Il 22 gennaio alla Camera francese si parlò della Tripolitania. Interrogante era il signor Pichon — divenuto dipoi ministro degli affari esteri — «Sulle voci sparse da giornali italiani, anche ufficiosi, relative a mire della Francia sulla Tripolitania». Il Pichon — avvertiva in un primo telegramma il Menabrea — «esprimendosi in termini assai simpatici verso l'Italia, sorriso della civiltà latina,[7] disse desiderare che i sentimenti della Francia verso l'Italia siano palesi, dissipandosi le insinuazioni ostili il cui solo movente era, a suo avviso, di rendere popolare in Italia la triplice alleanza». Rispose il Ribot «brevemente riferendosi alle precedenti sue dichiarazioni sulla cordialità dei rapporti tra la Francia e la Turchia, ed aggiunse [pg!53] che il governo non doveva preoccuparsi della campagna mossa dalla stampa italiana, tantoppiù dopo le esplicite assicurazioni fatte dall'E. V. nel suo discorso di Firenze. L'atteggiamento della Camera durante la discussione fu piuttosto favorevole».

Ma il generale Menabrea, che forse non aveva assistito alla seduta, leggendo il testo ufficiale delle parole pronunziate dai due oratori, le giudicò diversamente in successivi telegrammi:

«Parigi, 23 gennaio 1891.

Si vede chiaramente che la scena parlamentare di ieri tra Ribot e Pichon venne concertata, perchè quest'ultimo non fece che ripetere i discorsi più volte fattimi da Ribot.

Il Journal des Débats di questa mattina consacra a quella discussione un lungo articolo la cui origine ministeriale è manifesta.

Siccome queste aspirazioni della Francia su Tripoli hanno incontrato una marcata opposizione presso le grandi potenze, si cerca, mediante una risposta ironica, di dare il cambio all'opinione pubblica sulle intenzioni di questo Governo per ora paralizzate. Ma la gente di buon senso non si lascierà cogliere da tali discorsi. Basti rammentare il modo di procedere della Francia colla Tunisia. Finora non ha ancora trovato i Krumiri per la Tripolitania e così questo Governo vuole dissimulare la sua delusione scherzando contro l'Italia.

Non conosco ancora telegramma Stefani cui allude V. E.»

«Parigi, 23 gennaio 1891.

(Riservato). Ecco secondo il testo ufficiale il solo periodo mordace del brevissimo discorso di Ribot: «Quant à cette campagne, dont vous a parlé tout à l'heure monsieur Pichon, quant à tous ces articles de journaux dont la fréquence et la similitude peuvent en effet attirer l'attention, c'est peut-être leur faire beaucoup d'honneur que de s'en occuper ici. Ce n'est pas le Gouvernement français qui doit se plaindre de ces articles; c'est, il me semble, le Gouvernement italien, car, dans un discours, que vous n'avez pas oublié, l'honorable monsieur Crispi a déclaré qu'il tenait à l'amitié de la France».

L'ironia era più spiegata nel discorso Pichon che perfino in una frase di calde proteste di amicizia, chiamando [pg!54] l'Italia il più simpatico sorriso della civiltà latina, sembrò rinviare a V. E. il complimento di Firenze.»

L'on. Crispi il 22 stesso, ricevendo dall'Agenzia Stefani il resoconto telegrafico della interpellanza Pichon e della risposta del ministro Ribot, aveva notato l'ironia che contenevano e se ne era lagnato come di una sconvenienza col Menabrea. Il 26 telegrafava a quest'ultimo:

«(Personale). Ieri al ricevimento ebdomadario venne da me il Signor Billot. Dopo parlato di vari argomenti, egli cominciò insistere nel voler conoscere la mia opinione sulla interrogazione del signor Pichon. Avendolo io più volte pregato di non toccare quello increscevole tema ed egli seguitando a parlarne gli dissi: «Vous français vous aimez faire de l'esprit et monsieur Pichon en a fait parlant de l'Italie, comme monsieur Ribot en parlant de moi». Allora l'ambasciatore tentò scusare il suo Ministro osservando che forse non conoscevo testualmente le parole da lui pronunciate. Risposi e gli mostrai che ne avevo il testo ufficiale sotto gli occhi e lo pregai nuovamente di cambiar discorso. Non aderendo egli a questo mio desiderio dissi: «Eh bien, comme homme je me sens supérieur à votre monsieur Ribot, parce que j'ai fait pour la cause de la liberté, ce qu'il n'a fait jamais; comme ministre je suis son égal et par conséquent j'ai droit à son respect». E avendo il signor Billot esclamato: «c'est de la susceptibilité italienne» replicai: «non, c'est l'effet de l'attitude de vous français, d'autant plus que l'interpellation avait été combinée entre monsieur Pichon et monsieur Ribot. Or je comprends que dans une improvisation un ministre puisse sortir de la juste mesure. Je ne comprends pas que cela arrive lorsque le discours a été preparé d'avance».

Il signor Billot non seppe che rispondere ed io allora per mutare argomento gli chiesi del signor Desmarest, e di altro; così la conversazione procedette e finì amichevolmente come al solito.

Di quanto precede ho voluto informare Vostra Eccellenza per sua norma personale, non già perchè Ella prenda occasione d'intrattenerne il signor Ribot.

Crispi.»

[pg!55]

Gl'incidenti di frontiera, come le esplorazioni militari nell'hinterland tripolitano, continuarono negli anni seguenti. Le autorità turche o lasciavano indisturbati i francesi o fiaccamente mostravano di ostacolarli. Al principio del 1894, quando Crispi riassunse il governo, la Francia aveva allargato il suo già vastissimo dominio africano a danno della Tripolitania, e continuava a sopraffare le timide resistenze della Turchia, con silenziosa pertinacia, impedendo ai viaggiatori di altre nazioni europee d'inoltrarsi verso il sud[8] affinchè mancasse ogni accertamento delle voci, che pur correvano a Tripoli, di nuove usurpazioni, in aprile di Kuka, in giugno delle oasi di Gadames e di Ghat, più tardi di Zuara e della baia di El Biban, oltre la quale avevano portato il confine sul litorale.

Rinnovando proteste ed esortazioni ad agire diplomaticamente per impedire che l'equilibrio del Mediterraneo fosse ulteriormente turbato, Crispi trovò indifferente l'Inghilterra e tepide la Germania e l'Austria. Il 4 aprile, l'ambasciatore Tornielli telegrafava:

«Lord Kimberley non ha ancora ricevuto avviso della occupazione di Kuka, ma non mette dubbio che i francesi sieno in cammino per raggiungere il Bar-el-Ghazal. Gli domandai se a suo avviso la Turchia non avesse nulla a dire in proposito, e rimase silenzioso. Credo che malgrado che qui si continui a credere che Francia non potrà tenere un paese così vasto, tuttavia la marcia verso il Sudan egiziano inquieta Governo.»