Alla fine, dopo averlo cercato da lungi, se lo trovò dappresso. Milano non è, come alcune città d'Italia, fabbricato sopra un piano eminente. Ti sorge improvviso dinanzi agli occhi, come un'oasi dell'arte e della civiltà. Ecco Milano! Ecco Milano! fu il grido unanime di tutti i Lombardi che si trovavano nei varj scompartimenti della vettura. Chi si soffregò gli occhi, chi rassettò i suoi vestiti, chi cercò il suo cappello, chi raccolse il bagaglio per non perdere un minuto all'arrivo: tutti ravvivarono, rasserenarono il viso, come segue dopo un lungo e nojoso viaggio, quando ci avviciniamo al luogo desiderato.

Cosimo divise cogli altri per un momento l'ansietà della gioja. Ma tutto ad un tratto si rabbrunì. Dove andrebbe egli? Dove dirigerebbe i suoi passi? A qual porta picchierebbe a quell'ora così d'improvviso? Egli non aveva annunziato il suo ritorno ad alcuno, nè pure ad Angela. Non era probabile che il direttore dell'istituto ortopedico si fosse affrettato a darne conto alla famiglia Lanzoni: nè, se pure l'avesse fatto, la lettera sarebbe potuta giungere prima di lui. L'idea fissa che l'avea dominato era quella di andar difilato a suo padre, di farglisi conoscere, di abbracciarlo con infinito amore, o giudicarlo con tutta la severità di un orfano a cui si ricusa il diritto più sacro. Ora, al momento di presentarsi al conte d'Andria, al momento di squadernargli dinanzi agli occhi quel documento che stringeva nelle mani convulse, l'animo, prima così risoluto, esitò. La diligenza si arrestò nel vasto cortile della stazione: tutti erano discesi, e s'avviavano in direzioni diverse: egli restava ancora incerto e come trasecolato al suo posto. Riscosso alla voce del conduttore, discese, e domandò se la famiglia Lanzoni dimorasse molto lontano. Nessuno gliene seppe dare contezza. Lasciò il suo fardello nell'officio del corriere, ed uscì alla ventura. Raccapezzando le vecchie reminiscenze, riuscì ad orientarsi: dico vecchie reminiscenze, poichè nei due anni che stette assente, egli erasi fatto più adulto di sei: tanto i sentimenti e le idee s'erano svolte e mutate in quella sua rapida pubescenza. Alla risoluzione che avea presa d'indirizzarsi alla casa del conte, era succeduta, immediatamente la volontà istintiva di bussare a quella casa, dov'era già stato accolto qual figlio. Quasi senza saperlo, seguendo una guida interiore, si trovò dinanzi al cancello delle male erbe. Sperava vedervi il suo angelo, ma trovò il loco deserto. Stette alcun tempo come smemorato guardando, senza vedere alcuno, senza udire alcuna voce, nè alcun rumore. Era infatti troppo tardi, perchè alcuno si ritrovasse in giardino senza un motivo. Girò allora a sinistra, e riuscì alla porta anteriore della casa. La portinaja durò fatica a ravvisarlo, ma com'egli l'ebbe chiamata per nome, conobbe la voce, e gittò un grido di meraviglia. Salite precipitosamente le scale, la porta dell'appartamento si spalancò, e il povero orfano si trovò quasi svenuto nelle braccia di Angela, che, a caso, o per un presentimento secreto, era venuta ad aprire.

