— Io? Non so niente, io! Ad ogni modo ei guarirà forse della ferita. Senti, Ivo, giacchè ti deve importare la vita del bracco, dovresti montar tu pure sulla barella perchè il lupo non rompa a caso la musoliera. Senti, senti come freme! Povero Lampo, s'ei mette i denti in libertà. —
La pazienza del giovane toccava gli estremi, ma pure dissimulò finchè giunsero a Capo d'Istria. Qui ei trasse Stiepo in disparte, e guardandolo con freddo e risoluto piglio: — Cugino — gli disse — io ti prego di non permetterti un solo motteggio sulla caccia di ieri. Ricordati che se alcuno riderà alle mie spalle, tutti non rideranno ugualmente.
— Come sarebbe a dire? pretendi tu minacciarmi?
— Io non minaccio alcuno: ti prego a porre un limite alle tue beffe.
— E s'io non volessi ascoltar la preghiera?
— Stiepo, ella non è altrimenti preghiera: è un comando. Tu non dirai nè anco una parola sul conto mio! — E così dicendo lo fissava con quel guardo che annunzia una ferma risoluzione e la forza morale per porla ad effetto. Stiepo ne fu involontariamente un po' sconcertato, e volle sottrarsi all'influenza che quello sguardo esercitava per la prima volta sopra di lui. Cambiò discorso, e soggiunse: — Tu non avrai la Matilde. Ella è figliuola d'un bravo cacciatore, e sceglierà uno sposo degno di lei.
— Non si tratta ora nè di Matilde, nè della sua scelta. Si tratta della tua vita! —
Stiepo voleva ridere, ma l'occhio fiso ed immobile del suo cugino gliene tolse la voglia. Ei gli voltò le spalle e andò a collocare il suo lupo in una stalla deserta in fondo al cortile della sua casa. Là gli trasse destramente la musoliera senza slegarlo però dal laccio che lo teneva assicurato a un grosso anello di ferro fitto nel muro.
IV.
Matilde intanto, come seppe del cane, cominciò a strillare e domandava il nome del feritore. Non so quale de' cacciatori si lasciò sfuggire il nome del disgraziato giovane. — Già doveva esser lui! — gridò la fanciulla irritata. — È stato Ivo veramente? — domandò essa a Stiepo che soprarrivò in quell'istante.