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A questo programma Crispi rimase fedele anche da Ministro. Ostacolò i tentativi della Russia di esercitare un'influenza preponderante in Bulgaria e in Rumania, temperando il russofilismo del principe di Bismarck, e legò l'Austria all'impegno di garantire lo statu-quo nei Balcani. Tale politica ha mantenuto la pace ed ha dato tempo ai popoli balcanici di prepararsi a risolvere la loro partita secolare con la Turchia, con le proprie forze e nel proprio interesse. Oggi la Russia non può più pensare ad alcuna supremazia sugli Stati balcanici, usciti con quest'ultima guerra dalla minore età, nè a stabilirsi a Costantinopoli; e neppure l'Austria può ragionevolmente coltivare ancora la speranza d'inorientarsi. È finalmente avvenuto quello che Crispi auspicava nel 1879: le genti balcaniche, postesi sulla grande via del progresso civile, costituiscono oggi un baluardo insuperabile alle ambizioni russe e austriache.
Quello che Crispi pensasse della politica russa in Oriente, e come agisse per ostacolarla, risulta dai colloqui col principe di Bismarck e dai documenti sulle questioni bulgara e rumena da noi pubblicati in un precedente volume.[40]
Qui riproduciamo dal Diario di Crispi tre dialoghi ancora inediti tra il gran Cancelliere e Crispi del maggio 1889. In quel mese, come è noto, il re Umberto, accompagnato dal suo primo ministro, si recò a Berlino a restituire la visita ricevuta dall'imperatore Guglielmo l'anno innanzi:
22 maggio. — Alle 4.45 pom. vo dal principe di Bismarck.
Trovo nel salone il Re, il quale conversa con la principessa di Bismarck. Dopo 5 o 6 minuti il Re si congeda con queste parole: «Vi lascio col signor Crispi».
Il principe ritorna al discorso fatto altre volte sulla Russia, e sui suoi progetti nella penisola balcanica.
— Bisogna — egli dice — non impedire alla Russia di andare a Costantinopoli. Collocata quale è oggi, essa è inattacabile. Sul Bosforo diverrebbe debole e potrebbe facilmente esser battuta.
— E la Rumania e la Bulgaria diverrebbero sua preda. [pg!215] Comprendo che, con un Sultano russofilo, l'impresa sarebbe facile; ma l'Europa ci perderebbe.
— Lasciando la Russia libera, la Francia se ne distaccherebbe; ed avremmo anche evitato una grande guerra. Al contrario, se non si lasciasse alla Russia di avanzarsi, essa entrerebbe in Galizia, ed avremmo una crisi generale.
— Quanta è la truppa russa sulle frontiere?
— 200 mila uomini sono verso la nostra frontiera, 300 mila verso i possedimenti austriaci, nulla verso la Rumania. Siete stato mai alla caccia? Bisogna attendere gli animali al varco per ucciderli. Non abbiate fretta, e lasciate che le cose si svolgano da sè. La Russia vuol Costantinopoli, e bisogna lasciar che ci vada. Del resto, non vale la pena di occuparci del Sultano. Che si lasci al suo destino. Una volta i Russi a Costantinopoli, il Sultano si contenterà del loro protettorato; purchè gli lascino l'harem egli non domanderà altro.
— Sarebbe un danno pei piccoli Stati danubiani, i quali sarebbero assorbiti.
— No, la Russia non li toccherebbe. Il suo proponimento è quello soltanto di avere dei principi ortodossi.
— Ed in Rumania pare che si avvii a ciò, la potenza del principe Carlo essendo scossa ed il partito russofilo manifestando l'antico desiderio di mettere sul trono uno degli antichi ospodari.
— I rumeni vanno anche più in là; distruggerebbero l'unità, e rifarebbero i due piccoli Stati con Jassy e Bucarest capitali.
Mentre il principe pronunziava le ultime parole, l'orologio segnava le 5.30 pomeridiane.
Mi alzo, pregandolo a permettermi di riprender domani il discorso. Alle 6 essendovi il gran pranzo a Corte, ero costretto ad andarmene.
23 maggio. — Alle 2 e mezzo giungo alla casa del principe di Bismarck. Egli era in un salone del pian terreno.
Chiesi scusa di esser giunto mezz'ora dopo dell'ora stabilita. Il principe rispose che nulla vi era di male, egli dovendo restare tutta la giornata in casa.
Entrai subito in argomento, e ripresi il discorso al punto in cui ieri era stato interrotto. [pg!216]
— Orbene, Altezza, le cose dettemi ieri io le sapeva. Me ne avete parlato altre volte. Ora vi domando: le avete mai fatte conoscere a Lord Salisbury?