Egli non arrivava inatteso. Il direttore avea scritto e la lettera era giunta fin dal mattino. Angela non si era punto maravigliata del partito che aveva preso, e fu contenta di saperlo a tempo per prevenire il padre e la zia della causa vera di quel repentino ritorno. Il padre si fece serio, e rimproverò la fanciulla di avergli celata fino allora una circostanza sì grave. La zia andò sulle furie, volle negare o porre in dubbio la realtà di quel documento. Poco dopo era uscita di casa, per interpellare il conte e la contessa sopra questo imbroglio che veniva improvvisamente ad attraversare i suoi fini, o almeno a complicare la situazione. Checchè ne fosse, dopo una mezz'ora appena, ecco giugnere la contessa in casa Lanzoni, e poco appresso il conte Alberto medesimo. Il padre e la zia di Angela volevano tener celato il ritorno di Cosimo, tanto per tastare il terreno, e vedere qual fosse il consiglio migliore. Ma Angela insistette presso il padre, perchè si venisse in chiaro senza indugio della verità della cosa, e si sapesse a dirittura la risoluzione del conte. Codesta era, diceva ella, la pietra del paragone alla quale voleva sottometterlo prima di dichiararsi per il sì o per il no. Il signor Lanzoni non volle però accondiscendere a tanta precipitazione. Egli conosceva un po' meglio le cose del mondo, e nell'interesse stesso di Cosimo riserbò a se medesimo la cura di trattar quest'affare a quel tempo e a quel modo che avrebbe giudicato migliore. Cosimo dunque dovette rassegnarsi, ed Angela, dopo di essersi lungamente intertenuta con lui, anzichè prender parte, come soleva, alla conversazione, si ritirò nella sua stanza, meditò qualche istante, e si pose a scrivere al conte la lettera seguente:

«Signor conte,

»Ho promesso a mio padre di non trovarmi presente alle spiegazioni che questa sera probabilmente vi sarebbero chieste intorno al povero giovanetto che vi deve la vita. Se non mi aveste fatto l'onore di domandarmi in isposa, mi rimarrei forse straniera a questa dilicata questione. Ma non avendo risposto con un rifiuto, e non avendo ancora preso un partito definitivo intorno alla proposizione che mi faceste, crederei mancar di franchezza lasciando ad altri la cura di palesarvi l'animo mio.

»Io credo, signor conte, alla provvidenza. Credo ad una legge suprema che collega fra loro i casi e le azioni che pajono più fortuite. Il secreto dunque che venni a conoscere, i sentimenti di affezione che mi stringono a questo infelice che mi fu confidato, l'essermi da una parte trovata sua protettrice e sua madre, mentre voi mi proponevate, forse senza saperlo, di unire i vostri destini co' miei, tutto ciò mi sembra condotto dalla mano di Dio, e preparato ad un fine ch'io rispetto prima ancor di conoscerlo pienamente.

»Da quattr'anni e più io porto in dito un anello, povera e dolorosa eredità che mi venne da una donna che amaste, e che certo vi amò. Con questo anello, che dovette essere pegno e sacramento d'affetto, io ebbi in mia mano un foglio sottoscritto da voi in un'epoca, nella quale la prudenza mondana non aveva soffocato gl'impeti generosi del cuore. Questa carta e il secreto che cela, furono un mistero anche per me fino a questi ultimi giorni, in cui, per una strana associazione d'idee, il vostro nome mi balenò alla memoria, e mi trovai depositaria di un documento che vi risguarda sì davvicino.

»Non so qual sia la forza legale di questa promessa, nè credo che Cosimo, il mio figlio adottivo, sia disposto a prevalersene dinanzi alla legge. La sua prima idea, com'egli stesso mi ha detto, era quella di presentarsi a voi senz'altro contrassegno che il nome della sua povera madre. Poco gl'importa di acquistar un nome nel mondo, ed uno stato più comodo e indipendente. Quello che gl'importa, quello che è condizione di vita per l'anima sua, gli è d'aver trovato il cuore e l'affetto d'un padre, e di poter abbracciare senza vergogna e senza rancore l'autor de' suoi giorni. Io credo, conte Alberto, ch'egli non s'inganni nella sua aspettazione. Io medesima ne sono così certa, che non credo necessario d'aggiungere le mie preghiere, nè di porre il pronto riconoscimento di questo povero sfortunato come condizione ad un vincolo, dal quale voi dite dipendere la vostra felicità.

»Aggiungo solo che non potrei mai riporre la mia nel legarmi ad un uomo che potesse esitare un istante a compiere un dovere sì sacrosanto.