L'Inghilterra, lasciata libera di trascurare gli accordi che aveva con l'Italia per l'Oriente e pel Mediterraneo, si preoccupava soltanto della contestata sua posizione in Egitto e tendeva a cedere in Africa alla Francia, in tutte le questioni nelle quali era interessata l'Italia, così per l'Harrar e Zeila, come per Tunisi.
La Russia, come si era fatta guardiana degli Stretti, per difendere, insieme al suo dominio incontrastato nel Mar Nero, la propria influenza sulla Turchia, e aveva, rompendo il concerto europeo, impedito che anche l'Italia riprendesse, a fianco dell'Inghilterra, posizione in Oriente, intrigava, insieme alla Francia, in Abissinia, avanzando altresì la pretesa di un protettorato ortodosso con lo scopo di ostacolare l'influenza italiana.
L'Austria-Ungheria, infine, nonostante l'alleanza con l'Italia, si era sentita così libera da iniziare trattative commerciali col governo francese per la Tunisia, senza prevenirne nè informarne il governo italiano.
Da questa situazione risultava che l'Italia legata all'Inghilterra, alla Germania e all'Austria-Ungheria da convenzioni di reciproca garenzia, era, a causa di quelle convenzioni, combattuta dalla Francia in questioni vitali e, nella lotta, lasciata sola dalle alleate. Cosicchè la Francia, pur non conoscendo i patti della Triplice alleanza, era giunta con un processo intuitivo di [pg!278] eliminazione, a conoscerne la portata, e procedeva quindi brutalmente nella sua guerra coperta a tutti gl'interessi italiani, avendo la sicurezza di non incontrare ostacoli da parte della Germania e dell'Austria-Ungheria. Si può anche aggiungere che a nostre spese essa si era indennizzata della perdita dell'Alsazia-Lorena, acquistando preponderanza in tutto il Mediterraneo occidentale e negli hinterlands delle regioni del Nord-Africa, dall'Atlantico sino all'Alto Nilo.
Esposta per tal modo l'Italia nello stato di pace a tutti i danni della guerra, al governo italiano, per la salvaguardia degl'interessi nazionali, si presentavano due vie: sciogliersi dalla Triplice alleanza cedendo alle pressioni francesi, o denunziare il trattato per sostituirlo con un altro che non prevedesse soltanto la guerra, ma fosse una garanzia per l'Italia anche nello stato di pace.
La prima via era irta di pericoli: seguendola, l'Italia sarebbe ritornata nelle condizioni d'isolamento nelle quali si era trovata sino al 1882, cioè prima della sua accessione all'alleanza austro-germanica, in balìa delle sopraffazioni francesi e della irritazione delle ex-alleate. La seconda via era più conveniente, e Crispi la preferì.
D'altronde, egli che non aveva mai ammesso che l'alleanza dell'Italia con le potenze centrali fosse una dedizione degl'interessi italiani, doveva nei precedenti della sua azione diplomatica attingere la fede di potere rompere il ghiaccio del particolarismo austro-germanico formatosi nei tre anni della sua lontananza dal Governo.
I documenti che seguono hanno un altissimo interesse storico: essi contengono i termini del problema che s'imponeva, l'ansietà patriottica del governo di Crispi e i suoi propositi.
Diario — 20 gennaio 1896.
Il barone Pasetti, ambasciatore d'Austria-Ungheria, giusta la fatta domanda, giunse alle ore 15.
Egli cominciò a discorrere degli accordi del 1887, della insufficienza dei medesimi per lo scopo cui si riferiscono. Il barone si espresse con diffidenza del Ministero britannico, e si lagnò del medesimo per aver agito a Pietroburgo senza averne avvertito i due alleati. Soggiunse, [pg!279] che bisognerebbe render più precisi gli accordi, modificandoli od ampliandoli, per renderli più sicuri.
Risposi, rifacendo la storia dei fatti che ci condussero ai suddetti accordi. Dissi che per me non hanno cessato di aver vigore le obbligazioni allora assunte. Ricordai che essendo stati trascurati tali accordi sotto Rosebery, all'avvento di Salisbury abbiamo interpellato questi, e ci fu risposto ch'egli riteneva ancora esistenti quegli accordi. Soggiunsi, che avevo fede nel ministro inglese, quantunque incerto talora ed esitante.
Il barone Pasetti fu lieto della opinione mia favorevole a lord Salisbury. Ripetè che, nondimeno, era necessario dare alle note del 1887 maggiore precisione. Espose dei dubbi sul contegno del Governo tedesco.
A questa osservazione dovetti rispondere, che gli accordi del 1887 erano stati fatti coll'intesa di Berlino e conseguentemente con l'approvazione del Principe di Bismarck, il quale dichiarò che stava al di fuori degli accordi. Egli voleva che gli obblighi fossero limitati tra l'Austria, l'Inghilterra e l'Italia. La Germania, pel momento in disparte, entrerebbe quando la Francia avesse preso parte diretta nelle cose d'Oriente e del Mediterraneo.
Certamente oggi in Berlino non potrebbe prevalere una politica diversa; e non bisogna diffidarne.
Conclusi, che noi stiamo fermi agli accordi del 1887; se giova renderli più precisi, noi vi ci presteremo. In questo caso ne avverta Vienna affinchè l'ambasciatore italiano e quello dell'Austria-Ungheria a Londra facciano le pratiche necessarie presso lord Salisbury.
Se lord Salisbury ha proceduto solo, ciò ha fatto per precauzione, e nel dubbio che i due alleati non lo seguissero. Non dobbiamo dimenticare la condotta nostra al 1878 ed al 1882. Tanto nella guerra contro la Russia, quanto per la insurrezione egiziana, l'Inghilterra fu lasciata sola. Aggiungete che in questi ultimi anni, dopo il mio ritiro al 1891, dei tre Governi ciascuno ha fatto a modo suo, e noi nelle quistioni del Mediterraneo, a Tunisi per esempio e nell'Eritrea, ci siamo trovati soli; la Francia ha fatto quello che ha voluto.
E che si è fatto in Oriente? Le flotte presenziarono le carneficine turche, e nissuno se n'è impensierito. Anche l'Austria fece da sè. [pg!280]
— Dica al suo Governo, che l'Italia procederà lealmente coi suoi alleati. Mettiamoci d'accordo, e il mio Governo non mancherà al dover suo.
Diario — 21 gennaio.
Il conte Nigra ed il barone Blanc giungono a casa mia alle ore 15 e 10 minuti.
Il discorso si è aggirato su gli accordi del 1887. Dissi al nostro ambasciatore come in fatto quegli accordi siano rimasti inefficaci. Anche nella quistione orientale, tanto l'Inghilterra quanto l'Austria, ciascuna ha agito isolatamente senza averne prevenuto i due Governi alleati.
Riferii al conte Nigra il mio colloquio di ieri col Pasetti.
Il barone Pasetti manifestò che a Vienna diffidano di lord Salisbury, e chiedono che agli accordi del 1887 si dia precisione negli obblighi e negli scopi.
Osservai che, se vi è potenza che debba lagnarsi del modo come si son condotte l'Inghilterra e l'Austria, è l'Italia. Il nostro Governo, da parecchi anni in quà non ebbe l'ausilio dei due alleati. Tanto dalla triplice continentale, quanto dalla orientale, siamo stati lasciati soli. Ciò non avvenne mai prima del 1891 e specialmente quando Bismarck era al potere. Accetto quindi che gli accordi del 1887 si rivedano e si rendano più precisi; ma chiedo innanzi tutto che i firmatarii eseguano quanto avran pattuito.
Il conte Nigra affermò che non bisogna dubitare che l'Austria possa avvicinarsi alla Russia, e n'è garentia il fatto che a Vienna il ministro degli affari esteri è un polacco. Ciò posto, dobbiamo ritenere che l'Austria è interessata a rispettare la nostra alleanza.
Il ministro Blanc espose alcune sue osservazioni sulla condotta dell'Austria verso di noi. Conchiuse anche lui che gioverebbe al mantenimento della alleanza il rivedere gli accordi del 1887.
Partito Blanc verso le ore 15 e 45, siamo rimasti, Nigra ed io, un'altra buona mezz'ora insieme.
Il conte perorò la buona fede dell'Austria verso di noi.
