[5] Iapelli, celebre architetto padovano, autore del caffè Pedrocchi, e ordinatore di parecchi giardini all'inglese, che si ammirano ancora nel Veneto.


[LA FIDANZATA DEL MONTENEGRO.]

I.
Il Vladica.

Ho conosciuto, non sono molti anni, a Trieste questo singolar personaggio. Principe e vescovo della montagna nera, riuniva in sè i due poteri, spirituale e civile della repubblica; e com'era il miglior tiratore del paese, e viaggiava armato come un aiduco, si potrebbe dire senza esagerazione che cumulava cogli altri il poter militare. Giammai capo d'uno Stato fu più assoluto e più compiuto di lui.

Aggiungasi che la natura pareva l'avesse fatto a bella posta per ciò. Ei superava di tutto il capo i begli uomini che l'attorniavano: qualità ragguardevolissima in dritto principesco, poichè la Storia Santa ci dice di Saule ch'ei dovette a cotale procerità della persona d'esser eletto re d'Israele. Egli era un asinajo della tribù di Beniamino in quell'epoca che il popolo di Dio, volendo, come le rane d'Esopo, esser retto da un re, scelse, d'accordo con Samuele, il più grande e più robusto uomo della tribù.

Ignoro se la cosa si passasse a quel modo, quando la repubblica del Montenegro si mutò in principato, e cominciò la dinastia dei Petrovich. Dirò solo che il Vladica ch'io conobbi, era ad un tempo il Saule e il Samuele di quei paesi, e univa a' due caratteri sopraddetti alcun'altra qualità che forse mancava al primo re d'Israele, poichè egli era oratore e poeta egregio, e parlava il più puro illirico della costa. Inoltre, siccome nelle sue frequenti escursioni in Europa aveva esperimentato i vantaggi della civiltà moderna, gli era nata in mente la singolare idea di farne partecipi coloro di cui governava l'anima e il corpo.

L'impresa non era delle più facili: ma pure, se dobbiam credere a lui, ci riuscì mettendo in opera certi argomenti ch'io non vo' giudicare. Prima di tutto ei pensò a circondarsi di un senato che lo aiutasse nell'opera. Poi, vedendo i paesi nostri riboccar di giornali e di libri, che governavano l'opinion pubblica, ei comperò una stamperia e la installò nel suo palazzo medesimo. Quivi si fe' giornalista e editor responsabile d'un giornale politico e letterario destinato a spandere pel paese i fiumi dell'eloquenza e i lumi della civilizzazione. Credo che fosse il primo libro stampato in quei paraggi. Il Vladica credeva aver raggiunto il suo scopo, ma non tardò ad avvedersi che mancava una cosa: mancava cioè nei montenegrini il potere e la volontà di approfittarne. Pochissimi di essi sapevano leggere.

Che poteva egli fare il povero Vladica? Trovar maestri che volessero recarsi costà per fondarvi un collegio, costava troppo per le sue finanze. Onde cambiò d'idea. Pregò i principi suoi mecenati, l'imperator delle Russie, l'imperatore d'Austria e il re di Baviera a voler ammettere qualche dozzina di giovani montenegrini ne' lor collegi di Vienna, di Monaco, di Pietroburgo. Credo infatti che ne ottenesse alcun che, e forse questi giovani missionarj indigeni avranno portato nella montagna nera gli elementi della letteratura e della filosofia cosacca e tedesca. Per disgrazia il Vladica non campò tanto da raccogliere il frutto dell'opera sua.