È certo che l'Austria non rinunzierà al Tirolo italiano se non sotto la pressione di circostanze eccezionali. Ma al 1891 quando Crispi cedette all'on. di Rudinì la direzione della politica estera si era già lontani nelle sfere ufficiali austriache da quello stato d'animo che ispirava al Cancelliere dell'Impero, conte Andrássy, la lettera del 24 marzo 1874 all'ambasciatore imperiale a Roma, conte Wimpffen.
In essa l'Andrássy scriveva:
«Rapporti provenienti da fonti diverse ci hanno segnalato il partito preso col quale certi giornali italiani incoraggiano le speranze di alcuni malcontenti a Trieste e nel paese di Trento. Il colloquio che recentemente avete avuto col signor Visconti-Venosta sull'argomento e del quale m'informate nella vostra lettera particolare del 18 aprile offrendomene l'occasione, ne profitto per indicarvi le mie vedute.
Io sono convintissimo della riprovazione che incontra e incontrerà in avvenire, tanto presso il Re che presso i ministri, ogni velleità d'annessione, e noi non possiamo che essere riconoscenti al Governo italiano della premura messa nello sconfessare qualsiasi agitazione in tal senso. Non mi sembrerebbe meno conforme al nostro comune interesse d'intenderci per impedire un movimento sostenuto da una parte della stampa italiana, del quale uno dei più grandi inconvenienti è di fornire le armi al partito che non vede di buon occhio il consolidamento dei rapporti d'amicizia tra l'Austria-Ungheria e l'Italia.
Trattando di tale argomento con gli uomini di Stato [pg!98] italiani, mi sembra opportuno che noi ci poniamo non al nostro punto di vista, ma a quello dell'Italia. È questo lato della questione che tengo a chiarire con le osservazioni che seguono.
Il partito esaltato in Italia, sperando di ottenere un rimaneggiamento territoriale a spese nostre, sembra che confonda la situazione esistente quando fu compiuta l'unificazione dell'Italia, con quella oggi esistente.
Dal tempo in cui l'imperatore Napoleone era sul trono e dava la mano alle aspirazioni nazionali, allorchè l'Austria, trovandosi isolata, senza alleanze, di fronte ad una Prussia mal disposta e ad una Russia ancora irritata per la nostra attitudine durante la guerra di Crimea, era obbligata a difendere contro il sentimento nazionale le Provincie che possedeva in Italia, non era difficile provocare una crociata contro l'occupazione straniera, la quale, si diceva, calpestava il suolo della patria, e la parola d'ordine dell'Italia libera sino al mare poteva infiammare gli spiriti anche oltre i confini della Penisola.
Di tutti i motori che alimentavano allora tale movimento, non ne esiste più alcuno. Non occorre entrare in spiegazioni minute per mostrare che la situazione è cambiata da cima a fondo.
L'Austria-Ungheria, da parte sua, non pensa a rivendicare i suoi antichi possessi italiani.
Oggi le relazioni fra i due paesi riposano sul mutuo riconoscimento delle circoscrizioni territoriali quali sono state stabilite dai trattati. Bene o male che siano stati tracciati, i confini esistenti sono la base invariabile della conservazione dei buoni rapporti fra i due paesi. Se un partito qualsiasi, col pretesto della comunanza di lingua, volesse domandare la cessione del Tirolo meridionale o d'una parte del nostro litorale, non sarebbe l'Austria anch'essa in diritto di reclamare il quadrilatero come indispensabile alla buona difesa del suo territorio? Ritornare su tale questione significherebbe dare a priori ragione al diritto del più forte.
Dinanzi ad una situazione così pienamente mutata, la persistenza d'una agitazione simile a quella che il Governo imperiale e reale dovette combattere in altri tempi, non è più motivata nè dai bisogni, nè dagli interessi dell'Italia.
