Constatato il pericolo della usurpazione francese dell'hinterland tripolitano per la situazione creata dall'accordo 5 agosto 1890, si pensò dal governo italiano al modo di portarvi rimedio. E il modo si era trovato, come appare dalla memoria che trascriviamo e che porta la data del 19 gennaio 1891. Ma pochi giorni dopo, il 31 gennaio, avveniva la crisi ministeriale che allontanava Crispi dal potere, e i suoi successori abbandonarono la questione:

«A ricercare il modo col quale portare rimedio alla situazione, occorre prendere in esame l'accordo anglo-francese del 5 agosto 1890, che solo ha dato origine alla stessa, sia con quanto ha stabilito, sia, e più ancora, con ciò che ha ommesso di stabilire.

Infatti, con quell'accordo fu concesso alla Francia di arrivare sino a Borruva sul lago Tciad, e quindi assai più a levante di quanto un'imparziale applicazione della teoria dello hinterland le avrebbe assegnato. D'altra parte, nel medesimo accordo venne ommesso di determinare il limite orientale della zona d'influenza francese, lasciando così aperto il campo ad arbitrarie interpretazioni ed alle conseguenti usurpazioni nell'avvenire.

Che l'estensione della zona d'influenza francese sino al Tciad oltrepassi la misura che l'equa applicazione della novella teoria indicherebbe, riesce evidente a chiunque esamini una carta del continente africano colle recenti frontiere politiche. Salvo il caso della presenza di fiumi, il cui corso possa venire di preferenza seguito, [pg!43] per regola la delimitazione dello hinterland fra due potenze vicine si fa per mezzo di una linea normale all'andamento generale della costa.

Se pertanto si prolunghi l'attuale confine fra la Tunisia e la Tripolitania (sia pure quello voluto dalla Francia) e che è appunto nel suo generale andamento normale alla costa, si vedrà come la nuova linea dovrebbe correre in direzione di sud-ovest o quanto meno di sud-sud-ovest, in guisa da lasciare allo hinterland della Tripolitania un'immensa distesa di Sahara oggi assegnata alla Francia.

Senonchè, una tale spartizione, quantunque fatta in base alla regola generale rispettivamente alla costa da Tripoli a Gabes, non sarebbe equa per riguardo al littorale algerino; e neppure lo sarebbe sotto un punto di vista più complesso, imperocchè trattandosi d'una sterminata regione nella quale pochissimi sono gli obbiettivi, questi più che la superficie del territorio debbono essere equamente divisi fra i contendenti. Giustizia pertanto avrebbe richiesto che la linea di divisione si fosse fatta scendere direttamente a sud, per meridiano, in guisa da consentire alla Francia di raggiungere la frontiera del Sokoto dal Niger insino all'incontro del Bornu, e alla Tripolitania quella del Bornu e il lago Tciad.

Invece, l'accordo del 5 agosto ha fatto avanzare la Francia assai di più verso levante, per modo da confinare essa sola col Bornu, escludendone la Tripolitania che vi aveva diritto e per ragioni geografiche in base alla nuova giurisprudenza dello hinterland, siccome fu testè dimostrato, e per ragioni di dominio commerciale, dappoichè è da Ghadames e da Tripoli che si esercita da secoli il traffico col Bornu, così da poter dire che la Tripolitania ne ha di fatto il monopolio. Inoltre, l'accordo del 5 agosto ha portato la Francia a quel lago Tciad che si trovava intero nello hinterland del possedimento turco. Nè è da passare sotto silenzio che l'avere acconsentito alla Francia di giungere al lago, significò l'aggiudicazione alla stessa di un triangolo della superficie di 200 000 miglia geografiche quadrate a levante del meridiano che avrebbe dovuto segnare il limite; tutto territorio che non è quindi situato au sud des possessions méditerranéennes, come dice la lettera dell'accordo, ma bensì au sud-est. [pg!44]

