Il signor Spuller nel rispondermi cominciò dall'inveire in termini violentissimi contro il giornalismo ed i giornalisti. Riconobbe, esprimendone vivo rammarico, che il Governo era impotente contro la stampa, non solo per effetto della legge, ma principalmente pel carattere e per la qualità dei giornalisti coi quali aveva da fare. «Io che ogni mattina mi vedo condannato a riceverne qui molti, vi posso dire che nulla uguaglia la loro ignoranza profonda, le loro insensate prevenzioni, la loro passione. E la passione è retaggio dell'ignoranza, avvegnacchè chi è istruito, chi sa, chi ragiona non deve ciecamente appassionarsi. Oggi i giornalisti si reclutano fra tutto ciò che vi è di più basso, di più infimo fra gli uomini capaci di tenere una penna. Fatelo sentire al vostro Governo, affinchè non renda noi responsabili di eccessi che deploriamo e contro i quali lottiamo noi per i primi».

Obiettai al mio interlocutore che sapevamo certamente distinguere fra una ed un'altra classe di giornali e di giornalisti, che il mio voto di un diverso indirizzo della stampa francese riferivasi specialmente alla stampa ufficiosa, della quale il Governo della Repubblica pure non poteva continuare ad affermarsi irresponsabile. A ciò il signor Spuller rispose citando quello che fu già il giornale di Gambetta ed il suo, La République Française, di cui non gli pareva dovessimo dolerci. Alla mia volta gli nominai Le Temps, che giornalmente riceve comunicazioni del Ministero degli Affari esteri ed accolse pure in non lontano tempo apprezzamenti assai poco benevoli circa gli uomini e le cose d'Italia. Il signor Spuller parve non esser meco d'accordo su questo punto.

Alla guerra che qui si fa ai valori italiani il Ministro pretese interamente ed assolutamente estranea l'azione del Governo, nè trovò risposta quando gli dissi che erano per lo meno scusabili i sospetti che doveva far nascere la quasi unanimità dei bollettini finanziarii di tutti i giornali di Parigi nel dare quotidiani e feroci assalti al credito Italiano.»

Furono probabilmente queste dichiarazioni dello Spuller, suo antico amico personale, che suggerirono all'on. Crispi di preannunziare nel suo discorso di Palermo del 14 ottobre l'abolizione delle tariffe differenziali applicate alle merci importate in Italia dalla Francia.

L'on. Crispi non pose condizioni, ma pel fatto stesso della sua iniziativa obbligò il governo francese a manifestare l'animo suo.

In un colloquio del 23 ottobre con Menabrea il ministro Spuller mi espresse calorosamente — telegrafava l'Ambasciatore — il suo desiderio di corrispondere alla iniziativa di V. E., non dissimulando però le difficoltà parlamentari. Affine di ottenere dichiarazioni più esplicite dal signor Spuller, senza oltre impegnare V. E., gli dissi sotto la mia personale responsabilità, che sarei felice di dar termine alla mia carriera, anzitutto con il contribuire a ristabilire pacifiche relazioni commerciali tra Francia ed Italia, al che Spuller rispose che si stimerebbe pure fortunato di esordire nella sua carriera diplomatica con il raggiungere l'ottimo intento, al quale egli è disposto a mettere il massimo impegno. Mi invitò a conferire in proposito con il signor Tirard.»

Quale atteggiamento assumesse il presidente del Consiglio, signor Tirard, risulta da quest'altro telegramma del Menabrea, del 25 ottobre:

In seguito alla conversazione che, mercoledì ultimo, io ebbi col signor Spuller e della quale io resi conto all'E. V. col mio telegramma di ieri, mi recai presso il signor Tirard, che aveva avuto tempo di leggere e meditare il discorso di V. E.

Egli dimostrò di apprezzarlo grandemente e ne riconobbe il senso pacifico e conciliativo; tuttavia egli non ammette intieramente che il contegno stesso della Francia abbia causato, per parte nostra, la denunzia del trattato di commercio, che fu ed è tuttora pretesto di tante recriminazioni contro di noi.

Nell'annunzio fatto da V. E. di avere la intenzione di proporre al Parlamento l'abolizione dei diritti differenziali rispetto alla Francia, senza chiedere la reciprocità per parte di essa, il signor Tirard si compiacque di riconoscere un atto conciliativo tale da calmare le asprezze tuttora esistenti nei rapporti commerciali dei nostri due paesi. Ma quando io gli chiesi se egli avrebbe seguìto nella via conciliativa apertagli dall'E. V., egli mi rispose che, prima di addivenire all'abolizione, per parte della Francia, delle tariffe differenziali, sarebbe necessario di riformare alcuni articoli della nostra tariffa generale, che sono effettivamente proibitivi per il commercio francese; al che gli feci osservare che la questione posta in quel modo era affatto diversa dall'altra, poichè egli ci suggeriva infatti per le nostre tariffe delle modificazioni che giustificherebbero soltanto la stipulazione di un nuovo trattato di commercio, al quale la Francia stessa in questo momento ripugnava, mentre la dichiarazione di V. E., relativa all'abolizione dei diritti differenziali, era un atto di conciliante cortesia, che non potrebbe essere ricambiato che con un atto consimile per ben dimostrare che i nostri due paesi, conservando tuttora la loro libertà commerciale, non intendono continuare più oltre una guerra di tariffe che non giova a nessuno. Il signor Tirard, tuttochè si mostrasse desideroso di ristabilire più facili rapporti commerciali coll'Italia, non nascose che temeva d'incontrare nella nuova Camera un ostacolo quasi insuperabile. Poichè le ultime elezioni furono fatte sotto l'influenza del protezionismo più assoluto, per cui è dubbio che, colla miglior volontà, egli possa compiere il desiderio espressomi con vivacità dal suo collega, il signor Spuller, quello cioè di ristabilire la pace commerciale.