Crispi all'ambasciatore d'Italia a Berlino:
«Roma, 9 febbraio 1896.
Signor Ambasciatore,
Parmi utile che Vostra Eccellenza abbia notizia di una conversazione da me avuta oggi stesso con questo ambasciatore di Germania.
Ho creduto conveniente che il rappresentante di S. M. l'Imperatore Guglielmo in Roma fosse, al pari del rappresentante di S. M. il Re in Berlino, a perfetta conoscenza del pensiero del Governo italiano sulla situazione che ci è creata dalla ostilità della Francia e insieme dalla triplice alleanza. A conforto quindi di quanto già il barone Blanc aveva avuto occasione di esporre al signor de Bülow, ho richiamato sopra tale situazione l'attenzione del signor de Bülow stesso. [pg!284]
Gli dissi che, desiderosi anche noi, come sempre, di evitare complicazioni e di consolidare la pace, avevamo completamente diviso il modo di vedere, espressoci replicatamente dal Governo germanico, circa alla convenienza di venire tra Francia ed Italia ad accordi sopra le speciali questioni riguardanti i due paesi. Il regio ambasciatore a Parigi aveva quindi ricevuto istruzione di cogliere — ed aveva colto infatti — tutte le occasioni per rendere noti al Governo francese i nostri intendimenti più concilianti. Così è che, approfittando delle espressioni di simpatia e quasi di solidarietà civile contro la barbarie, dirette al regio ambasciatore dal presidente del Consiglio, dal ministro degli affari esteri e dal Presidente della Repubblica Francese a proposito della nostra guerra d'Africa, il Conte Tornielli era stato autorizzato a lasciar comprendere, ancora una volta, il nostro desiderio di venire ad accordi concreti per tutte le questioni ancora insolute tra Francia ed Italia, come la delimitazione nell'Africa orientale, il regime commerciale e personale in Tunisia, ecc.
Ancora una volta il Governo francese aveva mostrato a tutta prima di comprendere e di apprezzare il valore delle importantissime concessioni che noi ci chiarivamo disposti a fare; ma, ancora una volta, al momento di venire a qualche conclusione positiva, il Governo francese ne declinava ogni possibilità.
Aggiunsi al signor de Bülow che, mentre il Governo italiano aveva fatto così quanto gli era ufficialmente possibile, per venire agli accordi che la stessa Germania aveva mostrato di desiderare, io non aveva voluto darmi per vinto; e, approfittando della circostanza che un mio alto ed egregio funzionario, godente insieme di tutta la mia fiducia e dell'amicizia personale del signor Bourgeois, da lui stesso altra volta presentatomi, si recava a Parigi incaricato di una missione tecnica, gli avevo detto che, vedendo il Presidente del Consiglio francese, ne approfittasse per fargli presente che il momento non avrebbe potuto essere più favorevole per risolvere, d'accordo col Governo italiano, ogni questione irritante; che egli sapeva essere il Governo italiano in ottime disposizioni per ciò, mentre, d'altro lato, il paese avrebbe accettato, a questo proposito, da un Ministero da me presieduto, anche ciò che con altri [pg!285] Ministeri gli sarebbe sembrato costituire un atto di debolezza.
Ora, la risposta del signor Bourgeois era stata questa:
«Sentite, gli animi di tutti i Francesi sono sempre volti alle Provincie perdute, e nulla, checchè avvenga, varrà mai a distornerli; nessuno accetterà mai la separazione dell'Alsazia e Lorena dalla Francia come un fatto definitivo ed irrimediabile; a quella separazione tutti i Francesi riferiranno sempre le altre questioni; non vi potrà dunque essere mai accordo alcuno tra noi e l'Italia, finchè questa, essendo alleata della Germania, contribuirà a quella separazione».
Il signor de Bülow parve molto impressionato da ciò che io gli esponeva. Gli feci allora considerare come tutti gli sforzi nostri per la consolidazione della pace s'infrangessero contro una volontà che è stata ed è in Francia comune a tutti i ministri e a tutti i gabinetti; che fatti e dichiarazioni l'hanno patentemente chiarito; e come quella volontà annullasse per noi quei benefici della pace che ci dovevano essere garantiti dalla triplice alleanza, poichè, per la triplice appunto, la Francia si credeva in diritto di considerarsi di fatto in guerra con noi e ce lo dimostrava in ogni questione, col maggiore nostro danno; quanto è avvenuto e quanto avviene ora in Abissinia non ne era che un esempio.
Ricordai a questo proposito al signor de Bülow che, mentre era cancelliere dell'Impero il principe di Bismarck, quando i rapporti franco-italiani minacciavano di peggiorare vieppiù per le intolleranze, la indebita ingerenza e l'ostilità della Francia, il Governo germanico non esitava a far comprendere a Parigi che non si doveva passare il segno; e a Parigi lo si comprendeva. Così avevano potuto risolversi pacificamente, secondo il diritto e la convenienza internazionale, incidenti come quelli dei Greci di Massaua, del consolato francese di Firenze, della spedizione Atchinoff, delle istituzioni italiane in Tunisia, ecc. Il Governo francese aveva allora dovuto persuadersi che l'alleanza italo-germanica era un patto efficace non solo pel caso di guerra, ma per prevenire la guerra, garantendo anche in tempo di pace alle potenze alleate la difesa reciproca dei rispettivi interessi.
Ora, aggiunsi, sembra che la Francia siasi formata [pg!286] della triplice e specialmente dell'alleanza italo-germanica un concetto tutto diverso: un concetto, cioè, per cui la Francia potrebbe offendere impunemente l'Italia, perchè alleata della Germania, sicura, d'altro lato, che la Germania non le opporrebbe ostacolo di sorta.