— No; ma ne ho parlato all'Imperatore d'Austria.
— E quale è stata la sua risposta?
— L'Imperatore crede che non bisogna lasciar passare la Russia, ma impedirle di andare a Costantinopoli. L'Imperatore teme degli Ungheresi, i quali sono contrarii a che la Russia si stabilisca sul Bosforo. Ed han torto! La Russia sul Bosforo s'indebolirebbe, finirebbe come tutti gli altri che vi stettero altre volte.
— Ma gl'Imperatori romani vi stettero per molti secoli, ed il Turco v'impera anche da secoli, e quantunque debole, nissuno ha potuto spodestarlo.
— Non l'han voluto spodestare, perchè l'Europa si è sempre opposta alla marcia dei Russi. La Russia questa volta non andrà per terra a Costantinopoli. Essa farà una spedizione per mare.
— Credete voi, che la flotta russa sia forte nel mar Nero?
— Lo diviene; e fra un paio d'anni avrà raddoppiato il suo naviglio. Essa potrà riunire subito da 30 mila a 40 mila uomini e gettarli in Rumelia. Bisogna lasciarla fare, e porre l'Inghilterra in condizione da gettarsi nella lotta.
— Ma voi non ignorate che ci siamo concordati con l'Inghilterra di non permettere alcun mutamento allo statu-quo del Mediterraneo e dello Egeo.
— Non basta. L'Inghilterra potrebbe trovar modo a sfuggire all'adempimento delle fatte promesse. Bisogna comprometterla, ed allora, essendo impegnata a far la guerra, saremo in quattro.
— Credete voi, che la Francia farà presto la guerra?
— Non lo credo. Non è pronta. La sua polvere non dura sei mesi.
— Ma l'Inghilterra anch'essa ha bisogno di tempo. Avrà bisogno di 3 o 4 anni per compiere il naviglio.
— Basterà un paio d'anni. Ma avendola anche oggi con noi, le nostre navi riunite alle inglesi potranno tener fronte alla squadra francese.
— Conoscete un signor Tachard?
— Lo conosco. Stette da me alcuni giorni. Le mie signore lo chiamavano sempre Crachard, perchè sputava sempre, anche sui tappeti. [pg!217]
— Che ne dite del suo progetto, di fare dell'Alsazia e della Lorena uno Stato autonomo neutrale.
— Per darlo a chi?
— Anche ad uno dei vostri principi.
— È finito il tempo degli Stati neutrali. Lo vedete con la Svizzera, la quale arresta i miei agenti. Bisogna che lo Stato, come l'uomo, sia responsabile degli atti suoi.
— Si toglierebbe un motivo di guerra con l'Alsazia e la Lorena neutrali. Che ne dicono in Francia?
— Il Governo francese l'accetterebbe; ma anche con questo, la guerra non sarebbe evitata. Sarebbe tolto a noi di attaccare la Francia per terra, mentre la Francia ci attaccherebbe per mare.
— Avete fede nel Governo austriaco?
— Ho fede nell'Imperatore. Ma non certamente nel Conte Taaffe.
— Taaffe non è amico vostro, siccome non è amico mio.
— Bisogna aggiungere che in Austria son molte le simpatie per la Francia, e si fa tutto il possibile per distaccarla dall'Italia e dalla Germania.
— L'Austria vivrà finchè sarà con voi. L'Imperatore tiene alla nostra alleanza, perchè tiene all'esistenza dell'impero. Lo Czar sarebbe contento del distacco dell'Austria; egli non vorrebbe che la nostra neutralità, ed allora l'Austria sarebbe distrutta. La sua posizione non è come la vostra e la nostra. L'Italia e la Germania vivono delle forze proprie, perchè hanno il cemento della nazionalità.
— Lo comprendo. Ma l'Austria com'essa è, è necessaria all'equilibrio europeo, e giova mantenerla.
— Anch'io sono di questo avviso. Ed ho lavorato sempre a mantenerla. Al 1866 non volli annientarla. Oggi dobbiamo mantenerla.
— Sta bene, ma è necessario che quel Governo non turbi la nostra esistenza.
— L'Imperatore lo sa; e con lui nulla havvi da temere.
— Taaffe è troppo cattolico, e per poco che s'intenda con la Francia, potrebbe suscitarci molestie. Globet negli ultimi giorni del suo governo tentò di risuscitare la Convenzione di settembre.
— Globet non è un uomo abile; ma parmi inverosimile che abbia potuto usare un tal contegno. Il domandare [pg!218] il ristabilimento della Convenzione di settembre sarebbe lo stesso che far occupare una parte del territorio italiano con un esercito. Sarebbe la guerra; e la Francia non commetterebbe cotesto errore.
