Ma non fu questo il solo espediente a cui ricorresse mentre fu in vita. Egli avea riconosciuto la grande utilità dei viaggi: e come non poteva far viaggiare tutto il suo popolo in persona, si limitò a farlo viaggiare in figura. Voglio dire che viaggiò egli stesso per sè e per altri. Ogni anno a Trieste, ogni due anni a Vienna, ogni tre a Pietroburgo. Riuscì per tal modo a far conoscere in quelle tre capitali i pregi e i difetti del suo principato, sul quale correvano e corrono ancora idee così storte. Quanto a lui, convien dire che ne traesse profitto. Egli ritornava sempre più gentile e aggraziato; mercè alle dame di quei paesi che s'erano incaricate di educare il suo cuore a' più nobili affetti.

Io lo conobbi al teatro una sera che madamigella Fitz-James ballò la Gisella. Il principe vescovo andò in visibilio e compose in onor della silfide parigina un grazioso ditirambo ch'io tradussi subito in versi italiani, e pubblicai ne' giornali, ciò che mi valse l'amicizia e la stima dell'illustre poeta. Credo che m'avrebbe decorato d'un ordine, ma non ce n'era alcuno nel principato. Poco male per esso e per me. Io mi ricorderò sempre della sua affabilità, del suo brio, della sua nobile alterezza, e del piacer che provava a parlarmi del suo paese e de' suoi disegni filantropici. — Voglio — ei diceva — che la montagna nera divenga uno Stato modello.

— Come farete voi, monsignore — diss'io. — Voi siete solo, e non avete a' vostri ordini tutti i mezzi di cui dispongono gli altri sovrani.

— Farò ciò che posso — rispose. — Tirerò al segno colla mia gente, beverò con essi, mi farò un poco simile a loro, per piegarli alla mia volontà, e impadronirmi del loro spirito. Così ho fatto finora, e così son pervenuto ad ammansare i più fieri. Se insorgeranno difficoltà troppo gravi, farò un viaggio, e piglierò nuova forza per continuar nell'impresa. —

Devo a questi colloqui col Vladica quel poco ch'io so sulla natura e sui costumi del Montenegro. Noi siamo così uniformi e fatti a stampo in Europa, che c'è molto da guadagnare a conoscere certe razze primitive e selvagge; se non altro per variare i nostri racconti, e uscire dalla consueta monotonia. Noi siamo come le medaglie e le monete, che a forza di passare di mano in mano e di tasca in tasca, hanno perduta l'impronta. Di qui nasce che ci annojamo, e diventiam nojosi ognor più. Un giorno ch'io deplorava questa disgrazia e declamava con maggior fuoco contro la monotonia della vita prosaica, il buon prelato ghignò sotto i baffi piacevolmente e promise di darmi un saggio di quella poesia primitiva e un po' selvaggia di che gli parevo sì vago.

Ed ecco l'origine del racconto arcivero ed arcimontenegrino che ho l'onore di sottomettere alla cortese attenzione dei lettori.

II.
La camicia insanguinata.

Il Vladica non era punto socialista.

C'era però un'eredità che avrebbe volentieri abolita fra la sua gente. Vo' dire l'eredità del sangue. Mi spiego. Presso alcune tribù slave, ed anche in qualche isola italiana, come la Corsica e la Sardegna, l'antica legge del taglione si considera tuttavia come giusta. Mano per mano, piede per piede, testa per testa. È la giustizia del popolo ebreo. Se non che Mosè sottopose la costumanza a certe regole, e in ogni modo c'era un tribunale, un'assemblea, un sinedrio più o men numeroso che l'applicava.

Presso i Morlacchi, gli Albanesi e altre tribù semibarbare si fa poco conto di questa formalità. Supposto che vi sia tagliata la testa, tocca al vostro fratello, a vostro figlio, a un vostro parente qualunque, l'obbligo di vendicarvi applicando la legge del taglione, e pigliandosi, quando glie ne venga il destro, il capo del vostro avversario. Così si risparmia la spesa del processo e la custodia del prigioniero.