Quindi, io conclusi, desideravo che il signor de Bülow facesse presente tutto questo a S. M. l'Imperatore e a S. A. il cancelliere, avendo io la fiducia che tutto ciò sarebbe tenuto da essi in amichevole considerazione.
Queste mie dichiarazioni mi parvero tanto più opportune, visto che ci avviciniamo al mese di maggio, all'epoca, cioè, in cui si dovrà da una parte e dall'altra decidere sulla opportunità di confermare o meno, puramente e semplicemente, il trattato di alleanza.
Del linguaggio da me tenuto al signor de Bülow Vostra Eccellenza potrà mostrarsi edotta presso codesto Governo.
Crispi.»
Signor Ambasciatore,
I negoziati intavolati a Londra per stabilire un'intesa concreta negli affari di Oriente e nel Mediterraneo tra l'Italia, l'Austria-Ungheria o l'Inghilterra, erano paralleli alle rimostranze che Crispi faceva alla Germania. Se i primi fossero riusciti, le seconde sarebbero divenute meno urgenti e perentorie, poichè l'Italia avrebbe trovato nella solidarietà inglese una garenzia degli interessi ai quali era estranea la triplice alleanza. In verità, la Cancelleria germanica esercitò tutta la sua abilità per indurre lord Salisbury a ritornare alla politica anteriore al 1891; l'ambasciatore Hatzfeldt in quei giorni era continuamente al Foreign-Office, ma v'incontrava sempre il signor de Courcel, ambasciatore francese. L'esito del duello tra la triplice e la duplice franco-russa fu favorevole a quest'ultima: lord Salisbury confermò il mutamento della politica estera britannica. Il 10 febbraio, infatti, il conte Nigra telegrafava:
«Goluchowski mi ha detto essere stato informato da Deym che Salisbury gli ha dichiarato lealmente che non poteva assumere coll'Austria-Ungheria e coll'Italia nessun impegno più preciso di quello del 1887».
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Il che voleva dire che non s'intendeva dare pratico seguito a quell'impegno, dimostratosi inefficace quando sopraggiunse la cattiva volontà, e solo per cortesia si esprimeva una platonica intenzione di procedere d'accordo, la quale non escludeva ogni dissenso.
Non rimaneva al governo italiano che rivolgersi agli alleati. Ma in Germania si era poco ben disposti a considerare la difficile posizione dell'Italia; anzi il vecchio e stanco principe di Hohenlohe[45] si mostrava allarmato delle esigenze di Crispi. Da Berlino si scriveva:
«Il timore che si ha qui che noi cerchiamo di forzar la mano alla Germania, contribuisce certo a rendere il Governo Imperiale più restìo a parlar alto a Parigi a tutela dei nostri interessi. Io mi sono astenuto dal parlar di diritti nostri e di doveri della Germania nello stretto senso della parola, ma non ho tralasciato d'insistere sul fatto che tutte le difficoltà che incontriamo a Parigi, tutte quelle che ci vengono create in Abissinia, dipendono dall'essere noi membri della Triplice Alleanza e il solo fra quei membri sul quale i nemici di essa possano sfogare le loro ire. Il barone Marschall, che di ciò conviene meco pienamente, si dimostra anche disposto ad assisterci; ma come farlo efficacemente senza andar incontro a pericoli, a danni maggiori e d'ordine generale? A Pietroburgo gli ordini dati al Principe Radolin, le recenti dichiarazioni stesse del Principe Lobanoff circa il Leontieff, non lasciano dubbio che quel rappresentante germanico agisce, con prudenza ed energia, in nostro favore, d'accordo col conte Maffei. Ma più che a Pietroburgo noi vorremmo, noi avremmo bisogno che la parola autorevole della Germania si facesse sentire sulla [pg!288] Senna e qui cominciano le dolenti note. Ho avuto lunghe e ripetute conversazioni col barone Marschall e col barone Holstein in tutti questi ultimi giorni; essi hanno studiato, con amichevole premura devo dirlo, la questione sotto tutti i rapporti, ma la risposta che mi si fa è sempre la stessa: «A Parigi non si ignorano le simpatie della Germania per l'Italia, si sa benissimo che la Francia non potrebbe attaccar l'Italia senza che la Germania accorra in sua difesa; ma intervenire ora, fare pressioni sulla Francia in questioni come quelle delle trattative per le delimitazioni in Africa, per le relazioni commerciali in Tunisi, senza la certezza che quell'intervento sorta immediato effetto favorevole, la Germania non può. In altri tempi, come quelli cui allude S. E. Crispi, in cui esisteva in Germania una forte corrente per la guerra, e la Francia non era forte come oggi, nè resa più baldanzosa dallo appoggio della Russia, poteva la Germania permettersi di tenir le verbe haut. Esporsi ora ad un rifiuto o ad una semplice fin de non recevoir per parte della Francia, la Germania non può; e non deve, senza essere esposta a subirne le conseguenze e rompere en visière col Governo della Repubblica. Il Presidente del Consiglio italiano e il barone Blanc, concludeva il barone Marschall, da veri uomini di Stato, devono comprendere quanto sia delicata la posizione della Germania verso la Francia e come un nulla possa turbare le nostre relazioni con essa e provocare complicazioni che è anche interesse dell'Italia di evitare.
Alle obiezioni, delle quali si faceva organo l'ambasciatore Lanza, rispondeva Crispi: