«Il barone Blanc mi comunica la di Lei lettera del 23 corr. nella quale è fatto cenno della mia del giorno 9....

Noi possiamo comprendere la delicatezza della posizione che la Germania deve considerare di fronte alla Francia, nella attuale condizione di cose internazionali; il fatto che non esiste più in Germania una forte corrente per la guerra, che la Francia è oggi più forte di un tempo e resa più baldanzosa dall'appoggio della Russia, non ci pare dispensi la Germania dal dover considerare il danno che alla forza ed alla autorità della triplice alleanza deriva da tutto ciò che viene a colpire [pg!289] l'Italia, ad onta della triplice stessa, e può ben dirsi pel fatto della sua esistenza.

Non ho d'uopo di ripeterle che, in realtà, le difficoltà contro cui dobbiamo ora combattere ci derivano in gran parte dai vincoli che ci uniscono alla Germania; e se non è pensier nostro pretendere dalla lettera e dallo spirito del trattato di alleanza conseguenze che a Berlino possano sembrare eccessive, non è men vero che noi dobbiamo chiederci ora più che mai se ed in qual grado e modo tuteli i nostri interessi un trattato che ha bensì lo scopo principale di prevenire ed impedire la guerra in Europa, ma che non si dovrebbe veramente poter considerare come estraneo a ciò che, in forma più o meno larvata, equivalga ad una guerra mossa fuori di Europa all'una o all'altra delle potenze alleate.

A Parigi — le si è detto dal barone Marschall e dal barone Holstein — non si ignorano le simpatie della Germania per l'Italia, si sa benissimo che la Francia non potrebbe attaccare l'Italia senza che la Germania accorra in sua difesa. Ma il fatto certo è che questi attacchi della Francia non sono più una ipotesi da considerarsi per un incerto futuro, sono un fatto ormai esistente, che mira, non solo a combattere l'Italia in Africa, ma ad indebolirla in Europa.

Non comprendo come possa ritenersi a Berlino che ciò sia in realtà destinato a rimanere senza influenza su quella situazione internazionale che ha la sua base principale per la Germania stessa nella potenza della triplice, poichè indirettamente i due imperi non possono non risentirsi di ciò che tocca la forza dell'Italia; come l'Italia si risentirebbe di ciò che in Europa o fuori d'Europa toccasse alla forza della Germania e dell'Austria-Ungheria. Comunque, se a Berlino si è risoluti a non escire assolutamente da quella riserva che induce la Francia a ritenere di poter considerare l'Italia come isolata, è ben naturale che da noi si consideri il trattato di alleanza nei suoi rapporti, non più soltanto di una conflagrazione generale, ma benanche della situazione speciale che esso produce fra Italia e Francia isolatamente.

E poichè s'avvicina il momento in cui una decisione sul patto che le unisce può esser presa dalle tre potenze alleate, ho voluto richiamare sul grave argomento tutta [pg!290] l'attenzione di V. E. perchè Ella ne prendesse norma nel suo linguaggio presso codesto Governo e anche presso S. M. l'Imperatore.

Ella mi si dichiara profondamente convinto dell'importanza e dell'utilità del trattato, anzi, della sua necessità, malgrado gl'inconvenienti che possa avere. Su ciò le ho espresso già in parte il mio pensiero, e mi riservo di scrivere ancora all'E. V.

Un trattato di alleanza, sia pure concluso allo scopo d'impedire la guerra, perde gran parte del suo valore quando si dimostra nella pace inetto a tutelare gl'interessi dei contrattanti. Senza dire che nella mente dell'Italia e degli Italiani, oltre e più che di un patto scritto e limitato a certe date evenienze, si tratta di una solidarietà morale e politica, che, trovando la sua ragione nella storia, nella geografia, nella logica internazionale, ha fatto sì che quel patto non avesse quasi oppositori, mentre se tale solidarietà venisse a mancare per parte della Germania, il giudizio sulla convenienza di quel patto verrebbe certo a modificarsi in molta parte del popolo nostro.

Ora, non può ignorarsi a Berlino la forza che oggi deriva ai patti diplomatici dal suffragio delle masse; tanto più quando quei patti implicano la reciproca fratellanza delle armi e del sangue. Le alleanze hanno infatti oggi tanto maggiore efficacia, quanto più sono popolari, e non possono essere popolari se non si dimostrano utili.

