— Pure tu non vorresti esporla a' sarcasmi delle nostre pietose damine. Gli hai provati tu stesso se pungono. Credimi, mio buon amico, il mondo ti avrebbe lodato se l'avessi tenuta come modella, ma non ti perdonerà mai d'averla presa per moglie.

— Pur troppo: ma che cosa ha più a fare il mondo con me? Ecco il mio mondo; ecco il mio universo: ecco la mia famiglia. Io n'ho abbastanza di tutto il resto. Voglio vedere se io posso verificare una pagina de' nostri romanzi: voglio comporre un'egloga di tutta la vita che mi rimane.

— Avrai tu il coraggio di rinunciare agli onori che potresti procacciarti coll'arte tua?

— L'arte mia mi procaccerà qualche cosa di più nobile e di più piacevole ancora. Io la coltiverò d'ora innanzi secondo il mio gusto, non secondo la moda. Le mie pitture saranno una manifestazione della vita intima. Io vo' dipingere la mia felicità; e quelli che vedranno i miei quadri, si risolveranno forse ad imitare l'esempio mio, a rischio di passare per pazzi. —

Il nostro dialogo fu interrotto dall'amabile Ullania che venne ad invitarci alla cena. Sedemmo a un deschetto parcamente imbandito d'erbaggi, di cacio e di burro, e qui fui presentato per nome alla padrona di casa che ne faceva schiettamente gli onori. Ella mi ringraziò di non aver dimenticato l'amico. — Egli m'ha più volte parlato di voi — soggiungeva: — ma diffidava di rivedervi, giacchè voi eravate così lontano, e mio marito non pensa ad abbandonare la sua nuova patria.

— Non lo condanno più — le risposi — dacchè conosco le ragioni che ve lo legano. —

Così terminata la cena, mi ritrassi in una graziosa cameretta che mi era stata assegnata, e mi coricai domandandomi: è pazzo?

VI.
Un quadro.