“Era un primo passo ad uscire dall'isolamento — disse l'on. Crispi — a stornare gl'incombenti pericoli di guerra. L'opinione pubblica ne fu soddisfatta.... Ma nei primi anni il trattato non diede frutto. A Vienna e a Berlino non erano dissipati i dubbi che i precedenti avevano destato; nè ancora l'insieme della politica italiana, interna ed internazionale, era tale da riuscirvi; la sincerità nostra, nella esecuzione degli impegni assunti, parea discutibile ancora. Sicchè i patti rimanevano scritti, pel giorno della prova suprema; ma il nostro paese rimaneva ancor solo, a difesa degli interessi suoi esclusivi.
La fiducia nasceva nel secondo periodo dell'alleanza, e incominciava a giovarci....„.[15]
Ma prima d'intrattenerci sull'opera compiuta da Crispi per rendere la triplice “accordo sinceramente cordiale„, la cui influenza si esercitò “su tutte le questioni internazionali dove eravamo impegnati„, conviene ricordare come, sebbene la direzione della politica estera fosse passata in mani più abili, l'Italia perdette, temendo di osare, una eccellente occasione per rifarsi in parte del danno di Tunisi.
Capitolo Terzo.
La questione Egiziana nel 1882.
L'Italia, invitata a intervenire in Egitto con l'Inghilterra, rifiuta. — Viaggio di Crispi a Berlino e a Londra. — Colloquii col conte Hatzfeldt e con lord Granville. — Nove lettere di Crispi sulla convenienza per l'Italia di accettare la proposta inglese.
Quando la questione d'Egitto uscì, in seguito al “pronunciamento„ di Arabì (sett. 1881), dal torpore nel quale si trascinava da anni, l'Italia non esercitava influenza alcuna nelle cose interne di quel paese, del quale l'Inghilterra e la Francia si disputavano l'egemonia.
Minacciata l'autorità del Kedive, quelle due Potenze stimarono opportuno di fortificarla dandole pubblicamente l'assicurazione della loro simpatia. Questa simpatia avrebbe potuto determinare l'intervento militare anglo-francese? Forse sì, se Gambetta fosse rimasto al Governo. Ma cadutone questi il 26 gennaio 1882 e succedutogli il Freycinet, gli avvenimenti si svolsero in maniera che la Francia, astenutasi dall'azione, rimase tagliata fuori dal dominio. D'onde la lotta tenace combattuta per lungo tempo di poi affinchè il leone britannico abbandonasse la preda egiziana, e le molteplici condiscendenze di esso, intese a disarmare la sua avversaria, sino alla Convenzione 8 aprile 1904 che consacrò lo statu quo, ossia l'occupazione inglese indefinita.
L'on. Mancini prese subito partito per escludere l'azione isolata di ogni Potenza, e, data la posizione dell'Italia in quel momento, sembra che non potesse seguire indirizzo migliore. Ma il concerto europeo non agì: tranne l'Inghilterra e la Francia nessuna Potenza mostrò d'interessarsi agli affari egiziani.
Adunati il 23 giugno in Conferenza, su proposta del Gabinetto di Parigi, gli ambasciatori a Costantinopoli delle grandi Potenze non compirono altra funzione positiva che quella di mettere allo scoperto la doppiezza della politica turca e di giustificare l'intervento europeo. Dapprima la Sublime Porta non volle prender parte alla Conferenza; v'intervenne alla decima seduta (24 luglio), dopo avere ricevuto una Nota collettiva con la quale le Potenze rappresentate la invitavano a mandare senza indugio in Egitto forze sufficienti “per ristabilire l'ordine, abbattere la fazione usurpatrice, porre termine alla grave situazione che affligge quel paese ed ha cagionato lo spargimento di sangue, la rovina e la fuga di migliaia di famiglie europee e musulmane, ed ha compromesso gl'interessi nazionali e stranieri„.