acton che protestò contro quel giuramento nel 1839 e papa Gregorio trovava giuste le osservazioni dell'Acton. Così oggi pure si fa giurare ai Cardinali cose che non si possono mantenere. Perciò conviene rimediare.[34]

(Relazione di Pisani-Dossi a Crispi).

«4/8/89.

Il Papa ebbe la lettera di Hohenlohe sabato 27 luglio per mezzo del suo cameriere Centra. La lettera, oltre le modificazioni fatte in presenza di Pisani-Dossi, aveva subite queste altre: 1.º — al principio — «Mando a V. S. le fotografie promesse, ecc. (Credo fossero le fotografie del viaggio del Re a Berlino donate dal Pisani-Dossi ad Hohenlohe); 2.º — Si chiedeva un'udienza al Papa e se ne accennava lo scopo — e qui la lettera com'era stata combinata; 3.º — in fine — «Ecco quanto doveva dire a V. S.»

Il 3 agosto il Papa mandò monsignor Sallua, piemontese, commissario del Santo Uffizio e vicario di Santa Maria Maggiore da Hohenlohe a dirgli che S. S. era molto afflitta per la lettera da lui scritta e non poter accordargli la chiesta udienza. Rispose Hohenlohe che avrebbe dovuto piuttosto lui lamentarsi della condotta del Papa verso lui e che il Papa doveva ringraziare Hohenlohe di avergli fatto conoscere la verità sulla situazione attuale, soggiungendo che anche gli altri governi erano dell'opinione del governo italiano. Quel negare l'udienza, chiesta da Hohenlohe, era da questi considerata come una provocazione; che tuttavia egli non avrebbe data loro la soddisfazione di fare dei passi inconsiderati. Ringraziassero Iddio se egli si conduceva con tanta moderazione, e il Papa poi in particolare ringraziasse Hohenlohe se era divenuto cardinale, perchè Pio IX nel 1852 non voleva nemmeno ricevere monsignor Pecci, e fu Hohenlohe che attutì lo sdegno del Papa contro Pecci. Concluse che era ora di finirla con siffatte bugie e finzioni.

Monsignor Sallua si fece pallido e si mise a piangere, e scusava il pontefice perchè vecchio.

Hohenlohe ripigliò a dire che Leone XIII era in balìa di pochi intriganti e di agenti del cardinal Monaco «villano, di scarpe grosse e di cervello fino», il quale spaventava il Papa colle pene dell'inferno.