»La mattina della partenza, vestito di splendide armi, picchiò alla porta della consorte per prender commiato da lei. La Contessa stava assisa dinanzi ad uno specchio, mentre la Bianca, con pazienza instancabile, le accomodava i capelli. La gentil Bianca non le era stata concessa a quell'umile ufficio; ma l'altiera signora, quasi mettesse la sua gloria a far pesare il suo giogo sulla modesta orfanella, le prescriveva a bello studio i servigi più bassi; tanto più dal giorno che il conte Tolberto s'era avvisato di rimproverarle colla sua consueta dolcezza quei modi superbi ed indebiti. Aica s'era così contentata di chiedergli se la damigella fosse stata assegnata a lei sola od a lui? Or dunque, Bianca era lì architettando, secondo i capricci della dispettosa dama, gl'indocili crini che la natura le aveva dato, come emblema del suo carattere.

»— Si parte? domandò la Contessa senza guardarlo.

»— Il dovere di cavaliere me lo comanda, rispose il conte. Ma voglio esser certo che noi ci lasciamo senza rancore, mia nobile Aica. Mi sarà conforto alla lontananza, che mi troverò in compagnia de' vostri congiunti, e potrò combattere al loro fianco. Anche lontano da voi, il vostro pensiero mi seguirà. — Così la squisita cortesia del conte Tolberto procurava di velare agli occhi della dispettosa consorte il vero motivo della partenza. Ma costei non era tale da lasciarsi prendere a quelle dolci parole; e benchè le fosse tutt'uno che il conte se ne andasse o rimanesse al castello, non mancò di esacerbare per quanto era in lei quel congedo.

»— Desidero, disse, che la mia memoria si dilegui al più presto dalla vostra mente: già non potrebbe che darvi noia. Andate, signore, e dite a' miei nobili fratelli ch'io sono felice! — Un accento d'amara ironia trapelava da queste parole ch'ella declinò l'una dopo l'altra senza alcuna emozione e senza rivolger lo sguardo dallo specchio che le stava dinanzi. Tutt'ad un tratto parve colpita da alcun che di strano e d'inaspettato. Il suo volto, naturalmente pallido, allibì più che mai; stette immobile riguardando lo specchio, come quella piastra esercitasse sopra il suo spirito un orribile fascino. Ella vedeva sorgere sopra il suo il viso candido ed amoroso di Bianca: vide i suoi begli occhi inturgidirsi e circondarsi d'un dilicato rossore: una lagrima invano repressa velò la nera pupilla, e rigò quelle guance come una stilla di rugiada sopra il candido marmo d'una statua. Bianca non pensò a nasconderla nè ad asciugarla. Forse non sapeva nè pure di spargerla, certo non s'accorse che altri stava guardandola, e nel suo cuore gliene faceva un delitto mortale. Aica non alitava dinanzi allo specchio rivelatore: ella voleva saperne di più, e seppe infatti più che non avrebbe voluto.

»Il conte aveva esitato se dovesse rispondere all'acre rimprovero della moglie; poi con un gesto della mano che dimostrava il suo risentimento, s'era incamminato verso la porta. Sul punto di oltrepassare la soglia, s'era rivolto verso le due donne. Aica non fece motto; ma gli sguardi lagrimosi di Bianca si scontrarono con quelli del conte: un lampo d'amorosa intelligenza li unì. Fu un lampo: che il conte era già sparito, e l'orfanella avea ripreso il lavoro per un momento interrotto. Fu un lampo, ma bastò a illuminare di sinistra luce tutto un passato, foriero della folgore che ne scoppiò. Partito il conte, Aica mandò fuori con un forte sospiro l'alito lungamente trattenuto; le sue guance, che s'erano fatte a grado a grado violette, ritornarono livide; s'alzò ritta rovesciando la pettiniera; fissò con occhio di vipera la giovanetta che non poteva indovinare l'origine di quell'ira, ma pure ne fu sgomenta per un secreto terrore che l'investì. Dopo alcuni momenti di silenzio terribile, la contessa ruppe in questa domanda: — Tu piangi? Perchè quelle lagrime? Rispondi, sciagurata, o questo è l'ultimo istante della tua vita. —

»Bianca si sentì soffocare da un sentimento fino allora a lei sconosciuto. Era paura, rimorso, indignazione? Non è facile a dirsi. Forse erano tutte e tre queste cose ad un tratto. Ella chinò il capo come il colpevole colto in fallo.

»— Dimmi tutto, o sei morta, — replicò la contessa. La povera giovane si lasciò cadere sulle ginocchia quasi svenuta. Aica l'afferrò per un braccio e la strascinò semiviva nella camera attigua ch'era, come sapete, la sua. Vi si chiuse con essa, e dopo una lunga ora n'uscì, chiudendola a chiave. Il suo volto era raggiante d'una gioia feroce. Ella avea saputo ciò che temeva, e pur desiderava d'intendere.

Ripassando dinanzi allo specchio, tornò ad affacciarvisi, come per un istinto, non saprei dire se di gratitudine o di terrore. Abbrancò colle mani le chiome scomposte, e le torse intorno alla testa come per dissimularne il disordine. Ma il suo viso aveva un'espressione così sinistra, che ne parve ella medesima inorridita. Ripassando la palma della mano sopra i capegli inegualmente spartiti, e asciugando il sudor freddo che le bagnava la fronte livida e corrugata, — S'amavano, s'amavano, mormorava la contessa fra' denti. Egli l'amava!....

»Si fermò come ascoltando il suono di questa parola; poi, tutto ad un tratto, mise alla bocca un fischietto, e ne trasse un sibilo acuto. Accorse un vecchio maggiordomo, e si fermò sulla porta in aspettazione del suo comando.