Oggi poi, come se la porzione toccata alla Francia nel modo così poco equo ora veduto, non bastasse, si va per mezzo di carte, di articoli, di conferenze, infiltrando nel pubblico la convinzione che la zona d'influenza francese s'estende a mezzodì della Tripolitania, tanto da comprendere gran parte della carovaniera che da Tripoli per Murzuk va al Tciad, l'oasi di Bilma e gran parte della sponda settentrionale del lago. Le carte del Temps e del Petit Journal del dicembre scorso lo dicono chiaro, alla breve distanza di cinque mesi dalla data dell'accordo. E lo possono dire, e il pubblico può crederlo, dacchè nell'accordo non venne determinato il limite orientale della zona d'influenza francese se non nei due punti estremi, uno dei quali non esplicitamente indicato, lasciando, come s'è detto sin dal principio, aperto il campo vastissimo a svariate interpretazioni, che non possono non condurre ad ulteriori arbitrarie occupazioni.

Nè vale il dire che la dichiarazione del signor Waddington a lord Salisbury in data 6 agosto precisi l'incerto confine col garantire i diritti del Sultano, dappoichè il ministro degli affari esteri semplicemente dichiara salvaguardati «les droits qui peuvent appartenir à S. M. I. le Sultan dans les régions situées sur la frontière sud de ses provinces tripolitaines»; il che non implica affatto che sieno guarentiti quei diritti sulle regioni che costituiscono l'hinterland del possedimento turco, le quali avrebbero dovuto in tal caso venire indicate con frase ben diversa nella sostanza, quantunque poco dissimile nella forma, e cioè «les régions situées au sud de la frontière méridionale de ses provinces tripolitaines».

Con una siffatta dizione si sarebbe esclusa la Francia da qualsiasi usurpazione al sud della Tripolitania, incominciando da Ghadames, mentre colla dizione contenuta nel documento diplomatico citato, nulla si garantisce, salvo ciò che sta sulla frontiera tripolina; il che può anche limitarsi a significare quanto sta entro il territorio turco lungo la frontiera.

Non sarà egli possibile trovare oggi un rimedio alla situazione creata dall'incompleto accordo del 5 agosto, situazione esiziale (siccome venne dimostrato nella precedente Memoria I) all'Italia, all'Inghilterra ed alle potenze [pg!45] centrali cui interessa il mantenimento dell'equilibrio nel Mediterraneo?

Il rimedio si presenta facile, poichè non si tratta di rinvenire sul già fatto, ma soltanto di chiarirlo e delinearlo; d'altra parte non si chiede alla Francia se non la sanzione precisata di ciò che essa per bocca del suo ministro degli affari esteri reiteratamente dichiarò d'intendere quale lo s'intende da noi. Null'altro pertanto si vuole all'infuori di una dichiarazione supplementare del ministro francese, nella quale venga specificata quella del 6 agosto, col designare nettamente quel limite orientale della zona d'influenza francese che fu ommesso nell'accordo del 5.

Basterebbe a tale effetto che si dichiarasse come il limite orientale di quella zona, indicato soltanto ed anche imperfettamente nei suoi punti estremi, sia determinato secondo una linea che partendo dal confine tripolo-tunisino a ponente dell'oasi di Ghadames, corra direttamente a rasentare, pure a ponente, l'oasi di Ghat, donde con altra linea retta raggiunga Borruva sul lago Tciad.

Non si saprebbe invero come impugnare l'equità di una tale delimitazione, dacchè nell'accordo 5 agosto sta scritto: «la zone d'influence de la France au sud de ses possessions méditerranéennes». Ora, come il punto estremo orientale di tali possessi entro terra si ritrova (pure ammettendo il confine delle carte del «service géographique de l'armée») sul lembo occidentale dell'oasi di Ghadames, così gli è da quel punto che devesi condurre la linea a Borruva, designato esplicitamente nell'accordo; la quale linea dovrà essere retta se nel suo andamento non risultasse intaccare l'oasi di Ghat, possedimento turco; sarà invece spezzata, se al giungere a quest'oasi la posizione geografica della medesima lo richiedesse.

