— E s'io non volessi ascoltar la preghiera?
— Stiepo, ella non è altrimenti preghiera: è un comando. Tu non dirai nè anco una parola sul conto mio! — E così dicendo lo fissava con quel guardo che annunzia una ferma risoluzione e la forza morale per porla ad effetto. Stiepo ne fu involontariamente un po' sconcertato, e volle sottrarsi all'influenza che quello sguardo esercitava per la prima volta sopra di lui. Cambiò discorso, e soggiunse: — Tu non avrai la Matilde. Ella è figliuola d'un bravo cacciatore, e sceglierà uno sposo degno di lei.
— Non si tratta ora nè di Matilde, nè della sua scelta. Si tratta della tua vita! —
Stiepo voleva ridere, ma l'occhio fiso ed immobile del suo cugino gliene tolse la voglia. Ei gli voltò le spalle e andò a collocare il suo lupo in una stalla deserta in fondo al cortile della sua casa. Là gli trasse destramente la musoliera senza slegarlo però dal laccio che lo teneva assicurato a un grosso anello di ferro fitto nel muro.
IV.
Matilde intanto, come seppe del cane, cominciò a strillare e domandava il nome del feritore. Non so quale de' cacciatori si lasciò sfuggire il nome del disgraziato giovane. — Già doveva esser lui! — gridò la fanciulla irritata. — È stato Ivo veramente? — domandò essa a Stiepo che soprarrivò in quell'istante.
— Ma! — rispose egli imbarazzato. Tutti lo dicono. — Matilde si prese in braccio il suo Lampo, e cominciò ad accarezzarlo e a compiangerlo senza ripigliare il discorso.
Stiepo gioì nel suo interno, perchè credette perduto il suo rivale nel cuore di lei. — Io vi ho condotto un bel lupo vivo in iscambio, — seguiva egli. — Non ha che una gamba rotta; del resto è un bell'animale. Verrete voi a vederlo, Matilde? Voi non siete già donna da pigliarne spavento. Aspetteremo il cugino che se l'è lasciato venire addosso così goffamente. Se il mio fucile fosse stato men pronto, guai alle sue gambe! Ivo sarebbe ora in cura come il povero Lampo. Ma voi me l'avevate raccomandato, ed io non l'ho perduto d'occhio un momento.
— Lo credo, — disse Matilde ironica. Ella conosceva già l'umore dell'uomo feroce. Troppo buona per farsene complice, non era che spensierata, e rideva spesso senza pensare che quelle risa amareggiavano troppo profondamente chi n'era l'oggetto. — Sì, sì, — soggiunse: — aspettiamo Ivo, e andremo a fare una visita al lupo. Già sarà ben legato, eh? che alcuno non abbia a spaventarsene un'altra volta. —
In questo mezzo sopraggiunse Ivo serio serio: salutò Matilde e contenne nuovamente il cugino collo sguardo incisivo di poco prima. Matilde, senza far mostra d'accorgersene, lo comprese. — Voi mi avete ferito il cane — gli disse con aria dubbiosa fra la stizza e il rimprovero.