Intanto i due vapori si raccostavano, il Carlomagno con molta alacrità, l'altro assai lentamente, cosicchè non ci volle molto a indovinare che doveva far acqua, o aver guasta la macchina e la manovra difficile. Era l'Hirondelle che due giorni prima salpava da Marsiglia per la nuova colonia francese, incaricata di pressanti dispacci del suo governo per l'Algeria. Ma volendo di troppo affrettare il viaggio, e non ben misurando la forza delle sue macchine, avea dovuto desistere dall'usar la sinistra, e procedeva zoppicando più a forza di vele che di fuoco verso la mèta. Il forte tramontano della notte l'avea pur molestata, e il capitano prevedendo che il suo viaggio sarebbe stato men sicuro e men pronto che i suoi ordini non portavano, aspettava il momento d'abbattersi in qualche piroscafo della sua bandiera per imporgli a nome dell'Imperatore d'incaricarsi de' suoi mandati, e recarli in Algeri senza ritardo in luogo di lui. Al Carlomagno toccò la sorte. Venuti a parlamento i due capitani, si concertarono fra loro sui modi di una tale misura: l'Hirondelle prenderebbe a bordo i passeggeri del Carlomagno e li recherebbe come potesse meglio a Livorno, mentre questi coll'incaricato d'affari e coi rispettivi dispacci, avuto dall'altro quel di più che gli potesse occorrere di munizioni, dovrebbe immantinenti virare per l'Africa. Potete credere se i passeggeri del Carlomagno non reclamassero contro tal contrattempo! Tutti erano già annojati della burrasca notturna; or come doveano rinunciare al loro diritto, per montare sopra un legno malconcio, affrontare certo un novello indugio, e forse anche nuovi pericoli, e tutto ciò per far piacere ad uno straniero, e per deferenza ad un governo cui non erano astretti da nessun obbligo? Sopratutto la Claudina n'era dolente e sfoderando tutto il francese che sapeva si mise a gridare contro all'arbitrio e all'inaudita angheria. Ma e' fu un predicare a' porri. I marinai senza badare a ciance travasavano a bordo del Carlomagno il carbone e le vittuaglie dell'altro vapore, e aspettavano i passeggieri per tragittarli nell'Hirondelle. Quando si vide che erano vani i reclami, si fece tra loro una breve consulta, e quasi tutti ricusarono andarvi. Erano pronti piuttosto a fare il viaggio d'Algeri sopra un legno sicuro, che esporsi all'eventualità di nuovi pericoli sulla Rondinella, che e' non potevano sapere in quanto fosse stata danneggiata dal fuoco e dal mare. Tranne alcuni negozianti cui troppo importava esser presto a Livorno, tutti gli altri, come dissi, accompagnarono in Africa l'inviato. Fra questi Claudina, la quale da questo accidente fu presa in fra due contrari affetti. Rincuorata dalla novità della cosa, ella lasciava vagar volontieri la sua fantasia fra i rischi e le avventure probabili del protratto viaggio, dall'altra non sapeva darsi pace del dispiacere che Giorgio n'avrebbe provato. Ma a questo era facile recar sollievo con una lettera ch'ella scrisse in un attimo e consegnò al comandante dell'Hirondelle, il quale galantemente incaricossi di farla pervenire a bordo del Dante, come prima avesse toccato terra. Questa lettera diceva:

«Caro il mio Giorgio. Non ho che due minuti per domandarvi perdono del mio capriccio di donna che ci ha così disuniti. Saprete dagli altri per quali accidenti io devo recarmi nell'Africa. Non so quanto dovrò rimanere in Algeri, aspettando un imbarco per Livorno o per Genova. Fareste meglio a venirmi a trovar là, e così vedremo assieme quella fertile costa stata già nido de' barbareschi, e così celebre nelle storie marittime. Da bravo, giacchè siamo in ballo, balliamo. Dolentissima per vedermi disgiunta da voi, non posso non adorare la provvidenza che per vie così strane volle favorire la mia vocazione. Io v'attendo a Costantina.... e non già sotto la tenda d'Abd-el-Cader.

«La vostra Claudia.»

