Ma chiederete voi, dove trovò Federico il danaro per tutte codeste masserizie, per tutti codesti addobbi? Voi ricorderete che egli aveva ricevuto dalla sua futura suocera centocinquanta fiorini; ricorderete ch'egli era conosciuto a Trieste, dove si può indebitarsi per sei mesi con molta facilità, massime chi vuol piantare stabilimenti, e ha una dose sufficiente di ciarlataneria e di fiducia in se stesso. — In sei mesi — diceva egli — io avrò pagato i miei mobili, la mia pigione, i miei garzoni, e potrò restituire alla Marta i suoi danari.... e forse la sua promessa. — Io non so se dicesse quest'ultimo, ma lo pensava. Le sue speranze gli avevano piena la testa d'albagia. — Marta forse mi converrebbe oggidì, ma fra sei mesi, quando mi farò chiamare monsieur, quando sarò padrone di uno stabilimento, quando non potrò bastare al numero crescente dei miei avventori! Ci penseremo. A buon conto, il matrimonio non è celebrato, e se mi verrà fuori un miglior partito costì fra quei Vandali, io non sono già schiavo d'una parola senza conseguenza. — Così pensava Federico, fondato su quella fragile e incerta base che voi sapete; base che doveva in poco tempo mancargli sotto e lasciarlo cadere nel precipizio con tutte le sue folli speranze.
Le grandi città, specialmente se commerciali, aprendo un libero varco alla concorrenza, nè avendo il tempo per discernere l'oro dall'orpello, possono talora avverare questi calcoli, e favorire chi sa più destramente abbagliarle coll'apparenza. Ma la bisogna non va così nelle piccole. In queste la gente è meno occupata de' proprii fatti, e quindi bada più a quelli degli altri: l'occhio linceo del provinciale penetra i più secreti misteri delle famiglie, vede per entro alle muraglie, entro agli scrigni, come se fossero di cristallo, e se non c'è una realtà che giustifichi l'apparenza, il ciarlatano è sbertato in due settimane, e non c'è più chi lo salvi dalle beffe e dal danno. Nelle grandi città il segreto di guadagnare molto è quello di saper perdere a tempo: nelle piccole la più stretta economia è necessaria ad ammassare, quattrino per quattrino, un povero capitaluccio che basti appena per non soccombere ai casi emergenti. Per venire al concreto, Federico avrebbe potuto redimere se stesso a Trieste, dove la barba si rade ogni giorno, e i capelli dei giovani eleganti si scompigliano così spesso: ma nell'Istria la cosa è diversa. Quivi non c'è penuria di quelli che si radon da sè, e pochi son quelli che pagano il barbiere a moneta sonante; e le donne hanno gran cura dei loro capelli, e non li affiderebbero per tutto l'oro del mondo alle mani di un parrucchiere. Le sue trecce comperate a contanti non passarono mica, come ei si credeva, dalla nuca delle villane alla fronte delle matrone, ma rimasero ad ornare le vetrine del suo negozio, invecchiando senza profitto. In una parola, bastarono due mesi ad esaurire i capitali e le speranze di Federico. La sua bottega non potè mai divenire un fondaco di grandi guadagni: divenne un convegno di gente sfaccendata che trovava meglio il suo conto ad oziare costì le lunghe sere su quelle soffici poltrone, che ad acculattare le sedie di un caffè, dove l'urbana ospitalità del garzone non avrebbe tardato molto a porre a contribuzione la borsa. A farla breve, nella bottega di Federico si tagliavano più panni che non si radessero peli, si vendevano più scandali che parrucche, si spacciavano più avventure che pomate odorose. E il padrone? Ei lucrava talvolta il titolo di faceto, la lode di smaliziato, ma non ricattava le spese della sua splendida illuminazione.
In capo a due mesi i suoi poveri fondi furono al verde: provò a indebitarsi anche là, ma non trovò quel credito che s'aspettava: le scadenze cominciarono a parergli più prossime, più irreparabili, più ruinose; ai centocinquanta fiorini di Marta appena volgeva un pensiero: la giovine, la promessa, il matrimonio gli sembravano cose assurde. Voleva scriverle, ma che mai? Perchè versare in quel cuore, che lo amava sì caldamente, quel principio di disperazione che già lo rodeva? E poi.... E poi.... forza è dirlo. Egli aveva già mancato a que' giuramenti: un'altra donna s'era impadronita dell'amor suo, e avea contribuito per la sua parte a sciupargli quel po' di scorta. Se si fosse conservato fedele alle sue promesse, avrebbe forse trovata la forza di domandar consiglio alla vecchia che dovea fargli da madre, i cui consigli avrebbero forse, se non impedita, almeno resa meno fatale la sua rovina. Ma egli non poteva gittar tutta la colpa sulla fortuna; sentiva quanta parte glie ne toccasse e quando questi pensieri venivano a molestarlo, li affogava nel vino.
