Chi non ha avuto alcuna volta la curiosità di trovarsi a contatto del mondo secreto? Io l'ebbi questo desiderio più o meno peccaminoso. Ma per quanti libri di magìa bianca e negra mi avvenisse di scorrere, per quante tavole facessi girare, per quante invocazioni facessi, non dirò al diavolo in persona, ma agli dei pagani che dovrebbero essere un quid simile, non mi avvenne mai di vederne nè coda nè corno. Anzi la mia stimabile amica Aretusa avendo evocato per me con tutta l'intensità della fede lo spirito di Felice Orsini, si udì rispondere ch'io non era degno ancora di entrare in communicazione colle anime sciolte dal corpo. E la causa è chiara per sè: io non ho fede che basti per forzar la natura.
Ma questa sera, chi sa? Fosse il dispetto del mondo visibile, fosse quello stato di stanchezza e di sonnolenza in cui mi trovavo, ebbi un lampo, se non di fede, almeno di speranza. Non feci soffumigi di zolfo, non segnai sul terreno il magico segno di Salomone. Codeste sono cose da ciarlatani. Raccolsi tutta la forza della mia volontà, e comandai mentalmente: venite! venite! venite!
Guardai intorno: tesi l'orecchie. Nessuno strepito, nessun fenomeno che mi avvisasse d'essere stato obbedito. Che è che non è, veggo uscire da un'apertura a fior di terra, ch'io non avevo punto avvertita, un non so che di semovente, nero nero, che allungando silenziosamente il passo e quasi strisciando se ne veniva alla mia volta. Aveva due occhi fiammanti che lucevano nell'ombra come due topazi fosforici. Quei due occhi si affisavano nei miei, quasi volessero magnetizzarmi. Non era un cane, non era un gatto, o almeno mi pareva d'una struttura diversa. Era lungo, magro, smilzo come una donnola, ma quattro volte più grande di quelle che mai vedessi. Si avvicinava cauto, incerto, come tentasse il terreno, come volesse assicurarsi ch'io l'avessi veramente chiamato.
Fosse anche quella la forma di una gatto, pensai fra me, il diavolo non ha corpo, e per darmi prova della sua condiscendenza dee pur prendere la sembianza di un animale. E aspettai di piè fermo, benchè a dir vero mi sentissi scorrere per le vene un involontario ribrezzo.
E lo spirito si appressava, prendendo ad ora ad ora una figura più simile a quella di un gatto, ma di un gatto straordinario, stravagante, infernale. Ci siamo! dissi fra me. E feci uno sforzo sopra me stesso per presentare allo spirito un contegno fermo e degno di un uomo.
Tutto ad un tratto dai tegoli della casa di rimpetto si fece udire un miagolìo di vero gatto: al quale rispose un altro miagolìo più acuto, che pareva uscir dalla gola di un animale della medesima razza, ma di sesso diverso. I due miagolii s'incontrarono come due sospiri d'amor felino e felice, e si alternavano e crescevano a grado a grado, come due squilli di corde, come un cànone di musica classica e sacra.
Mi rivolsi istintivamente al luogo donde scendeva quel mirabile duetto: ma non appena ebbi stornato lo sguardo dagli occhi della mia misteriosa visione, questa immediatamente disparve e si rimpiattò sotto terra.
Ebbi un bell'evocarla di nuovo: non venne più. Forse l'accordo udito dall'alto la spaventò: forse temette il paragone del vero: forse volle punirmi perchè m'ero lasciato distrarre da quell'incidente d'ordine naturale e mondano. Il fatto sta che anche in quest'occasione lo spirito evitò il contatto dei corpi, e mi lasciò smagato e più diffidente ch'io non fossi prima, di potere mai entrare in communicazione cogli spiriti elementari.