Il popolo italiano non è ancora disilluso dell'alleanza con la Germania; ma chi può assicurare che non lo sarà domani, così seguitando le cose? E se il Governo italiano venisse dalle circostanze chiamato all'adempimento dei suoi impegni verso la Germania, quando l'alleanza fosse divenuta impopolare, certo esso non mancherebbe ai suoi doveri internazionali, qualunque fossero gli uomini al potere; ma esso si sentirebbe ben debole di fronte al suo stesso paese, e lo sarebbe per conseguenza anche di fronte al suo alleato.

Non posso quindi a meno d'insistere sopra la gravità di uno stato di cose che si fa per noi sempre meno tollerabile, poichè facendoci subire in una pace formale i danni di una guerra a cui l'alleanza non provvede, senza gli eventuali vantaggi che in una guerra dichiarata l'alleanza [pg!291] dovrebbe assicurarci, rende incerta e mal sicura la base stessa della nostra posizione internazionale».

Il problema era posto in tali termini che l'Imperatore stesso sentì l'opportunità di studiarlo per cercare una soluzione. E poichè aveva grande stima di Crispi, decise di venire in Italia per conferire con lui:

«Berlino, 29 febbraio 1896.

«S. M. l'Imperatore venne oggi casa mia per pregarmi far conoscere al Re suo vivo desiderio incontrarsi con lui profittando occasione per far prima un viaggio in mare coste italiane che i medici giudicano necessario per salute Imperatrice. S. M. l'Imperatore avrebbe quindi progettato giungere con S. M. l'Imperatrice a Genova nel più stretto incognito ed imbarcarsi subito colà nel suo yacht. Da Genova andrebbe a Napoli a visitare fratello, quindi coste Sicilia e di là a Venezia. A Venezia potrebbe essere non più incognito e aver luogo, se S. M. il Re consente, ricevimento e incontro ufficiale.

Lanza.»

Disgraziatamente, tre giorni dopo Francesco Crispi era obbligato ad abbandonare il Governo.

Scomparso il ministero Crispi per una battaglia perduta in Africa, cadde nel nulla anche il suo programma di politica estera. I patti della Triplice alleanza non furono modificati secondo la nuova situazione internazionale, e i ministeri italiani che seguirono si abbandonarono a quella politica di concessioni e di compensazioni che fruttò soltanto sospetti, danni e nessun vantaggio. Vennero le convenzioni franco-italiane per la Tunisia del 28 settembre 1896, le quali non garentirono i nostri interessi economici e morali, e la convenzione marittima del 1.º ottobre, che giovò soltanto alla marina mercantile della Francia; venne «la pace commerciale», del 21 novembre 1898, che fu difesa con la «ragione politica» e che in realtà fece riprendere al commercio francese parte del terreno perduto, e ben poco giovò al commercio italiano. Poi, il primo viaggio all'estero del nuovo Re d'Italia, dopo la tragedia di [pg!292] Monza, ebbe per méta Pietroburgo e non Berlino. Poi, ancora, l'Italia accettò l'egemonia francese al Marocco, in cambio di una ipotetica libertà d'azione in Libia, col conseguenziale contegno ad Algesiras, favorevole alla Francia, nel conflitto sollevato dalla Germania.

Il principe di Bülow parlò a proposito della condotta della nostra diplomazia alla Conferenza di Algesiras, dei tours de walzer dell'Italia. Ma la sua ironia non fu equa. I tours de walzer erano stati consigliati dalla Germania, siccome abbiamo documentato, per sottrarsi al ballo essa medesima. E dettero quella garenzia che potevano dare agl'interessi dell'Italia nel Mediterraneo.

FINE.

[pg!293]

[INDICE ALFABETICO dei nomi citati nel volume.]

Abdul-Hamid, sultano turco, [pg 250]_.
Accinni, ammiraglio italiano, [pg 252]_.
Adamoli Giulio, sotto segretario di Stato, [pg 191]_.
Alberto, arciduca d'Austria, [pg 274]_.
Allegro, generale tunisino, [pg 19]_, [pg 21]_, [pg 22]_.
Andrássy conte Giulio, cancelliere dell'impero austro-ungarico, [pg 97]_.
Antongini, [pg 135]_.
Aosta (duca d') Emanuele Filiberto, [pg 274]_.
Atchinoff, ufficiale dei cosacchi, [pg 285]_.
Avarna, duca, incaricato d'affari italiano a Vienna, [pg 115]_, [pg 228]_.