— Andiamo intanto a cena, chè mia moglie non brontoli. Sono cose da contarsi dopo aver provveduto allo stomaco. E mia moglie, forse, che è nata in questo castello, ne saprà più di me di cotesta filastrocca.

La proposizione era bella, ed aveva il merito poco comune dell'opportunità. Sicchè non è da dire se fu accettata con tutto il buon garbo che meritava.

II.

«Bianca, prese a dire la gentil Caterina, dopo le picciole ritrosie, senza le quali è impossibile che una donna cominci un racconto; Bianca, per quanto intesi a dire dall'avola, era il nome d'una orfanella ch'era stata raccolta in casa Collalto, quando la famiglia risiedeva ancora nel castello di questo nome, poche miglia lontano da qui. Qualcheduno sostiene che questo non fosse altrimenti il suo nome di battesimo, ma una specie di soprannome venutole dalla singolare bianchezza della carnagione e dal candore dell'animo. Checchè ne fosse, ella era, secondo l'opinione comune, una graziosa fanciulla, forse raccolta dalla madre del conte Tolberto, o nata costì da qualche affezionato maggiordomo della famiglia. Pareva dovesse condurre nella pace e nell'oscurità la sua vita, e divenire più tardi la moglie di qualche scudiere o paggio prediletto ai signori, e il suo nome sarebbe ora confuso con quello di tante che non si saprà che vivessero, se non quando risorgeremo insieme nella gran valle di Giosafatte. Meglio così per la povera Bianca! Ma la sua trista sorte doveva farla troppo famosa.

»Il conte Tolberto di Collalto, unico figlio di un barbone nominato Schinella, e di una contessa tedesca di cui non resta nè il nome nè il ritratto nel vecchio castello, avea menata a moglie la contessa Aica Da Camino, una famiglia nobilissima della Marca, che anche in tempi posteriori ebbe molto a che fare coi Collalto, a quanto mi viene raccontando il mio signor marito, quando mi crede degna di tanto onore.» — Disse queste parole, fissando il Franceschi con certa aria furbesca ed amabile, che il signor Franceschi dovette farle un inchino.

«Questa Aica, a sentir lui, non si trova ne' suoi alberi genealogici, anzi studiò quindici giorni e più per sapere qual altro nome potesse avere la nobile sposa del conte Tolberto. Quello che è certo si è che Aica è un brutto nome, molto antipatico, e che stava assai bene alla contessa Da Camino che s'imparentò coi Collalto. Corre voce che fosse fantastica, sofistica, brutta e gelosa come, come....»

— Come non siete voi — mi credetti in obbligo di soggiugnere, per toglierla dall'imbarazzo di trovare quel paragone.

La gentil narratrice guardò il marito, sorrise e ripigliò la parola arrossendo.

«La madre del conte Tolberto assegnò la povera Bianca come damigella d'onore alla nobile nuora, il giorno che ella venne ad abitare il castello. Le vantò la sua docilità, i suoi costumi semplici e ingenui, e la grazia con cui sapeva prestarsi ad ogni servigio che spettasse alla sua condizione. Aica la squadrò con aria dispettosa da capo ai piedi, e quel primo sguardo decise forse della sorte d'entrambe. Ringraziò con cerimonia del suo dono la suocera, e s'incamminò nelle sue stanze ordinando alla fanciulla che la seguisse. L'appartamento assegnato agli sposi era, com'è naturale, il più splendido del castello. La camera nuziale metteva in un'altra stanza destinata alla damigella, perchè potesse accorrere ad ogni cenno della signora. Questa stanza esiste ancora nella torre del castello, immediatamente sopra la carcere, ma non fu mai abitata dal tempo che si venne a conoscere l'orribile fatto di cui fu scena.

»Il matrimonio del conte di Collalto colla Caminese era stato, come suole avvenire tra' signori, più un affar diplomatico che un legame di simpatia. Quelle due famiglie ricorrevano spesso alle nozze, quando sentivano il bisogno di collegarsi insieme più strettamente, o contro i conti di Gorizia, o contro le altre città della Marca, che in quel tempo facevano tanto strepito, quanto adesso non ne menano i principi più potenti. Ma il cuore se la intende assai poche volte colla politica, dice il mio signor marito; onde avvenne che i due nobili sposi s'accorsero in breve che non erano fatti l'uno per l'altra. Il carattere del conte Tolberto era mansueto, indulgente, amorevole, tutto l'opposto di quello di Aica, la quale aveva tutti i cattivi numeri della famiglia da cui discendeva. In due mesi la nuora e la suocera non si guardavano più, se non nelle grandi cerimonie sacre o profane; e il povero conte Tolberto aveva adoperati inutilmente tutti i suoi mezzi per riconciliarle fra loro. Vedendo alfine che non poteva piegare a niun modo l'indole intrattabile della moglie, e che, se più rimaneva al castello, ne sarebbe seguita qualche rottura, pensò di cogliere il primo partito che gli venisse offerto per allontanarsi di là, e recarsi alla guerra. Egli preferiva i pericoli e le fatiche dell'armi a quegli astii familiari e incessanti che gli toglievano la sua cara tranquillità. A quei tempi le occasioni di menar le mani non si facevano attendere lungamente. Uno di quei signori, credo il conte di Gorizia, devastava il Friuli: il Conte s'unì in lega co' suoi vicini, e si disponeva a partire per combattere il nemico comune.