Ciononostante, non è ancora raro veder sorgere delle [pg!99] opinioni che denotano una tendenza a disconoscere l'inviolabilità del nuovo stato territoriale. Taluni giornali, specialmente, sembra che si propongano lo scopo d'incoraggiare le velleità di coloro che guardano con occhio di cupidigia una contrada situata al di qua delle nostre frontiere.
Taluno di questi giornali, è vero, fa appello non già ad una soluzione con la forza, ma ad un accomodamento amichevole. Ma anche per questa via, è necessario ch'io dica che non potremmo consentire a modificare l'ordine di cose consacrato dai trattati? Ce lo impedirebbe, innanzi tutto, il principio stesso che sarebbe messo in questione. Il giorno che ammettessimo un mutamento siffatto sulla base di una delimitazione etnografica, analoghe pretese sorgerebbero e sarebbe quasi impossibile respingerle. Non potremmo infatti cedere all'Italia popolazioni affini per lingua senza provocare artificialmente, presso le nazionalità poste sulle frontiere dell'Impero, un movimento centrifugo verso le nazionalità sorelle prossime ai nostri Stati. Cotesto movimento ci porrebbe nell'alternativa di rassegnarci alla perdita di quelle provincie, ovvero, sempre conformemente al sistema delle nazionalità, d'incorporare nella monarchia le contrade limitrofe. Consentire ad un principio siffatto sarebbe lo stesso che sacrificare l'integrità della monarchia o essere trascinati a deviare dalla politica di conservazione della pace e dello statu-quo che seguiamo nell'interesse nostro e dell'Europa in generale.
Si consideri, d'altronde, dove condurrebbe l'idea delle frontiere etnografiche se potesse generalizzarsi. Se una questione di tale natura si volesse sollevarla tra l'Austria-Ungheria e la Germania, dove si troverebbe il punto d'arresto, e non sarebbe una sorgente dei più gravi conflitti? Che cosa avverrebbe se delle rivendicazioni analoghe nascessero tra la Germania e la Russia, tra le razze slave incuneate nello stesso territorio tedesco, tra le popolazioni di diversa origine che abitano nell'Impero ottomano, le quali, frazionate e commiste come sono, formano le configurazioni territoriali più bizzarre e più ribelli a qualsiasi tracciato di una razionale frontiera? Evidentemente la guerra di tutti contro tutti sarebbe la conseguenza di simili discussioni.
Un lavoro di decomposizione e di ricostituzione, quale [pg!100] lo sognano taluni utopisti non farebbe altro adunque che dar campo a innumerevoli competizioni e comprometterebbe, così, il riposo e la sicurezza generale.
Certamente, la corrente da cui sono derivate le grandi agglomerazioni nazionali, ha avuto la sua ragion d'essere; ma se oggi ch'esse sono costituite si pretendesse riprendere questo lavoro en sous œuvre e proseguire, sino nei minimi dettagli, l'applicazione dell'etnologia alla politica, si metterebbe imprudentemente in questione l'ordine europeo formatosi attraverso tanti dolori e si evocherebbe il caos.
Gli uomini di Stato che trovansi ora al potere in Italia sono troppo illuminati perchè occorra entrare con essi in ampie spiegazioni su tale argomento.
Oggi che non esiste in Austria-Ungheria nessun partito importante che aspiri a rivendicare le antiche possessioni italiane dell'Impero; oggi che tutti nel nostro paese, obliando i dissensi del passato, riconoscono l'Italia unita quale esiste attualmente, come una garanzia essenziale della pace e dell'equilibrio europeo; oggi quello di cui l'Italia potesse voler appropriarsi a nostre spese, non potrebbe avere per essa un valore comparabile ai vantaggi assicuratile dalle buone intelligenze con la Monarchia austro-ungarica. Io ho la convinzione che S. M. il Re, al pari de' suoi consiglieri, si trovino in quest'ordine d'idee. E quindi non v'è ombra di rimprovero al loro indirizzo nelle osservazioni che precedono. Vi ho insistito unicamente per impegnarli a unirsi a noi nello scopo di combattere d'accordo i pericoli derivanti dalle agitazioni annessioniste per il mantenimento dei buoni rapporti tra i due paesi.