Con una tale precisa delimitazione s'impedirebbe qualsiasi arbitraria interpretazione sin d'oggi; si garantirebbero effettivamente i diritti del Sultano a sud dei suoi possedimenti; s'arresterebbe qualunque velleità d'avanzata a levante per parte della Francia, la quale del resto non avrebbe a lagnarsi di questo assetto definitivo che è in massima quello acconsentito coll'accordo del 5 agosto, col quale, è d'uopo ripeterlo, il governo della repubblica [pg!46] ha ottenuto ai danni della Tripolitania assai di più di quanto l'equa applicazione della novella teoria dell'hinterland le avrebbe assegnato.»

In quali termini la questione fosse trattata a Parigi, risulta da due telegrammi del generale Menabrea:

«Parigi, 3 gennaio 1891,

Signor Ministro,

Il colloquio che io ebbi col Sig. Ribot in occasione del suo ultimo ricevimento ebdomadario del 30 dicembre prossimo passato, fu alquanto animato per non dire vivissimo. Al primo momento egli con parole concitate mi accennò la polemica aperta sulla questione Tripolitana ed in cui si attribuisce alla Francia l'intenzione d'occupare quella Reggenza, accusa questa sostenuta dai nostri giornali qualificati di ufficiali e supposti ispirati da codesto Ministero. Secondo il suo dire l'Eccellenza Vostra avrebbe denunziato quelle intenzioni della Francia ad altre potenze e fra queste all'Inghilterra, come risulterebbe da rapporti che gli pervengono. Il signor Ribot chiudeva la sua arringa col pregare Vostra Eccellenza di smettere la continuazione di una tale accusa che potrebbe suscitare interpellanze in Parlamento e dare luogo a spiacevoli incidenti.

Ascoltai con molta calma il discorso appassionato del signor Ribot, il quale protestava contro le mire che si supponevano alla Francia di assorbire anche la Tripolitania, mentre essa non pensava che a valersi delle vie aperte colla recente convenzione Anglo-francese relativa all'Hinterland nel Soudan per volgere una parte del commercio di quella regione verso la Tunisia dove le si stanno creando nuove facilitazioni.

Prendendo a mia volta la parola, dissi al signor Ribot che potremmo con ben maggiore ragione rivolgere a lui o per meglio dire al suo Ministero i rimproveri che egli mi esprimeva sul nostro contegno verso la Francia riguardo alla questione Tripolitana, poichè non v'è giorno in cui l'Italia ed il suo primo Ministro non siano svillaneggiati dai giornali francesi che hanno note aderenze col Ministero degli Affari Esteri e ci attribuiscono in modo persistente l'intenzione di occupare Tripoli, benchè si debba sapere che ciò non è vero: eppure siamo [pg!47] informati che un ammiraglio francese, il Duperré, recatosi non ha guari a Costantinopoli, ebbe dal Sultano una udienza in cui cercò di mettere quel Sovrano in grave sospetto contro di noi, a proposito di Tripoli. Soggiunsi che io ignoravo quali comunicazioni Vostra Eccellenza potesse aver fatte ad altre Potenze riguardo a quella Reggenza, ma che se ciò per avventura ebbe luogo eravamo nel nostro diritto di portare la loro attenzione sopra una tale questione che non ci può essere indifferente, come non lo deve essere a qualsiasi Potenza che abbia interessi nel Mediterraneo ed alla quale importi che l'equilibrio in quel mare non sia turbato a benefizio di qualche potenza invadente. All'Italia poi più che ad ogni altro importa quella questione, e la Francia deve assuefarsi a riconoscere che l'Italia costituisce oramai una nazione di trentadue milioni di abitanti, con duecentomila veri marinai inscritti, con uno sviluppo di seimila e più chilometri di litorale Mediterraneo. Percui, benchè non aspiri alla Tripolitania, è però naturale che essa possa inquietarsi di una Potenza vicina solita a chiamare il Mediterraneo lago francese, e che sotto un futile pretesto s'impossessò se non di nome, almeno di fatto della Tunisia, la quale ogni giorno è maggiormente assorbita dalla Francia, al punto che, sotto pretesto di protettorato, il Bey ha perduto ogni libertà d'azione sino a quella di scrivere e spedire una lettera senza l'autorizzazione del Residente Francese.

