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La Spagna aveva nel Marocco una tradizione da continuare e ingenti interessi, sia per i possessi effettivi tenuti in quell'impero, sia per i diritti che vantava per il trattato di Wad Ras e per la stessa sua posizione geografica. Era quindi sana politica quella seguita da alcuni suoi statisti, come il duca di Tetuan, di procedere di conserva con l'Italia per resistere alla invadenza francese. Crispi sinchè fu al governo dette alla Spagna l'appoggio della sua autorità presso le grandi potenze e dei suoi consigli, e le sorti dell'influenza spagnuola nel Marocco sarebbero state più propizie se Spagna e Italia avessero continuato quell'indirizzo.

L'accordo franco-italiano del 1902, sebbene oneroso per l'Italia, ebbe contraria una gran parte dell'opinione pubblica francese. Non v'è scrittore francese di questioni internazionali che non l'abbia deplorato, considerandolo da un angolo visuale esclusivo [pg!69] come se la Francia sola esistesse e gli altri popoli non avessero il diritto di provvedere al loro avvenire. «Lo statu-quo nella Tripolitania — hanno scritto sino a ieri — non è la migliore garenzia della durata delle buone relazioni tra la Francia e l'Italia nel Mediterraneo? Quando l'Italia si sarà stabilita a Tripoli, le buone relazioni non potranno durare!»[12]

E pochi mesi or sono, in febbraio 1912, quando l'Italia già guerreggiava contro la Turchia, Gabriele Hanotaux, ex-ministro degli affari esteri, ha scritto che l'occupazione italiana della Tripolitania «apre un grande conflitto tra l'Italia e la Francia!»[13]

Se il senso dell'equità non riuscirà a penetrare nelle menti dei nostri vicini d'occidente, se il governo della Repubblica non saprà rendersi superiore alla latente ostilità del popolo francese per ogni interesse italiano, se la Francia non dimenticherà la storia del suo predominio e della sua influenza al di qua delle Alpi, le parole di Gabriele Hanotaux saranno un vaticinio. E sarà un triste giorno per i due popoli, i quali anche nell'opera d'incivilimento dell'Africa potrebbero giovarsi di una solidarietà che sarebbe gloriosa per entrambi.

Ma se l'avvenire ci riserba il «grande conflitto», siamo sicuri che non sarà l'Italia ad accenderlo.

La Porta accettò soltanto nel 1910 di trattare una delimitazione di frontiera, ma chiese ed ottenne, affinchè non fosse implicito, per tale suo atto, il riconoscimento del trattato del Bardo, che i commissarii tunisini fossero nominati dal Bey e non dal Residente francese.

La Commissione si riunì a Tripoli in aprile 1910. Dapprima i commissarii ottomani sostenevano una linea che da El-Biban, sul mare, va all'oasi di Remada, rivendicando alla Tripolitania le usurpazioni compiute dai francesi. Poi, chissà per quali influenze, ripiegarono, e il 10 maggio venne firmato un atto che indicava sulla carta il tracciato della frontiera. Cotesto tracciato si sviluppa dal Mediterraneo a Gadames su di una lunghezza di 480 chilometri; parte da Ras Adjedir (o Adijr), tocca Dehibat, passa tra Dehibat e Uezzen, volge verso i due pozzi di Zar, dei quali uno rimane alla Tripolitania e l'altro alla Tunisia, quindi si dirige verso il pozzo di Mechiguig (o Imchiguig) che rimase in Tripolitania. A partire da questo pozzo, la frontiera resta equidistante tra le carovaniere Djeneien-Gadames e Nalut-Gadames, [pg!70] gira la Sebkhat-el-Melah e va a finire a 15 chilometri al sud di Gadames, che rimane alla Tripolitania. (Cfr. Leon Pervinquière: La Tripolitaine interdite — Ghadamès.)

La commissione franco-turca doveva poi proseguire i suoi lavori per la delimitazione delle zone d'influenza oltre Gadames, rimaste incerte anche negli accordi anglo-francesi che, del resto, la Turchia non riconobbe. La guerra italo-turca impedì quella riunione; così che la questione è aperta e dovrà trattarsi tra l'Italia e la Francia, se il governo italiano non ha già commesso la debolezza di cedere alle pretese francesi, senza vagliarle, cominciando dal riconoscere legittima l'occupazione di Gianet, compiuta dalla Francia durante quest'ultima guerra, in ispregio alla dichiarazione di neutralità.

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