Noi siamo lontani dal chiedere garanzie contro siffatte agitazioni al Governo italiano: la nostra Monarchia trova nelle sue proprie forze il rimedio contro il male ch'esse potrebbero cagionare. E neppure pensiamo a imputare al Governo del Re il linguaggio della stampa indipendente: sappiamo per esperienza che sarebbe irragionevole prendersela con le autorità di un paese per tutte le aberrazioni dei giornali che vi si pubblicano.
Tutto quello che noi desideriamo è, che i ministri italiani, nella misura dell'influenza che sono in grado di esercitare su taluni organi, vogliano adoperarsi a far cessare le agitazioni di cui si tratta. Io penso che basterà [pg!101] di richiamare la loro attenzione sulle considerazioni che ho segnalate, perchè provvedano ai mezzi d'imprimere allo spirito pubblico una direzione conforme alla nuova situazione.»
L'argomentazione del conte Andrássy non era senza valore dinanzi alle rivendicazioni più larghe dell'irredentismo, a quelle cioè che si estendono a tutti i paesi di lingua italiana dell'Impero; era, invece, poco efficace dinanzi al reclamo del confine che la natura stessa ha segnato all'Italia.[23] E Crispi riteneva che su questa base più limitata l'intransigenza di un tempo non esistesse più, e che fosse possibile alla diplomazia italiana di condurre l'Austria a una considerazione più equa del problema, gli eventi aiutando.
Ma se egli assegnava alla diplomazia cotesto compito, era ben convinto che le agitazioni popolari allontanavano la soluzione [pg!102] desiderata, compromettendo interessi superiori. E combattè l'irredentismo irresponsabile, non soltanto nelle sue rumorose manifestazioni e nei suoi disegni segreti, ma anche negli eccitamenti che spesso, per reazione, venivano dall'Austria stessa, da una polizia politica irritante e poco accorta. Ispirando fiducia nella fermezza e nella lealtà del governo italiano, Crispi lavorava a realizzare l'obbiettivo di un illuminato patriottismo.
Nel 1889 il movimento irredentista, traendo pretesto da ogni incidente e impulso dagli atti di rigore o di arbitrio delle autorità austriache, dilagò in buona parte d'Italia. Centri dell'attiva propaganda erano Roma e Milano, e ad essa partecipavano i più noti del partito radicale; ma, taluni per amore all'idea di nazionalità, altri, francofili a tutti i costi, per la speranza di creare tra l'Italia e l'Austria tali antipatie e dissensi che imponessero lo scioglimento della Triplice Alleanza.
In maggio e in giugno i deputati Imbriani e Cavallotti trovarono modo di fare per alcuni giorni dell'irredentismo dalla tribuna parlamentare a proposito della condotta tenuta dal Console generale a Trieste, Durando, verso un notaio italiano. Avendo l'on. Crispi ordinata un'inchiesta, sulla relazione di essa si discusse lungamente alla Camera nella tornata del 10 giugno, e poichè gli oratori d'opposizione avevano toccato abilmente la corda patriottica e l'assemblea ne era impressionata, Crispi credette opportuno che la discussione terminasse con un voto chiaro ed esplicito, il quale ebbe luogo su di una mozione di fiducia nella politica del governo, presentata dal venerando deputato Cavalletto. La prudenza dell'uomo di Stato e l'intimo sentimento di Crispi risaltano nei brani seguenti del discorso ch'egli pronunziò in quella occasione:[24]
«... Gli onorevoli autori della mozione comprenderanno dalla lettura di questa risposta del Piccoli, come cada interamente l'accusa che si faceva al Durando.
Essi sono dolenti dei risultati negativi. Avrebbero voluto, e non so con qual beneficio, che il Durando fosse apparso delatore, e che il Piccoli fosse appunto un irredentista.
La questione tra il Durando e il Piccoli non è questione [pg!103] di fiscalità; e benissimo disse il Piccoli che neppure il Durando, in quel dissidio, era animato da venalità.