Bisogna adunque aspettarsi a che se alcuno tentasse di attribuirsi la Tripolitania, incontrerebbe un serio ostacolo nella resistenza delle alte Potenze interessate. Io dichiaravo che con ciò non intendevo giustificare il linguaggio dei giornali, ma nello stesso modo che non abbiamo mai pensato a fare il signor Ribot mallevadore di tutte le sciocchezze e di tutte le falsità di cui sono ripieni i giornali francesi che si pretendono organi ufficiosi del suo Ministero, fra i quali primeggia il Siècle diretto da un antico funzionario di questo Ministero degli Affari Esteri, che figura tuttora nell'annuario diplomatico di Francia, riteniamo che sia cosa ingiusta lo attribuire alle ispirazioni di Vostra Eccellenza le elucubrazioni dei nostri giornali sulla Francia.

Soggiunsi poi che in Francia si ha una falsa idea della posizione politica di Vostra Eccellenza. La si considera [pg!48] come il rappresentante di una fazione, mentre il risultato delle elezioni dimostra che Ella è l'espressione del pensiero dell'opinione generale del Paese. Infatti Ella, nata in Sicilia, nell'estrema Italia del mezzodì, trovò il suo più serio trionfo nell'estremo nord, in Torino, capitale di quel Piemonte che rinunziava volontariamente alla sua preponderanza in favore della unità d'Italia. Vostra Eccellenza dopo di aver combattuto con Garibaldi e sofferto l'esiglio, si associava al gran Condottiero nel salutare la Monarchia di Casa Savoia come quella che doveva sancire e mantenere l'indipendenza e l'unità d'Italia. Il coraggio politico e civile dimostrato da Vostra Eccellenza provano ch'Ella ebbe sempre quel doppio scopo di mira tanto col mantenere le nostre alleanze, che col ricondurre ad un sistema uniforme le varie amministrazioni, avanzo di quelle degli antichi Stati in cui la Nazione era divisa, e col fare sparire i molti abusi che deturpavano alcune di esse.

Conchiusi questa digressione col dire che conveniva lasciare ai giornalisti la responsabilità del loro dire senza farlo risalire ai capi del Governo, che talvolta sono vittime delle indiscrezioni dei proprii dipendenti.

Sul finire della conversazione il signor Ribot mi parlò della delimitazione dei nostri territori rispettivi presso Assab e Obock; io risposi che dipendeva da lui di riprendere i negoziati accettando le basi stabilite dall'Eccellenza Vostra e dalle quali Ella non poteva recedere. Soggiunsi che questo suo Ministero coll'opporre a quelle condizioni trattati antiquati e colpiti da prescrizione e contratti più recenti passati con Sultanetti vassalli del Negus, sembrava volere ripetere le gherminelle ideate per Massaua.

Ciò bastava per una volta specialmente ora che in quelle regioni un Sovrano effettivo costituito aveva accettato la nostra alleanza protettrice; e conchiusi che con un poco di arrendevolezza per parte della Francia quella quistione sarebbe stata sciolta.

In questa lunga discussione parlai con molta fermezza e precisione, senza però mai uscire dai limiti di una somma cortesia. Percui il colloquio ebbe fine con pacatezza e con una reciproca stretta di mano.

Il R. Ambasciatore
Menabrea.»

Signor Ministro,

[pg!49]

«Parigi, 13 Gennaio 1891.

