I colli Euganei, che sono un vero paradiso della Venezia, ritornano sovente alla mia memoria coll'amara dolcezza di un frutto vietato, di un Eden conteso ai miei passi. Chi sa per quanto dovrò contentarmi di vederli e percorrerli colla fantasia, che mi dipinge i luoghi ameni, le persone vedute ed amate: i primi forse devastati dal soldato straniero, le altre disperse, proscritte, o cadute sotto la falce della morte o il flagello della sventura!
Che è avvenuto di te, Gentilina, che da oltre a trent'anni non ho veduta, e forse non vedrò più sulla terra?.... Non so se tu sia viva o morta, se hai creduto tu pure alle sinistre fatalità che accerchiarono la tua vita: o se, vittoriosa degli altri e di te stessa, sei giunta a godere un'esistenza, se non lieta, almeno rassegnata e tranquilla!
Rifrugando in questi giorni le mie vecchie carte ho trovato alcuni appunti che mi ricordano le traversìe della tua gioventù, e cedo alla tentazione di ritessere quelle varie fila per diletto mio proprio e dei pochi che gitteranno uno sguardo su queste pagine.
Commetterò io un peccato d'indiscrezione? Se fosse, te ne chiedo anticipatamente perdono. Ma penso che il tempo ha già dovuto stendere su quei fatti un velo pietoso, sì che gli scabri contorni saranno addolciti, e ciò che rimane prenderà il carattere d'una novella da potersi leggere con piacere, anche da quelli che ne fornirono l'argomento.
Figuratevi dunque, o lettori, una città degli Euganei; una di quelle graziose città che abbelliscono le pendici di tanto vaghe colline: città popolate e gaie, almeno in quel tempo che è divenuto quasi antico per me, perchè gli avvenimenti che si successero dal 1830 a' dì nostri, hanno accelerato, per così dire, il corso degli anni, e fatte maturare più presto le generazioni che s'incalzarono.
Molte di quelle città si somigliano, nè io dirò il nome di quella che fu teatro al dramma domestico che verrò raccontando. Avrei voluto dissimulare anche i nomi delle persone, ma non posso trovarne uno di più bello e di più caratteristico per la mia protagonista. Gentilina esprime non tanto le forme della persona, quanto il carattere e l'indole dell'animo suo. Fosse questo il nome impostole al sacro fonte, fosse un soprannome che le venisse dato per le sue qualità, ella chiamavasi da tutti così, e come io la conobbi sotto il nome di Gentilina, desidero pure che i miei lettori la chiamino nella stessa maniera.
Gentilina dunque era un'abitatrice dei colli Euganei, una giovane d'onesta nascita, di agiate abitudini, che sapeva scriver bene una lettera nella sua lingua, conosceva un poco la storia e la patria letteratura, ma senza darsene vanto, e senza cercar l'occasione di averne lode. Non sapeva il francese, nè strimpellava il piano, ma quando era sola cantava una delle dolci cantilene del luogo, o qualche romanza delle opere più conosciute che avea sentite ripetere per le vie. Tutt'al più, come la sua casa era ricca di un vasto giardino, vi coltivava una numerosa famiglia di fiori d'ogni stagione, dei quali conosceva il nome, l'indole e le qualità peregrine.
Erano tre sorelle. Le due maggiori maritate fuor del paese, la madre morta. Gentilina era rimasta sola col padre già vecchio; e benchè non avesse ancora venti anni, pensava talvolta, di rinunciare alle nozze, e consecrarsi alle cure che il buon vecchio non poteva oggimai sperare se non da lei.
La sua casa era sempre stata il convegno della parte più eletta de' cittadini. I giovani ci venivano per conversare, per parlare di caccia e dei fatti del giorno: i vecchi a fare il tressette, come dicevano, col padrone di casa, e sorseggiare con voluttuosa lentezza l'eccellente caffè che la Gentilina preparava e dispensava colle sue mani.
Tra gli ospiti della sera c'era Gregorio, figlio d'un ricco proprietario del paese, e Leopoldo giovane avvocato forestiero che da due anni viveva in quella città. Questi due, come potete credere, facevano un poco la corte alla damigella di casa, mossi da medesima inclinazione. Del resto Gregorio era di un carattere subitaneo, manesco, insofferente d'ogni ostacolo, altiero di possedere, come suol dirsi, la sua fortuna al sole, bello e forte della persona, e sprezzatore di tutti gli altri o men ricchi o men forti di lui. L'avvocato lo vinceva di cultura e di quella educazione sociale che consiste nello attemperare destramente le proprie maniere secondo l'indole delle persone a cui v'importa di andare a versi. Aveva compiuti i suoi studi legali e presa la laurea da parecchi anni, conosceva il francese e il tedesco, era ben veduto da tutti perchè sapeva guardarsi dall'urtare di fronte le molteplici suscettività del paese. Garbato, officioso, amorevole, avrebbe trascurato una buona ventura per non uscire di casa la sera coi calzoni che portava abitualmente all'ufficio, e gli avrebbe poi sciupati senza esitare per raccogliere cavallerescamente il ventaglio della padrona di casa. Era nato di buona famiglia, godeva la simpatia de' suoi capi, e non poteva mancargli una brillante carriera nella linea ascendente degli impieghi.