— Oh! non sarò più così facile. Lo guarderò negli occhi, lo guarderò: vedremo se saprà darmi ad intendere ciò che non è!
— Ma non sarebbe meglio avvisarlo?
— No, dobbiamo fargli una sorpresa. Tanto meglio se giungeremo improvvise: così sapremo tutto per lungo e per largo.
— Ebbene: ma intanto datti pace: perchè vuoi angustiarti come stasera? Credi tu che quelle altre là non t'abbiano veduta piangere? Le buone lingue che sono! A quest'ora si saranno al certo sussurrate all'orecchio che egli ti ha piantata, che sposa un'altra, e chi sa quante simili fandonie!...
— Oh madre mia, che dite voi? Se sapeste! Questa idea mi è passata propriamente per la testa tutta stasera. Se fosse un presentimento! Guai, Federico, guai, vedi! Un'altra!... Non te ne lascerò il tempo! — E qui il viso di Marta, fino a quel punto pallido e rassegnato, prendeva un'espressione d'ira e di gelosia: le sue labbra malinconiche si affilarono e si contrassero, gli occhi le brillarono d'insolita luce. Era un altro lato del suo carattere che i lettori conosceranno meglio nel seguito del racconto.
III.
Di chi la colpa?
I giudizi del mondo sulle colpe e sui meriti umani sono il più delle volte falsi e crudeli. La nobiltà dei natali, il grado elevato, lo splendore delle ricchezze abbagliano per così dire i nostri occhi e ci rendono indulgenti per tutto ciò che commettono i grandi di male, mentre le minime loro virtù, i minimi pregi, strombazzati dalle facili bocche dei cortigiani, vengono decantati come meraviglie, come portenti. Le azioni dei poveri invece, se sono buone, non trovano un'eco, sono cose ordinarie, è il loro dovere: se sono triste, son degne di forca. Nè si bada se non sieno spesse volte imputabili alla miseria, alla fame, all'ignoranza, alle vessazioni che soffrono, all'occasione che spesso tira l'uomo pei capelli e lo conduce ove da sè non andrebbe, massime se fin da fanciullo fosse educato all'onore, alla onestà, a quella religione ch'è maestra del bene, e possente preservatrice dal male. Non si bada alle diverse condizioni delle persone, ai mestieri che diffondono tanto spesso il contagio, e, mentre sono inseparabili dalla società, qual è costituita finora, imprimono ciò non ostante una specie d'infamia al misero che li esercita, e lo pongono senza sua colpa sotto il peso di una sinistra e invincibile prevenzione. Andate a dire alla gente del mondo, che la tale cameriera è onesta al pari che bella; che il tal parrucchiere che va di casa in casa non s'occupa più in là dei capelli; che la crestaia non dà retta ad alcuno di quegli zerbini che le ronzano intorno! La gente del mondo si crederà tosto in diritto, e quasi quasi in dovere di ridervi in faccia, e vi accuserà per lo meno d'innocenza e di dabbenaggine.
Premisi quest'esordio perchè non si cerchi più oltre la ragione del titolo Di chi la colpa? Io vorrei che il benigno lettore tenesse un po' conto dell'onestà di quelle due donne, e vorrei dall'altra parte che imputasse all'arte che esercitava Federico una buona porzione de' suoi difetti.
Federico, com'ho detto, era barbiere, non per volontaria scelta, nè per vocazione, ma perchè nipote di un Figaro, ed erede de' suoi strumenti. Fin da bambino non avea veduto far altro, non avea appreso che a far la saponata e a menar il rasoio: cosa gli restava di meglio che succedere nel mestiere al suo defunto parente? Sventuratamente coll'arte materiale s'era tinto senza saperlo delle consuetudini di suo zio, e ciarlava di tutto e credeva il peggio delle novelle che alla sua bottega spacciavansi, e non vedeva l'ora di essere iniziato in quei misteri che gli parevano cosa non punto pericolosa, ma lepida e lucrativa. In una parola, in poco tempo ei fu tale da giustificare la volgar prevenzione, e quando conobbe Marta, era già mariuolo matricolato e perfettissimo Figaro. Povera donna!
Non voglio dire con questo che fin da principio egli si proponesse d'usarne a mal fine, nè che l'amor suo per la giovane fosse tutto finzione. Non voglio calunniare alcuna condizione, per abbietta che sia, nè intendo che i barbieri debbano avere sul cuore il pelo che radono dalle gote. Il barbierino l'amava: Marta era una bella ragazza, di forme piuttosto quadre, pallida ma non sparuta, colla testa incoronata dalla più bella capellatura che Figaro avesse mai trafficata alla sua bottega. Essa lo amava, e amor chiama amore. Se il matrimonio si fosse conchiuso al momento, se i due sposi avessero potuto accasarsi e vivere insieme, la sarebbe stata una famiglia di più, nè più nè meno felice di tante altre. Ma il letto, la dote, la previdenza materna, gl'indugi imprevisti, la speranza di un terno al lotto o di un'altra eredità, l'eldorado che sognano gli innamorati per l'indomani, tutto ciò aveva fatto differire le nozze, e persuaso il giovane a fare il suo tirocinio in una città dove avesse un minor numero di rivali e di concorrenti. Intanto il diavolo ebbe tutta la comodità di mettere la sua coda fra i due fidanzati come furono un dieci miglia distanti l'uno dall'altro. Federico portò in una piccola città dell'Istria le idee di Trieste: volle fin da principio abbagliare colla ricchezza degli addobbi, e cattivarsi un buon numero d'avventori. Prese a pigione una vasta bottega che volle nominare Stabilimento, parola magica, ma per ordinario di poca stabilità. Fece venire da Trieste quattro capaci poltrone, due foderate di marrocchino, due di stoffa rabescata e superba, per le pratiche più distinte. Le pareti sfolgoravano di vasti specchi, a ciascun lato dei quali sporgevano doppieri di bronzo dorato. Dal soffitto pendea una lumiera a tre becchi, elegante di forme, e sospesa per modo che poteva girarsi e illuminare il più ritroso pelo che fosse sfuggito al rasoio. Tra gli specchi figuravano parecchie litografie colorate, per dar materia a parlare e a pensare a quelli che, secondo i suoi calcoli, avrebbero dovuto annoiarsi aspettando che si spedissero i primi venuti. Prese un paio di garzoni al suo servizio, li volle ben vestiti e ben disposti della persona, perchè nulla d'inelegante avesse a ferir l'occhio in un tempio destinato alla moda e alla gentilezza. Non mancavano sugli stipi intarsiati nè i giornali di Parigi, nè gli indispensabili figurini che prescrivessero la foggia e quasi il color dei capelli. Non conosceva a dir vero l'arte di architettare un frontino, una parrucca che ingannasse l'occhio, e potesse dileguare il sospetto di prematura calvizie: ma s'avvisò di fare una scorreria nei dintorni per comperare a buon mercato dalle povere villane la spontanea ricchezza delle loro trecce, le quali con minor fatica accomodate e pulite, potevano riparare ai danni del tempo o della toilette nelle attempate matrone di quella città. Una ricca suppellettile di rasoi, di pettini, di variopinte pomate, d'olii odoriferi e portentosi completavano questa officina che sarebbe stata meraviglia a Trieste; figuratevi poi che spicco dovesse fare in provincia!