Avvertito, l'on. Depretis tentò di distogliere il suo antico collega da un divisamento che personalmente doveva dispiacergli; mise innanzi ragioni di pubblico interesse, fece appello al patriottismo, obiettò che la pubblicazione non potesse esser fatta senza il consentimento del Governo.
L'on. Crispi, in una lettera del 19 settembre, dichiarò al Depretis:
“Io non ho bisogno dell'approvazione di alcuno per la pubblicazione di tutti quegli atti politici ai quali ho preso parte. Nego in conseguenza la necessità di un consenso al quale tu non hai diritto.... Nei governi parlamentari nulla vi può essere di segreto, perchè sono governi di responsabilità. Possono volere il segreto quelli che non hanno adempito ai loro doveri, e che temono perciò di poter incorrere nella pubblica riprovazione.
Nelle materie d'interesse internazionale non havvi che una sola regola, ed è: che si attenda il compimento di un fatto storico, appunto per non turbare agli uomini che sono al potere l'azione diplomatica. Orbene, per ciò che si riferisce alla mia pubblicazione tutto finì col trattato di Berlino, il quale non solamente affermò uno stato di cose che non puossi mutare, ma dà pienissimo diritto a chiunque di esaminare gli atti che lo precedettero e di giudicarli.
Nella storia parlamentare degli altri paesi potrei trovare numerosi esempi a sostegno della mia tesi.
Sono scorsi nove anni dal giorno della mia missione all'estero; ed in quanto alle persone abbiamo
che sono morti Vittorio Emanuele, Decazes, de Bülow, Gambetta e Melegari;
che non sono più ministri Derby e Andrássy.
Il principe di Bismarck, del quale mi occupo, resta nella sua splendida figura, perchè trionfano oggi i concetti da lui svolti nei due colloqui avuti con me.
E poi, scusami, caro Depretis; il 4 marzo di quest'anno, avendo io accennato alla Camera di rivelare le cose del 1877 e di leggere i documenti relativi, tu non solamente consentisti, ma mi provocasti a farlo, come uomo sicuro degli atti suoi.„