Ci rivedremo. [pg!281]
Diario — 22 gennaio.
Il barone de Bülow giunge alle ore 18.
Il barone cominciò col chiedere notizie dell'Africa, felicitandosi della condotta dei nostri soldati. Venendo poi alle cose di Europa, affermò che la Germania sarebbe stata sempre con noi. Su questo feci qualche osservazione.
Dissi che dei beneficii dell'alleanza, io mi accorsi ai tempi di Bismarck, non dopo coi successori. Prima del 1890 appena una questione sorgeva, ne avvertivo Bismarck, ed egli, tanto in Londra, quanto a Parigi faceva sentire la sua parola e tutto andava pel meglio.[44] Della Triplice [pg!282] Alleanza noi soli abbiamo sentito il peso. Alle frontiere della Francia, nostra accanita nemica, noi abbiamo quotidianamente a provare fastidi d'ogni genere.
Il barone non potè negarmi che ai tempi di Bismarck le cose procedevano in miglior modo per noi. Soggiungeva però che il suo Governo si interessa delle cose d'Italia, e che noi l'avremmo al nostro fianco tutte le volte che ne sorgesse il bisogno.
Parlammo delle cose di Oriente, e non volli lasciar passare l'occasione per dichiarargli che l'Europa, con le sue navi tenute inerti nelle acque della Turchia, ha dato prova della sua impotenza.
Ritornati alle cose di Francia, ripetei che gran danno noi proviamo per gli odii di quella nazione e per le insidie di quel Governo.
Diario — 9 febbraio, ore 17.
Sono andato dal barone de Bülow alle 5 pomeridiane. Lo scopo era di parlargli delle relazioni tra l'Italia e la Francia.
Dissi all'ambasciatore tedesco:
— Più di una volta ci son venuti consigli da Berlino perchè trovassimo modo di accordarci con la Francia in tutte le speciali quistioni che interessano i due paesi.
Non ci siamo riusciti! Sono pochi giorni ancora, avendo mandato a Parigi un nostro funzionario, ci servimmo di questa occasione per esplorare l'animo del signor Bourgeois, il quale, come sapete, è il presidente dell'attuale Ministero francese. Questo funzionario parlò delle varie quistioni pendenti tra noi e la Francia, e disse che giammai come oggi potrebbe trovarsi un accordo fra i due Governi, essendo Crispi al potere.
Il Bourgeois rispose a un dipresso nei seguenti termini:
«Un accordo tra i due paesi non è possibile, finchè l'Italia fa parte della Triplice. Il popolo francese vi si ribellerebbe. Tutti qui tengono gli occhi rivolti alle provincie perdute, e sanno che l'Italia alleata della Germania è di ostacolo al ritorno delle medesime alla madre patria. Assicuratevi che finchè voi farete parte della Triplice non è possibile intenderci». [pg!283]
Siccome vedete, caro barone, il signor Bourgeois fu molto esplicito e noi vediamo in tutto il contegno di lui verso di noi una asprezza tale che non lascia speranza di venire ad un accordo.
La Francia ci fa la guerra dappertutto. In Europa ed in Africa noi ci troviamo il Governo francese di fronte in ogni occasione e sempre malevolo. Dicesi che la Triplice fu stipulata per mantenere la pace. Per noi è il contrario. La Triplice per noi è la guerra. In Italia siamo insidiati per mezzo del Vaticano, e fuori con tutti i mezzi che può adoperare una diplomazia astiosa e sottile. I nostri commerci sono interrotti, e nessun trattato è possibile, nè in Tunisia, nè tra Francia ed Italia. Sventuratamente la Francia è alle nostre frontiere, e non possiamo fare a meno di avere rapporti con essa.
Ai tempi di Bismarck le cose erano meno difficili, perchè la parola del principe spesso si faceva sentire a Parigi.
E tutto ciò avviene perchè ci s'imputa a colpa di far parte della Triplice. Vi prego scriverne al principe di Hohenlohe, e far giungere queste mie dichiarazioni all'Imperatore. È una posizione intollerabile la nostra. Ve lo ripeto, per noi questo stato di cose è peggiore della guerra.
Il barone de Bülow parve impressionato delle mie parole e mi promise che ne avrebbe scritto a Berlino.