IV.
Delusione.
Abbiamo lasciato il nostro Figaro ad annegar nel vino il pensiero delle imminenti scadenze, e quel resto di amore e di gratitudine che ancor lo legava alla povera Marta. Lo sciagurato non era solo; un'altra donna gli sedeva accanto nella remota taverna, dove sciupava la sera gli scarsi guadagni della giornata. Non siate sì presti a giudicarne sinistramente. Era una giovane di 25 anni, fantesca, cuoca, cameriera, governante e padrona, come vi piace meglio, di un ricco possidente di quella terra: una donna onesta, come ella diceva ad ogni dieci parole, che amava il vantaggio del suo padrone come suo proprio, che lo aiutava a vestirsi la mattina, a spogliarsi la sera, perchè era vecchio e gottoso, gli ammanniva i bocconi più ghiotti, gli augurava cent'anni di vita.... nell'altro mondo, semprechè morendo si ricordasse di lei e dei lunghi e vari servigi che gli aveva reso con una delicatezza e un disinteresse impareggiabile e degno del più generoso compenso. Sono parole sue. A quell'ora (erano trascorse le dieci) dopo aver messo a letto il suo caro padrone, e spento il fuoco nella cucina, e uditolo russare nel suo letto tranquillamente, a un cenno di Federico era uscita di casa pian piano, e andata con lui a esilararsi un po' dopo le fatiche del giorno; e questo, già s'intende, senza che nessuno avesse a dir nulla sul fatto suo. Essa era libera; egli era libero (s'era ben guardato di dirle quanto innanzi fossero andate le sue relazioni con Marta); potevano un giorno divenire marito e moglie, solo che quel vecchio rantoloso del suo amato padrone s'imbarcasse un bel mattino per l'altro mondo. Intanto era giusto che si trovassero un poco assieme per conoscere reciprocamente il loro carattere, e non contrarre certi legami colla testa nel sacco, come si suol dire fra la gente giudiziosa. Questi erano i loro discorsi, quando dovevano respingere o preoccupare qualche indiscreta supposizione.
Tal è la facile morale delle sue pari; e qui ancora siamo costretti a ripetere: Di chi la colpa?
Sedevano ad un piccolo desco l'uno rimpetto l'altra, guardandosi tratto tratto in aria carezzevole, e scambiandosi fra loro alcuna di quelle frasi onde la gente volgare suole significarsi il reciproco attaccamento. Dico attaccamento e non amore. Federico e Giustina erano più attaccati l'uno all'altra che amanti. Egli vagheggiava in lei gli orecchini d'oro, la collana, i buoni scudi che aveva messo da parte, e più di tutto l'influenza che esercitava sul suo padrone, tra i più facoltosi della città.
Ma dopo aver sacrificato i più begli anni al servizio di un vecchio celibatario, sfidando da una parte le noie, le fatiche, le veglie, dall'altra le maldicenze e i giudicii temerari del mondo, avea bisogno di riposare il pensiero nell'idea di un marito che un giorno potesse riabilitarla ai proprii occhi e far tacere le male lingue. I debiti e un interesse pecuniario tenevano le veci d'amore in Federico: un interesse morale, men turpe dell'altro, aveva fatto gradire a Giustina le galanterie del barbiere. Chi avesse letto nei loro cuori questa miserabile pagina, avrebbe riso alle calde proteste d'amore, alle improvvisate espansioni dei due innamorati. Ma che vado io applicando al caso nostro questa ipotesi trista e divenuta già sì comune? Nel nostro c'erano due ragioni che scusavano una tale dubbiezza: i debiti da una parte, e il bisogno di migliorare la propria riputazione dall'altra. Checchè ne fosse, i due amanti erano ancora nella felice illusione, ignoravano il secondo fine che dettava quelle parole e quelle carezze, e forse anche non avevano confessato a se medesimi la propria frode. Aveano ancora più buona fede che non suol trovarsi in persone più alte in simili casi. Ma era giunto il momento della grande rivelazione.
— Giustina, — disse Federico alla sua compagna, dopo aver biascicato la parola per un buon tratto, e sperimentato nella sua mente almen dieci maniere per entrarle in materia — Giustina, voi mi andate assicurando che mi volete bene. Da due mesi che ci conosciamo me l'avete detto più di cento volte, ed io.... io ve l'ho sempre creduto sulla parola.
— Ebbene che cosa vorreste dire? Che non ho detto la verità? Voi piuttosto....