Dopo due ore egli non era più.
VI.
Lasciamo il letto dove giace il corpo esanime dell'avvocato per visitare entro la sua carcere l'uccisore di lui. Egli avea lungamente negato, perchè gli amici e i parenti lo consigliavano a questo. Ma il giudice un giorno, dopo aver indarno esauriti tutti i soliti artifizi per istrappare la sua confessione, s'era avvisato di tentare una corda non ancor tocca. — Il giovane — disse — che rimase ferito sulla porta della famiglia M. v'accusò distintamente d'avergli dato la morte. Non potendo moversi dal suo letto, che non potrà certamente cambiare se non col sepolcro, domandò che gli siate condotto dinanzi. Domani vedremo con quanta impudenza saprete sostenere la vostra negativa in presenza della vostra vittima, in presenza di quella famiglia che, come ben sapete, non è straniera agli antecedenti che vi portarono a quell'eccesso! Andatevene: domattina alle nove tenetevi pronto al cimento. — Gregorio impallidì. Egli non era preparato a questa proposizione. L'idea sola di trovarsi dinanzi al suo nemico nella camera di Gentilina, in presenza di lei, gli fu insopportabile. Domandò la parola e confessò a parte a parte l'accaduto, senza pensare a scusarsi, senza aggiungere nessuna di quelle circostanze che dovevano attenuare la sua colpa e mitigare la sua condanna.
Gregorio sarebbe morto piuttosto che rivedere Gentilina, non aveano mancato i caritatevoli amici d'informarlo delle sue cure per Leopoldo, delle sue istanze per ritenerlo presso di sè, delle buone ragioni che il mondo le attribuiva. Nella persuasione in cui si trovava d'essergli stato posposto, non durò fatica a credere tutto questo e ancor più. Provò per qualche momento una feroce compiacenza di aver ferito due cuori con un sol colpo, d'essersi vendicato in un solo momento di tutti e due! Egli non pensava alla condanna che l'attendeva: non pensava che alla sua gelosia e al truce sentimento che assorbiva per così dire tutto il suo essere. Un giorno gli furono introdotte nell'angusta e lurida stanza dove si trovava, due persone non aspettate: un vecchio e una giovane donna coperta da un fitto velo. Il carceriere, appena accompagnati costoro, si ritrasse. Gregorio che sonnacchiava tra' sanguinosi fantasmi di vendetta, diede una specie di ruggito vedendo innanzi a sè il padre di Gentilina, e una donna che non durò fatica a riconoscere. La sorpresa da una parte e la compassione dall'altra tolse a tutti e tre l'uso della parola per pochi momenti. Gregorio fu il primo a rompere il silenzio dirigendosi alla donna, ma senza guardarla. — Vi siete ricordata di me! Segno che l'altro non è più vivo! — Gentilina si sentì gli occhi pieni di lagrime a questa crudele interpellanza, ma pure le divorò, e rispose con calma e con dignità. — Sì, Gregorio, il vostro rivale è passato a vita migliore: è morto perdonandovi, e mi comandò di annunziarvi colla mia bocca gli ultimi suoi sentimenti. — Ha scelto davvero un'interprete molto opportuna! Quando sarà proferita la mia sentenza (ora già non c'è più via di evitarla), il tribunale farà bene a farmela annunciare per mezzo vostro. — Gentilina abbassò gli occhi e fece uno sforzo per vincersi, poi traendosi dal seno un foglio piegato: — eccovi — disse — eccovi infatti la sentenza ch'io vi presento. Leggete. — Gregorio lesse la generosa dichiarazione del suo rivale, e stette per alcun tempo immobile ed avvilito. Il vecchio, che aveva taciuto fino allora, gli fece avvertire l'importanza di quel documento; narrò quante difficoltà la Gentilina doveva aver superate prima di possederlo, prima di farglielo pervenire. — No, no — interruppe la Gentilina — nessuna difficoltà ad ottenerlo: non me n'era nemmeno venuto il pensiero. Fu un'ispirazione spontanea di quel cuore che era assai migliore che.... non si credeva.
Gregorio riarse di sdegno al sentire le lodi del suo rivale sulla bocca di lei, e non potè trattenersi dal dire: — Voi avrete le vostre ragioni per lodarvi di lui! Quanto a me.... piuttosto di dovere la mia vita e la mia liberazione alla sua generosità, al suo perdono.... voglio abbandonarmi al corso naturale della giustizia. Riprendete il vostro foglio, e lasciatemi! —
Gentilina non s'aspettava una risposta così brutale: sentì che Gregorio non era capace di un sentimento generoso perchè non sapeva apprezzarlo in altrui: sentì che quell'uomo non l'amava, nè l'amerebbe mai: arrossì di se stessa e di lui, riprese il foglio, e passando dignitosamente il suo braccio sotto a quello del padre suo, calò coll'altro il suo velo, ed uscì.
Il suo cuore fu cambiato fin da quel momento. L'idea di legar la sua fede ad un uomo tale le parve assurda, e avendo perduta l'ultima illusione della sua vita, l'unico premio che sperava ai suoi sacrificii, si sentì vedova e desolata nel mondo. Il padre suo non mancò di accrescere lo stato d'abbattimento in cui si trovava, dicendole ch'egli l'aveva già preveduto, ch'ella avrebbe dovuto arrendersi anche prima alla sua esperienza, ch'era tempo di levarsi dal pensiero e il morto ed il vivo, il quale già meritava la sorte che l'attendeva.
Gentilina però non era donna da questo. Qualunque fossero i suoi sentimenti verso Gregorio, ella non poteva abbandonarlo alla inflessibilità della legge umana. Quel documento doveva dunque rimanersene ozioso ed inutile? Era dunque invano che sul momento di possederlo, ella si stimava di stringere tra le sue mani la vita e la salute d'un uomo? Leopoldo conosceva la legge: non gliel'avrebbe dato con tanta solennità, se doveva essere una cosa infruttuosa e illusoria. Ella prese dunque una coraggiosa risoluzione, e senza consigliarsi con alcuno, senza domandare l'assenso del padre, si mise in viaggio per Verona dove appunto in quei giorni doveva decidersi la sorte dello sciagurato Gregorio.
Giunta in quella città, cercò tutti i mezzi per aver l'accesso al consigliere che avea tra le mani la causa di lui, e gli presentò la dichiarazione del moribondo Leopoldo. Non farò molte parole. Il documento fu letto dal criminalista con un certo sorriso d'incredula intelligenza: lo restituì alla bella supplicante, dicendole che il soccorso era già troppo tardi: che la condanna era sancita dal Senato, e che d'altronde una simile soscrizione non riconosciuta da nessuna autorità, non attestata dai necessari testimoni, era affatto inutile e inattendibile. — Dunque egli morrà? — chiese la poveretta fissando due occhi spaventati sulla impassibile faccia dell'impiegato. — Fra venti giorni, mia signorina, a meno che Sua Maestà non gli commuti graziosamente la pena di morte in venti anni di carcere. — Gentilina non insistette più a lungo, si congedò senza più, e prese un posto nella diligenza che partiva fra due ore per Vienna.
Tutto questo si dice in due versi. Ma per comprendere tutta la difficoltà e l'importanza del passo, bisogna riportarsi coll'immaginazione a quel tempo e a quei luoghi.