Fortunatamente la pace non fu turbata, sia che il governo francese, di certo al corrente dei preparativi militari e dell'azione diplomatica dell'Italia, soprassedesse ai suoi disegni, sia che non trovasse un pretesto per assalire. Al conte di Launay il principe di Bismarck espresse l'opinione che i francesi non osassero far la guerra senza alleati, ma cercassero soltanto, con tutti i mezzi possibili, a far nascere e tener vive in Italia continue diffidenze ed inquietudini, nella speranza di nuocere così al nostro credito ed alla nostra economia pubblica.
Ma nell'interesse del domani, l'on. Crispi non cessò di vigilare. E l'allarme recò qualche beneficio, poichè dette occasione a constatare le attive simpatie per l'Italia delle Potenze centrali e dell'Inghilterra:
Berlino, 14 agosto 1889.
(Riservato). — Dissi oggi al segretario di Stato che il Governo del Re, che si era associato con viva soddisfazione alle dimostrazioni in occasione della visita recente dell'imperatore Guglielmo in Inghilterra, si associa con lo stesso sentimento alle manifestazioni scambiate ora per la presenza in Berlino dell'imperatore Francesco Giuseppe. Il conte di Bismarck mi rispose che infatti l'Italia aveva ogni motivo di rallegrarsi, essa era ed è considerata come presente in spirito a quei convegni. L'Inghilterra «quantunque non parte contraente della triplice alleanza, la costeggia». Il Governo inglese è animato delle migliori disposizioni anche verso l'Italia, in caso di provocazioni da parte della Francia. L'imperatore d'Austria dichiarò quanto era soddisfatto che il nostro augusto Sovrano abbia un primo Ministro di tanta vaglia. S. M. Imperiale è convinta di tutta l'importanza dei vincoli con l'Italia pure pel mantenimento della pace. Il conte Kálnoky farà tutto il possibile riguardo al contegno da osservarsi verso gli italiani dell'Impero. Nè Salisbury, nè Kálnoky credono a prossima guerra e meno ancora che la Francia commetta l'errore di dichiararla all'Italia.
Launay.
La politica dell'on. Crispi di fronte alla Francia, era combattuta in Italia dai partiti estremi, e il turpiloquio dei giornali francesi contro il patriotta italiano era, purtroppo, imitato da qualche giornale nostro. È noto quale influenza eserciti certa stampa sugli animi deboli e impulsivi; un tal Caporali, il 13 settembre aggredì e ferì non leggermente l'on. Crispi.
La propaganda francofila produsse un altro effetto deplorevole; taluni italiani ebbero la cattiva idea di organizzare un cosiddetto pellegrinaggio di operai italiani, i quali si recarono in Francia a protestare contro il Governo del loro paese. Intorno a cotesto viaggio, l'Incaricato di Affari a Parigi, signor Ressman, scriveva privatamente a Crispi in data 14 settembre:
Checchè se ne dica, la verità vera sullo scandaloso pellegrinaggio dei nostri operai repubblicani in Francia si è ch'essi non ebbero luogo di troppo entusiasmarsi per l'accoglienza qui ricevuta. Potevamo temere dimostrazioni ben altrimenti chiassose: la massa della popolazione parigina invece rimase assolutamente indifferente ed inerte, ignorando quasi la presenza d'italiani. Testimoni oculari mi affermarono che fu freddo anche il ricevimento all'Hôtel de Ville. Quattro bislacchi discorsi e le amplificazioni solite d'alcuni giornalacci rimpiazzarono ciò che i promotori forse speravano da uno spontaneo movimento popolare. I più savi dei francesi non s'illusero sull'efficacia pratica della dimostrazione, ed in molti, sopra ogni calcolo politico, doveva vincerla il disprezzo per così sfrontati promettitori di alto tradimento. Tale disprezzo invase irresistibile perfino l'animo di un corrispondente del Secolo, il noto Paronelli, astigiano, prima corrispondente a Berlino, il quale venne da me a dare sfogo al suo sdegno ed a dichiararmi che in presenza di tanta malafede egli voleva pubblicamente romperla con Sonzogno, la questione ponendosi oramai sul terreno della fedeltà alla bandiera nazionale....
Alfieri, Visconti-Venosta, Imbriani, Nicotera sono, tra i tanti nostri uomini politici qui venuti, quelli che attirarono l'attenzione, e se non parlassi che del primo e del terzo direi quelli che più si studiarono d'attirarla. Visconti-V. si tenne quanto più potè e col massimo tatto nell'ombra. Nicotera, spaventato della non provocata réclame di capo d'opposizione colla quale il Figaro salutò il suo arrivo, si affrettò a scolparsi dell'importuno complimento con un telegramma alla Tribuna che venne a leggermi ieri protestando (affinchè glielo ripetessi) che malgrado la sua situazione parlamentare egli si batterebbe per Crispi, se lo si volesse sospettare d'essere venuto a combattere su questo terreno la sua politica estera, mentre in fatto non era venuto per altro che per contemplare la Torre Eiffel. Gli dissi che non avrei osato dubitare dell'identità del suo col mio proprio sentimento verso uomini capaci di venir nelle presenti condizioni a cercar dai francesi un puntello a' loro scopi politici in Italia.
P.S. Il sig. Jules Ferry manda a chiedermi l'indirizzo del barone Nicotera. Non fo commenti.»