Signor Ministro,

In seguito al mio colloquio col signor Ribot del quale resi conto a codesto Ministero col mio rapporto del 3 corrente N. 24-7 portai particolarmente la mia attenzione sulla carta d'Africa testè pubblicata dal giornale il Temps la quale fa oggetto del pregiato dispaccio di V. E, in margine citato. Osservai come la delimitazione dell'Interland tra l'influenza rispettiva di Francia e d'Inghilterra sulle regioni costituenti il Sudan al nord dell'Algeria e della Tunisia da una parte e della Tripolitania dall'altra, non corrisponde esattamente a quella fissata dall'accordo anglo-francese del 5 agosto u. s. Infatti la linea di delimitazione toccava un punto solo del littorale occidentale del lago Tchad a Borruva dove la sponda tende a volgere a settentrione, mentre la carta estende a tutto il littorale settentrionale del lago la tinta rossiccia alquanto allargata, che sembra volere indicare l'estensione della influenza francese. Quella medesima tinta rossiccia si estende anche sulle oasi Rath e Chadames le quali posizioni appartengono alla regione Tripolitana. Questa incertezza di delimitazione è fatta per eccitare o per lo meno per segnare una direzione agli appetiti di protettorato che invadono facilmente l'opinione francese la quale, non contenta dei varii territorii sui quali la Francia estende la sua autorità più o meno solida e incontestata, ambisce ad ampliare il dominio nel nord dell'Africa e si prepara ad allestire imprese per volgere il commercio assai importante del Sudan verso la Tunisia. Così alcuni portano già le loro mire sul lago Tchad che considerano come il gran porto interno di quella regione. Queste tendenze mi spiegano il linguaggio tenutomi dal signor Ribot in occasione del suo ricevimento ebdomadario del 30 Dicembre u. s. (vedi mio rapporto suaccennato). Respingendo l'accusa fatta dalla stampa alla Francia di voler invadere la Tripolitania, egli confessava però che mentre negava tale proponimento, la Francia tuttavia intendeva trarre il miglior partito possibile dalla regione lasciata nel Sudan all'influenza francese per condurre il commercio Sudanese verso l'Algeria e la Tunisia. [pg!50]

Ciò essendo, le due oasi precitate di Rath e Chadames sono i punti principali di sosta delle carovane: Chadames sopratutto si può considerare come il punto strategico commerciale che domina le due vie principali dirette l'una verso Tunisi e l'altra verso Tripoli. Se si vuole evitare che questa ultima Reggenza non cada tosto sotto il protettorato francese e che, in seguito, Tunisi non sia definitivamente annesso all'Algeria, è necessario che le due anzidette oasi e specialmente Chadames non vengano in mano dei Francesi. I pretesti per occupare Chadames non mancherebbero certamente: tutti i Krumiri non sono ancora spariti; per evitare che risorgano e porgano un'occasione alla Francia di impossessarsi delle sovradette oasi occorrerebbe che fossero custodite con truppe mandatevi dal Sultano; una piccola guarnigione sarebbe sufficiente; la vista della bandiera ottomana basterebbe a frenare le velleità che si suppongono nei francesi. La forza turca però dovrebbe essere sufficiente per resistere a qualche attacco dei mahdisti.

L'Inghilterra più d'ogni altra, poscia l'Italia, hanno interesse grandissimo a che il commercio sudanese non diventi il monopolio di una Potenza che già possiede una parte estesissima del littorale africano del Mediterraneo; epperciò mi pare che l'Inghilterra specialmente ed anche l'Italia dovrebbero concorrere in qualche modo alla occupazione sovraccennata delle truppe turche, sussidiando, ove d'uopo, il Governo ottomano per il loro mantenimento. Il concorso così prestato dall'Italia avrebbe per risultato di dissipare i sospetti che si cercò di suscitare presso il Sultano circa le nostre aspirazioni Tripolitane, e di acquistare maggior influenza nell'Asia minore per contrastare la guerra che vi è fatta alla nostra lingua, ai nostri stabilimenti, al nostro commercio dalla ostile concorrenza francese.

