— Io sono padre da un mese, soggiunse tranquillamente Antonio. Or ora vedrai la mia sposa. — Così dicendo rientrammo nella casa, dalla quale ci eravamo allontanati durante questo colloquio, passeggiando all'incerto lume del crepuscolo che si protraeva vivace e fantastico dietro i monti, indorati sull'orlo da' suoi ultimi raggi. Ci venne incontro sul limitare della modesta dimora una bella e svelta figura di donna, portante fra le braccia un bamboletto. Come ci vide ci salutò abbassando leggermente il capo, o piuttosto gli occhi sotto le nere e lunghe ciglia che li segnavano, e silenziosa si trasse in disparte, senza ch'apparisse però alcun indizio di imbarazzo sopra i tranquilli e severi lineamenti della sua faccia. Portava intorno alla testa ed al collo un fazzoletto non molto dissimile dal costume lombardo, e il restante del suo abbigliamento non s'allontanava dall'usanza resiana se non nel colore. Una gonna scendente fino alla noce del piede, una tunica più corta e senza maniche, che la moda si compiace di raccomandare sotto altro nome alle nostre dame, e un giubbettino abbottonato dinanzi fino alla cintura, e assettato al collo e alle braccia fino ai polsi. Tale è il costume universale delle donne resiane, le quali però non l'usano se non bruno, mentre la moglie di Antonio l'indossava di color bianco.
Una fiammicella brillante ardeva sul largo focolare e ci consigliava a sederci d'appresso, poichè il nostro colloquio a cielo aperto non ci aveva permesso d'avvertire l'irrigidire dell'aria dopo il tramonto. Antonio mi fe' portare il vispo mammoletto il quale diede in improvviso pianto al vedere una faccia straniera, per cui la madre fu pronta a raccorselo al seno, e si ritrasse altrove per calmarne gli incessanti vagiti. Restati soli, Antonio così ripigliò il suo racconto:
— Io mi partivo dalla città noiato, stomacato delle ciarle che correvano sul mio conto, e degli stolti giudicii onde erano state interpretate le mie risoluzioni. Il conte di V. e la sua società avevano dipinto coi più lepidi colori la mia condotta. Credi tu ch'io non sappia d'essere stato battezzato per pazzo? Pazzo sarei stato, signori, se avessi rinunciato a questa tranquillità pei vostri fumi, e per le vostre nobili consuetudini!
Io non visitava la Resia se non per osservarne i costumi, per trarne qualche quadro di paesaggio, per togliermi alla beffarda compassione ch'io leggeva sul volto di chi mi incontrava per via, per essere solo. Le case di questa vallata bastano appena alla numerosa tribù, ed io ebbi albergo in una di esse che da pochi giorni era restata senza padrone. Egli era perito in una gola delle vicine montagne, e avea lasciato un vecchio padre e una giovane vedova sprovveduta d'ogni soccorso. Quest'ultima tu la conosci. Il vecchio non sopravvisse molto a suo figlio, e morì pochi giorni dopo di avermi offerta l'ospitalità ed ottenuti i miei vani conforti. Al suo letto di morte egli mi raccomandò caldamente la desolata nuora, e passò.
Ullania soffrì queste due sventure con un dolor muto e profondo che sarebbe stato preso per indifferenza nelle nostre città dove le apparenze son tutto, e dove un vestito bruno dispensa da ogni altro officio di condoglianza. Ella non pianse; solamente le sue palpebre si tinsero di vermiglio, e non proferì parola. Io mi provai ad usare con essa le solite formule e a ripeterle le ordinarie consolazioni. Ella mi ascoltava con un mesto e doloroso sorriso che qualche volta mi fe' sospettare ch'ella pensasse ad una fiera risoluzione. Seppi dappoi ch'io non m'era ingannato, e che ella pensava veramente a gittarsi da un altissimo picco, per troncare una esistenza sì miserabile. I consigli del confessore, o altro che fosse, mitigarono a lungo andare la sua tristezza, ed ascoltò più volentieri le mie parole. Io le parlavo talora in italiano, talora in russo (avrai osservato che il dialetto di questa tribù slava ha molta somiglianza col russo): ma ciò che le rese più intelligibili le mie parole fu un principio di simpatia che andava di giorno in giorno ravvicinando le anime nostre. Una circostanza la rinforzò. Ella era rimasta, come t'ho detto, priva di tutto. Morto il vecchio, non restava alla povera donna che la sua casa e il breve orticello che la circonda. Com'io m'accorsi delle strette in cui si trovava, volli largheggiare nel fitto ch'io non aveva pattuito, e la invitai a dividere la mia mensa.
Ella stette lungamente sul niego, e un giorno mi dichiarò non esservi che un mezzo solo che potesse indurla ad accettare i miei benefizi: acquistarne il diritto. Da lì ad un mese il parroco benedì il nostro matrimonio: ella mi portò in dote la sua casa, il suo orticello, il suo cuore e tutto l'amor suo. Io non ti farò l'elogio di Ullania, nè ti dirò quanto sia felice con essa. Un paio di giorni che tu passi in nostra compagnia, basteranno a convincertene.
— Non dubito punto di quanto mi dici, e tutto ciò andrà bene fino a che tu rimarrai nella Resia. Ma come si troverà la tua bella sposa, quando sarà fuori dal suo elemento? La società non potrà mai perdonarti questa scelta.
— Oh! quanto alla società, io farò di bei quadri per essa. Mia moglie l'ho sposata per me non per gli altri.
— S'intende.
— D'altronde mia moglie non temerebbe già il confronto delle tue belle contesse. Anzi non vi ha luogo ad alcun paragone. Ella sa l'arte difficile di tacere quando non importa che parli, e chiamata a rispondere, possiede un dono che la più fina educazione non può sempre insegnare: il buon senso.