VI.
A gatta cieca.

Il Dante aveva anch'egli provato la forza del vento, ma governato da comandante più esperto di que' mari, più acconciamente costrutto per superare la traversia, o, come sosteneva Giorgio, protetto dal nome e dalla influenza del primo poeta italiano, avea meglio serbata la linea, nè se n'era dipartito quanto il suo borioso rivale. A mezzogiorno del dì seguente avea già guadagnato il porto e salutata Livorno mentre non s'era ancora saputa novella nè del Carlomagno nè d'altro. Giorgio cominciò ad inquietarsene, come potete ben figurarvelo. Spostato com'era dalle sue tranquille abitudini, in un paese straniero per lui, giacchè ad un giovane dell'indole sua poco tratto di mare dovea sembrare un intervallo grandissimo, con pochi denari in tasca, chè il corpo del capitale disposto per quella gita era restato a bordo del Carlomagno, senza conoscenti, senza lettera di raccomandazione e di credito, senza la sposa, che con tutti i suoi capricci era, come di dovere, il più prezioso de' suoi tesori, travagliato dal burrascoso viaggio, inquieto della sorte di lei, vi lascio pensare in quale stato ei passeggiasse lungo il molo di Livorno, aspettando l'arrivo del sospirato vapore. Ma aspetta, aspetta, quella benedetta colonna di fumo non si vedeva mai comparire nell'orizzonte. Interrogava tutti i bastimenti che di tratto in tratto prendevano terra, ma invano. Finalmente sul far del vespro s'ebbe notizia che un vapor francese era in vista, ma pareva malconcio, nè sarebbe giunto in tempo per aver pratica quella sera. Egli non dubitò più che fosse quello ov'era imbarcata Claudina; ma stanco com'era, e rassegnato a non vederla prima della mattina vegnente, se ne andò a letto. Non vi dico se vegliò, se dormì, se sognò burrasche, naufragi e pirati. Salto a piè pari la notte, e lo accompagno sul molo. Qui viene ad intendere che il vapor francese non è altrimenti il Carlomagno, ma l'Hirondelle. Impensierito del cambio, andò pur difilato a bordo colla speranza di ritrovarci la sua capricciosa metà. Trovò invece una lettera — quella lettera che leggeste, molto concisa, la quale lo invitava in Africa, come se l'Africa fosse ad un miglio di distanza, come se si trattasse di una giterella lungo la sua riviera. In Africa, eterni Dei! in Algeri, dove sono i pirati, dove l'insurrezione de' beduini tiene in continuo allarme le truppe francesi! Immaginare la sua Claudina in mezzo a tanti rischi, a tanta lontananza da' suoi, era una cosa da darne il capo nelle muraglie. Il povero Giorgio non sapeva a qual partito appigliarsi. Per un momento pensò, tanto il timore ci rende talora egoisti, pensò, dico, fino ad abbandonare la capricciosa fanciulla, fino a lasciarla viaggiare a sua posta in cerca di nuovi mondi, e tornarsene a casa a scrivere un romanzo storico sulla curiosa avventura di quella gita. Ma poi il suo carattere onorato lo punse: l'amor di Claudina gli si risvegliò più vivo che mai: pensò che il suo illustre concittadino Colombo aveva scoperta l'America senza avere uno scopo così sentimentale, nè una via così definita; — s'arrese al più generoso consiglio d'imbarcarsi sul primo legno che salpasse per l'Africa, e andare a consumare il suo matrimonio in un oasi del deserto di Sahara.

Salpava quel giorno appunto un legno mercantile austriaco per l'Africa, e tirando ancora il vento da maestro, prometteva in cinque o sei giorni di felice navigazione raggiungere il porto d'Algeri. Non era la rapidità d'un vapore, ma l'occasione era buona, il capitano amico al padre di Giorgio, sicchè il nostro tribolato raccomandandosi alla glauca Anfitrite, pose il piede sulla Concordia, così chiamavasi quella nave, che non avendo trovato da caricare a Livorno, andava a cercar fortuna in Algeri. Ma anche la Concordia avea fatto male i suoi conti. Dopo due giorni di prospera navigazione, quando si trovò ne' paraggi delle Baleari e della Sardegna, il vento improvvisamente cambiò, e tirò uno scilocco così ostinato e indomabile che il capitano dovette declinare a S.O., e prendere il porto di Valenza con un tempo che teneva del fortunale. Giorgio che ne' due primi giorni s'era riconciliato coi venti del Nord, questa volta sarebbe stato tentato di fare una invettiva poetica contro gli Australi, se travagliato continuamente dal mal di mare avesse potuto raccapezzare pur una rima. Al più, al più, in qualche lucido intervallo borbottava i versi di Orazio dove il terribile Africo si trova fatto segno di paure o di preci.

Questo fatto venne attestato dal capitano d'un brik, che veleggiava in que' giorni dalle coste di Spagna per la Sicilia. Dopo questo nè i Giornali del Lloyd, nè alcun'altra gazzetta commerciale parlarono più della Concordia per il corso d'oltre a otto mesi. Questo si sa di certo che in tutto questo tempo non s'era mai veduta in Algeri.

VII.
Il Convegno.

Nel punto in cui siamo, il povero narratore di questa veridica storia deve domandar perdono a' benigni lettori della lunga lacuna che è costretto a lasciare. Se si trattasse di un romanzo, ei potrebbe assai facilmente inventare naufragi, tempeste, accidenti a sua posta, e riempiere di fantastiche scene tutto questo lungo intervallo. Ma come non si tratta già d'un romanzo, ma d'una storia, egli non vuole esporsi al pericolo d'essere smentito dalle notizie documentate che potrebbero in seguito pervenirci su questa singolare Odissea de' due fidanzati. Egli si limita dunque a dire ciò che ne sa, ed anche quel poco lo dà come cosa probabile, non come cosa perfettamente verificata. Si tratta d'avvenimenti quasi contemporanei; e troppi esempi, assai vicini, dimostrano, quanto si deve andar cauti nell'ammettere certe voci che corrono senza provarle al crogiuolo dell'esperienza.