La questione, o signori, è questione giurisdizionale. Trattavasi di vedere se, rispetto ai nostri cittadini morti all'estero, debba reggere la legge italiana o la legge del luogo. Questa è la tesi e la vera tesi. (Commenti.)
Con la Convenzione del 15 maggio 1874, che i predecessori del Durando fecero male a non applicare, era stabilito ed è stabilito (del resto, uguali convenzioni consolari abbiamo con tutte le potenze del mondo) che quando un cittadino muore nell'Impero austro-ungarico, agli atti di apertura della successione e agli atti consecutivi debba essere presente il console, o chi lo sostituisca, e gli atti debbano farsi in concorrenza con lui, il quale ha la suprema tutela dei nostri concittadini.
Che cosa si voleva dalla parte opposta? Che la legge austriaca (e questo per fine di uguaglianza) debba imperare anche sui cittadini italiani. Bel sistema d'irredentismo, o signori, e proprio mi congratulo con coloro che difendono questa tesi! Ma per i principii generali di diritto, per il principio della dignità nazionale, in tutte le questioni in cui è impegnato lo stato personale, è la legge del paese di origine quella che impera. Civis romanus sum in qualunque parte del mondo che io sia, è la legge nazionale che deve essere rispettata, e il console Durando, in questo caso, difendeva l'Italia e le leggi sue. (Bene!)
.... Il corpo consolare ha, in parte, abitudini che non posso tutte lodare. Vi sono in esso dei valorosi, degli intelligenti, degli uomini i quali sentono la dignità nazionale e s'interessano, come ogni altro italiano, alle cose nostre. Ve ne sono di quelli che hanno abitudini antiche e antichi pregiudizi.
Il nostro corpo consolare, signori, nelle sue varie persone, discende in parte dagli antichi corpi consolari delle distrutte amministrazioni italiane, nelle quali ebbe un'educazione che non è la nostra. Quindi non v'è nulla di strano che vi sia in esso chi possa commettere, credendo di essere zelante, e di fare opera utile nei paesi dove sia accreditato, atti che offrano il fianco a qualche censura. (Commenti.)
Quante di queste false abitudini non ho trovato, che io ho fatto di tutto per distruggere! [pg!104]
Al Ministero degli Esteri non si parlava che francese prima che io vi arrivassi. Era francese il cifrario, francesi le corrispondenze. Cominciai per distruggere tutto ciò: il cifrario è ora italiano, le corrispondenze sono italiane: ed in questo io non faccio che seguire quello che fanno le altre potenze: gl'inglesi, i tedeschi, gli spagnuoli, tutti scrivono nella loro lingua; è giusto che noi scriviamo nella nostra.
I cifrari della Germania e delle altre potenze, sono nelle loro lingue rispettive, è regolare che anche il nostro sia nella lingua che possediamo.
Questo riguarda la forma, ma è una forma la quale tiene alla sostanza. La lingua nazionale è il gran fattore della nazionalità. L'obbligo di scriverla ricorda anche ai nostri rappresentanti la loro patria nella sua forma più nobile e più grande, che è quella della lingua. (Benissimo!) Vado un poco più in là, o signori.
In alcuni luoghi i nostri consoli, i nostri rappresentanti, danno educazione non italiana ai loro figli, li mandano in collegi stranieri, e capirete benissimo come, dopo ciò, difficilmente possano avere sentimenti italiani.
.... La pace dell'Europa ha base nei trattati. Noi, da uomini onesti, rispetteremo questi trattati, e, se avvenga che qualcuno li violi, sapremo fare il nostro dovere.
L'illustre Marco Minghetti, sedendo su questi banchi, in una discussione politica alla quale ei fu chiamato e nella quale seppe rispondere con fulgore di parola e con quella chiarezza d'idee che gli erano particolari, disse che per la questione della nazionalità bisogna scegliere tempi ed anche momenti opportuni, ma che, se mai questa questione risorgesse, se mai le guerre portassero a modificare la carta geografica di Europa, non sarebbe l'Italia quella che dovrebbe temere, perchè noi nulla abbiamo a dare, molto potremmo avere a raccogliere. (Bene! Bravo!)