25 maggio. — Alle 5 e mezzo pomeridiane il principe di Bismarck è venuto a trovarmi. Il discorso versò sull'argomento del giorno, cioè il ritorno del Re in Italia, e perciò sulla via da seguire.
— Siccome saprete, disse il principe, tutto è accomodato. L'Imperatore, spontaneamente, ha rinunziato al viaggio a Strasburgo; solamente ha espresso il desiderio che restiate fino a domani, domenica, e credo che S. M. il Re avrà consentito.
— Vi ringrazio della presa risoluzione. Io ho bisogno di ritornar presto a Roma; le Camere sono aperte, ed il lavoro, che ci resta ancora, è molto.
— Domani, domenica, credete voi che il Re abbia bisogno di un prete?
— È un affare che lo riguarda ed in materia di religione io non entro. Quando siamo a viaggiare in Italia nei palazzi reali è la cappella, e Re e Regina vanno a messa. A Roma, la domenica, vedo il Re dalle 10 alle 12 per la firma dei decreti e delle leggi; e non mi occupo d'altro.
— Avete ancora questioni col Turco?
— Quegli è una bestia; e non sa quello che fa.
— Avete ragione; ma le bestie bisogna addomesticarle e non batterle.
— E i suoi governatori bestie come lui....
— No, più di lui; ma non bisogna tenerne conto. Quando avrete bastonato un cane, sarete per ciò più forte di prima?
— Io credo che sono mal consigliati quei governatori, perchè li trovo sempre insolenti ad ogni occasione, e suscitano brighe senza motivo alcuno. Nell'affare di Hodeida mi tennero a bada per oltre due anni. Avevamo convenuto che per la ingiuria fatta al mio console, il governatore avrebbe dato soddisfazione. Un giorno ebbi da Costantinopoli la notizia che tutto era finito, che la soddisfazione era stata data. Io, per togliere nuovi contatti tra il governatore ed il console, richiamai quest'ultimo. Quale non fu la delusione! Ero stato ingannato; [pg!219] era una menzogna quello che mi era stato assicurato dalla Porta Ottomana. Più tardi nel gennaio di quest'anno, alcuni artiglieri turchi scompongono la tomba di un cittadino italiano e ne violano il cadavere. Reclamiamo e ci vien risposto che si aspettano ordini dal Governo centrale. Domandiamo che li sollecitino per telegrafo e ci vien detto che il telegrafo era rotto. Anche questa era una menzogna. Allora diedi l'ordine al general Baldissera che mandasse le navi. Nel mar Rosso non potevo permettere che l'Italia fosse trattata così male. La Turchia, con le sue follìe, può essere scusata altrove, ma non nel mar Rosso.
— Andrete in Africa?
— Sventuratamente vi siamo, Altezza. Soltanto bisogna trovar modo di starvi bene. All'Asmara, nel paese dei Bogos e altrove vi sono terreni da coltivare; e anche potremo avere una frontiera naturalmente strategica.
— Gl'inglesi però, dopo aver conquistato l'Abissinia, l'abbandonarono. Se fosse stato possibile colonizzarla, vi sarebbero rimasti.
— Agl'inglesi bastò di imporvi il segno della loro potenza, e non ebbero altro scopo con la loro spedizione. Noi, l'Italia e la Germania, siamo venuti tardi. Abbiamo trovate occupate nell'Asia, nell'Africa e nell'America le regioni coltivabili e ci resta poco a fare.
— Volete comperarvi i possedimenti tedeschi dell'Africa?
— Altezza, io sono pronto a vendervi i possedimenti italiani!»
Se la Bulgaria ha potuto ordinarsi e sviluppare le sue risorse sotto il savio governo di Ferdinando di Coburgo, non piccolo merito spetta a Crispi che, dal giorno dell'elezione di quel principe, sostenne con successo nei consigli d'Europa il non-intervento, in omaggio al principio di nazionalità. L'Inghilterra dapprima si era disinteressata delle sorti dell'elezione fatta dall'assemblea bulgara di Tirnovo, e non si opponeva alla pretesa russa che il Sultano rifiutasse di confermarla, come, mancando il consenso unanime delle grandi potenze, gliene dava diritto il trattato di Berlino. Mutò atteggiamento dipoi, associandosi alla proposta italiana che si rispettasse il volere del popolo bulgaro. [pg!220]
Senza riprodurre qui documenti già da noi pubblicati, giova tuttavia, a esporre esattamente il pensiero di Crispi, che ricordiamo poche frasi contenute in telegrammi di quel tempo:
Crispi al Re (16 agosto 1887):