Feci sostare il cavallo, e salii pedestre fino alla casa d'un uomo, che è quasi lo spirito famigliare, il cronista, lo storico vivente della casa Collalto. Intendo dire il Franceschi, del quale avevo letto parecchie memorie scritte con sobria e sensata erudizione. Io lo conosceva poco più che di nome: ma la gente che scrive ha il suo passaporto con sè; e poi come pensare che in quelle amene colline, presso a quel bel castello, non istesse proprio di casa la cortesia? Chiesi del Franceschi, e mi guidarono a lui.
Dopo le oneste e liete accoglienze, inteso che la prima cagione del mio viaggio era un punto di erudizione, l'ottimo cancelliere di casa Collalto non tardò un istante a mettere agli ordini miei tutti i vecchi manoscritti che rovistava, i cronisti della Marca che avea raccolti, e nei quali era solito vagliar l'oro dalla scoria delle adulazioni e degli odii municipali. — Libri, pergamene, tutto è agli ordini vostri, diss'egli; e se le lunghe letture vi possono abbreviar la fatica, disponete della mia amicizia come del mio buon cuore.
— Che sapete voi della Donna Bianca?
Egli mi squadrò con uno certo sorriso tra il sorpreso e l'ironico. — Donna Bianca? Voi scherzate, non è vero?
— Non ischerzo punto, mio caro Franceschi. Io vi ringrazio infinitamente di tutte le vostre cronache, di tutti i vostri manoscritti, di tutte le vostre memorie storiche, genealogiche ed erudite. Vi domando solo che ne sapete di Donna Bianca?
— Intendo! riprese egli. Dopo aver manomesso il campo della storia, volete fare man bassa anche sulle povere leggende del popolo.
— Per l'appunto, risposi. E dipenderà da voi e dalla gentilezza vostra che io non cominci da quella di Donna Bianca.
— E dàgli con Donna Bianca! Non sapete voi che codesta è una vecchia storia, una storia che deve risalire al duecento!
— Tanto meglio. Le leggende più antiche sono le più belle. Raccontatemi dunque che se ne dice, giacchè, per dirvela, io so poco più del nome.