— L'ho fatto, ed ho qualche speranza di riuscirvi. Vorreste vederlo? Mi propongo appunto di fargli domani una visita a Gradisca, per sincerarmi delle sue intenzioni. Venite con me: voi mi aiuterete nelle mie indagini. —
L'offerta era troppo cortese per non accettarla con gioia. Ci siamo dunque recati nel dì susseguente all'antico castello dei Conti di Gradisca, che fu trasformato in ergastolo. Il direttore aveva senza dubbio ricevuto le sue istruzioni in proposito, poichè ci aprì senza veruna opposizione le porte della prigione. Voi mi dispenserete volentieri dal farvi una descrizione che non avrebbe alcun carattere originale. Tutte le prigioni si rassomigliano. Sono tutte, qual più qual meno, una riproduzione dell'Inferno di Dante, sulla porta del quale, stanno scritte le nere parole: Lasciate ogni speranza! Fosse almeno un purgatorio! Sarebbe più cristiano e più umano!
Ci fecero venire Gregorio. Egli aveva già subìto due anni di reclusione, e l'illustre prelato ebbe qualche difficoltà a riconoscerlo nell'orribile costume di galeotto che portava. Il Montenegrino arrossì alla vista del suo principe e vescovo, e s'inchinò profondamente senza aprir bocca.
— Gregorio, figlio mio — disse il Vladica: — ho voluto farti una visita per mostrarti che non dimentico i miei confratelli nella loro disgrazia, e per vedere se potessi far qualche cosa in tuo favore. Tu sei fuori della mia giurisdizione, e non posso nulla per me medesimo. Ma Sua Maestà l'imperatore ha qualche bontà per me, e sarà forse disposto ad ascoltare le mie preghiere.
— Vorrei che poteste ottenermi una grazia, mio principe!
— Qual grazia — chiese Monsignore.
— La grazia di essere fucilato al mio paese, piuttosto che vivere nella condizione in cui mi vedete. — Egli disse queste parole senz'enfasi e con l'aria più tranquilla e più sincera del mondo. Ciò s'intende assai facilmente. Il Montenegrino non è gran fatto dissimile dal Beduino: vive essenzialmente d'aria, di luce, di libertà. Egli non ama il lavoro nè anche a casa sua, e per proprio profitto. Si può pensare come gli sia insopportabile il lavoro forzato, improduttivo, eseguito a ore determinate, co' ceppi ai piedi, in luogo angusto e in compagnia della peggior feccia che esista. La morte doveva parergli men dura, sopra tutto dopo aver salutato la sua patria, e aver respirato, a pien polmone, l'aria viva e frizzante della sua cara montagna.
— Vorrei ben ottenerti la grazia che chiedi — rispose il Vladica — non già per farti fucilare a casa tua, ma per offerirti una miglior occasione di espiar la tua colpa. Si domanda perciò che tu mostri di pentirti del fatto, e prometta di non più cadere nel peccato d'omicidio volontario....
— Sempre la stessa canzone — disse Gregorio con un movimento di amaro dispetto che la presenza del Vladica non potè raffrenare. — Io ho fatto male forse, secondo il codice austriaco: ma dinanzi a Dio, Monsignore, non credo aver commesso un delitto sì grave. Vlado avea bene meritato la morte. Or come posso io pentirmi di avergli fatto buona e pronta giustizia?
— Voi lo vedete — mi disse il Vladica in lingua francese, per non esser capito dal suo interlocutore. — L'abitudine è una seconda natura. Bisogna dare il tempo alla coscienza di rifare se stessa! — Poi rivolgendosi a Gregorio: — Tu hai torto, fratello — gli disse. — Tocca a Dio a giudicare. Tu hai voluto punire il tuo simile, ed eccoti punito per averlo fatto senz'ordine della legge. Non giudicate se non volete esser giudicato, dice il Signore. — Tu dunque hai fatto il male, e quindi è giusto che te ne penta. —