Già il 15 agosto 1895 il governo francese aveva denunciato il trattato di amicizia, commercio e navigazione concluso l'8 settembre 1868 tra l'Italia e la Tunisia, dichiarando di agire in nome del Bey e in virtù del trattato di Kassar-Said (detto anche del Bardo) del 12 maggio 1881. Il Ministero Crispi aveva risposto, per mezzo del conte Tornielli ambasciatore a Parigi,

«essere bensì vero che, con nota del 9 giugno 1881, il signor Rustan portava a notizia della R. Agenzia e Consolato Generale d'Italia in Tunisi il trattato di Kassar-Said; ma che di tale comunicazione non fu da noi preso atto e nemmeno segnata ricevuta. Epperò mentre fo le più ampie riserve in merito all'argomento cui si riferisce la nota del signor di Lavaur, prego Vostra Eccellenza di voler significare, verbalmente per ora, a codesto Governo, le eccezioni del Governo del Re al procedimento seguito.»

Il governo della Repubblica rispondeva come risulta dal seguente telegramma del Tornielli:

«Ministro degli Affari Esteri mi disse che la clausola di riconduzione tacita per 28 anni non gli lasciava [pg!65] per così dire libera scelta di condotta, e gli imponeva di denunziare il trattato italo-tunisino perchè nessuno presentemente acconsente a lasciare impegno per così lungo periodo. Fortunatamente, egli soggiunse, previdenza dei negoziatori di quel trattato ci lascia un anno di tempo, durante il quale avremo tempo scambiare insieme molte idee, e di vedere insieme il miglior assetto da dare alle cose. Il Ministro non suppone che in Italia il Governo abbia potuto attribuire alla denunzia del trattato un effetto diverso da quello che è nell'intenzione del Governo francese di darvi, cioè, di un atto reso necessario eventualità clausola di riconduzione anzidetta; ma egli tiene ad escludere che altri concetti abbiano guidato il Governo francese in questa occasione. Dissi che io non avevo ricevuto istruzioni a tale riguardo, e che avrei trasmesso a Vostra Eccellenza questa dichiarazione.»

Crispi non era disposto a rinunziare senza compenso ai benefici che le capitolazioni e le convenzioni anteriori — richiamate nel trattato del 1868, non annullate — assicuravano all'Italia, e la Francia avrebbe dovuto tenere conto degli interessi italiani. Vi era un anno di tempo per discutere e negoziare; ma ai primi di marzo 1896 il ministero Crispi si dimise, e il negoziato fu condotto dal Ministero Rudinì-Caetani, il quale volle trattare contemporaneamente la questione tunisina e il ristabilimento delle relazioni commerciali franco-italiane. In realtà le due cose erano estranee l'una all'altra; in Tunisia avevamo una posizione giuridica eccellente e diritti da far valere, mentre non era sperabile che, cedendo su quelli, la Francia ci avrebbe accordato tariffe di favore.

Infatti in Francia, dove la considerazione dei nostri diritti non entrava in mente a nessuno, anche l'idea di tornare al regime convenzionale nei commerci con l'Italia sembrò una concessione eccessiva, cioè senza corrispettivo. Il governo francese sapeva l'opinione pubblica così prevenuta contro di noi che scongiurò il ministro italiano di non insistere. Passarono alcuni mesi; il ministero Rudinì si ricompose, alla Consulta il duca Caetani fu sostituito dal Visconti-Venosta. Quest'ultimo trovò la situazione peggiorata, poichè mancata la vigilanza del [pg!66] governo italiano, l'Inghilterra — la quale in agosto 1895 aveva assicurato che avrebbe proceduto d'accordo con l'Italia — aveva consentito a negoziare con la Francia, rinunziando al trattato perpetuo che aveva col Bey; e anche l'Austria-Ungheria, in luglio 1896, aveva ceduto alle istanze francesi, riservandosi in Tunisia il trattamento della nazione più favorita. Insistere nella via tracciata da Crispi era, ormai, impossibile, poichè l'Italia non avrebbe trovato nelle potenze amiche e alleate l'appoggio sul quale Crispi aveva fatto assegnamento. L'on. Visconti-Venosta non insistette neppure per un accordo commerciale; e il 28 settembre 1896 furono firmate le convenzioni con le quali l'Italia riconosceva senza compensi, dopo quindici anni, la conquista francese della Tunisia con tutte le sue conseguenze. «Nous y gagnions — ha scritto recentemente[10] l'ambasciatore che la Francia aveva allora in Italia, il signor Billot — de libérer notre protectorat des entraves qui en paralysaient l'exercice.... l'Italie renonçait à y demeurer avec nous sur un pied de complète égalité et reconnaissait implicitement les consequences des événements qui nous y avaient conféré une situation privilegiée.»

Nel 1902 avvenne il noto accordo franco-italiano pel quale l'Italia si disinteressò del Marocco a favore della Francia, e la Francia ci lasciò mano libera in Tripolitania e in Cirenaica.

Il governo della Repubblica fece con cotesta combinazione un buon affare, poichè mentre il valore commerciale di quei due vilayets era di molto ridotto per le erosioni fatte dagli stessi francesi nei loro hinterlands, il ministro Delcassé — che concluse l'accordo col ministro italiano Prinetti — abbandonava all'influenza italiana un territorio dove la Francia non aveva interessi e che mai avrebbe potuto far suo; l'Italia non avrebbe subìto quest'altro colpo, e non sarebbe rimasta sola a pararlo.

L'abbandono del Marocco all'esclusiva influenza francese fu un notevole sacrificio degli interessi italiani e pregiudicò irrimediabilmente l'avvenire della nostra politica mediterranea. Una Francia troppo forte nel mare che ci circonda è un pericolo [pg!67] permanente per noi. Crispi intendeva che la Tripolitania divenisse italiana come compenso all'ingrandimento già avvenuto della Francia con la occupazione della Tunisia; il Marocco allora indipendente, non poteva formare oggetto di accordi che avessero relazione col passato. Per questo egli lavorò a creare interessi italiani e influenza italiana nell'impero sceriffiano e prese intelligenze con la Spagna che, purtroppo, i suoi successori non seppero mantenere.

Durante il suo primo ministero, Crispi colorì il suo disegno con importanti successi. Il Sultano Mulei Hassan dette a italiani consenso e denaro per l'impianto di una fabbrica d'armi a Fez e di una zecca, e giunse nella sua deferenza ai consigli del nostro governo sino a risolversi alla creazione di una marina da guerra e ad ordinare ad un cantiere italiano, quello degli Orlando di Livorno, la costruzione della sua prima nave.[11]