Ma, se questi sono i principii che devono animare ogni patriota, segga a quei banchi [accenna ai banchi dei deputati] od a questi [accenna a quelli dei ministri], la virtù principale, e degli Stati, e degli uomini politici, è la prudenza. (Bene! Bravo! a Destra e al Centro.)
Marselli: — E la fede.
Crispi, presidente del Consiglio: — La virtù della prudenza [pg!105] è quella che ci condusse a Roma; (Bene! Bravo! a Destra e al Centro) la virtù della prudenza è quella che valse a costituire questa grande unità che tutti invidiano, e non tutti oggi ancora rispettano. Noi abbiamo molti nemici che insidiano la nostra posizione; e ne abbiamo uno più operoso di tutti, che è nel seno stesso della patria nostra, e che sarebbe lieto se, con le arti sue, potesse giungere a rompere quel fascio delle tre potenze che mantiene la pace del mondo. È un lavoro continuo, è una insidia implacabile che ci viene da quel lato; e, sventuratamente, talora, ha le lusinghe, e talora gli aiuti di qualche potenza. (Commenti, interruzioni).
Aspettiamo dunque gli eventi, e, aspettandoli, rispettiamo i trattati, che sono la base della pace del mondo. Questo è il nostro primo dovere: lo abbiamo adempiuto e lo adempiremo. (Bravo! Bene! Vive approvazioni.)»[25]
Altra discussione fu fatta alla Camera nella tornata dell'8 luglio, su interpellanza del Cavallotti. Questi si occupò specialmente di due fatti: del divieto posto dalle autorità austriache di Riva di Trento allo sbarco di una comitiva di gitanti italiani, e dell'arresto prolungato di un giornalista, certo Ulmann. Al discorso violento del Cavallotti il presidente del Consiglio rispose calmo, conciso. Non aveva notizie esatte sull'Ulmann, che affermò essere suddito austriaco, mentre aveva ottenuto la cittadinanza italiana; giustificò il divieto opposto allo sbarco dei gitanti perchè, secondo un telegramma dell'ambasciatore Nigra, una comitiva di essi, sbarcata a Riva il 23 giugno, non aveva rispettato le leggi del luogo gridando per le vie della città «Viva la repubblica. Viva Trento e Trieste irredente». Ma mentre pubblicamente scagionava la condotta del governo austriaco dalle accuse, comunque esagerate, che gli si muovevano, e affermava il dovere della dignità e della prudenza ricordando che l'on. Cavallotti aveva «cantato in versi e in prosa, prima e dopo il 1875 l'alleanza con la Germania, e nel 9 aprile 1878 [pg!106] aveva consigliato al conte Corti un'alleanza con l'Austria», l'on. Crispi non rinunziava a compiere il suo dovere patriottico presso il governo austriaco:
«2 luglio 1889.»
Ambasciata Italiana
Vienna.
(Riservato). I giornali pubblicano essere stato proibito lo sbarco a Riva di Trento ad una comitiva di regnicoli, organizzata a scopo di gita di piacere. Questo fatto essendo contemporaneo a quello della sospensione delle corse dei vapori tra Venezia e Trieste preoccupa sfavorevolmente la pubblica opinione in Italia e non è certo l'Austria che ci guadagna; mette inoltre il Governo del Re in una difficile posizione, tanto più se verrà portato innanzi alla Camera. Voglia dunque chiedere schiarimenti intorno al medesimo, e qualora i relativi ordini sieno stati dati da Vienna, voglia fare i passi opportuni perchè la proibizione sia revocata. Sono atti di polizia che ricordano tempi che io credeva per sempre tramontati. Il Governo del Re ha lasciato correre atti ben altrimenti importanti, come le manifestazioni a favore del papa-re.
Gradirò una pronta risposta.
Crispi.»