Se al contrario si lascia che le oasi di Rath e principalmente di Chadames rimangano esposte in balia della Francia, dovremmo fin d'ora pensare a non lasciarci cogliere all'improvviso come avvenne per la Tunisia e prepararci ad opporci con tutti i mezzi a che la Francia estenda il suo dominio anche sulla Tripolitania, il che sarebbe forse Finis Italiae, almeno come Potenza marittima di primo ordine.

Dò fine a questo rapporto col conchiudere che mi [pg!51] pare esser necessario che il R. Governo si concerti coll'Inghilterra circa le eventualità sovraccennate e nel caso che questa vi si voglia disinteressare, l'Italia potrebbe passare oltre ed intrattenersi direttamente della quistione col Governo turco.

Il R. Ambasciatore
L. F. Menabrea.

P.S. La soluzione precedentemente indicata rispetto alla oasi di Chadames si può dire soluzione pacifica; però si potrebbe pensare ad un'altra più radicale come sarebbe quella dell'occupazione della Tripolitania per parte dell'Italia che, a difetto della Turchia, è la potenza più indicata per prendere quella Reggenza sotto il suo protettorato. Ma una tale soluzione potrebbe dare luogo a conflitti armati, sull'opportunità e le conseguenze dei quali io non sono chiamato a pronunciarmi.

L. F. M.»

Signor Ministro,

Il gabinetto di Berlino, tenuto al corrente delle mene francesi, appoggiava a Parigi e a Londra l'azione italiana. Il seguente telegramma è del 21 gennaio:

«Berlino, 21 gennaio 1891.

In questi ultimi giorni, al suo passaggio per Berlino, vennero confermate al Conte di Münster istruzioni d'intrattenersi col Ministro degli affari esteri francese sopra la Tripolitania e sue frontiere verso la Tunisia. Ambasciatore di Germania telegrafò iersera che il Ribot avevagli categoricamente dichiarato che le apprensioni italiane su Tripoli sono affatto senza fondamento e che le notizie sparse in proposito sono false. Francia non mosse neppure un soldato in quella direzione e non pensa tagliare strada delle carovane traverso Sahara. Ministro aggiunse esser vero che le frontiere tra Tunisia e la Tripolitania sono mal tracciate; ma a scopo di evitare ogni contestazione non volere che le frontiere fossero meglio fissate. Egli non intende in nessun modo creare difficoltà all'Italia; se lo volesse, ben lungi sceglierebbe come oggetto di litigio, nè Tripoli, nè attinente deserto, ma troverebbe terreno più propizio in [pg!52] Abissinia. Egli stesso, allo scopo di calmare certe preoccupazioni in Italia, aveva provocato alla Camera una interpellanza alla quale risponderà domani. Quantunque Conte di Münster avesse ordine di parlare anche di Biserta, suo telegramma non ne fa cenno: forse egli avrà stimato migliore partito tacere in presenza delle dichiarazioni ricevute, qualunque possa esserne il valore, o di rinviare ad altro colloquio questione di Biserta. Intanto Segretario di Stato stima che ha importanza il fatto solo che il governo della repubblica deve dedurre dalle spiegazioni chieste dalla diplomazia tedesca come Germania invigila politica francese verso il Mediterraneo; d'altronde schiarimenti che Ribot darà domani alla Camera dei Deputati nel senso qui sopra indicato, costituiranno sino ad un certo punto impegno della Francia. Al Conte Hatzfeld furono pur confermate istruzioni di conversare sull'argomento con Lord Salisbury che segue con vivo interesse mosse della Francia in quelle regioni, ma non crede giunto il momento di accentuare il suo contegno.

Per ciò occorrerebbe appoggio opinione pubblica, che si commuoverebbe soltanto se si producessero fatti più palesi sulle intenzioni francesi.

Launay.»