Ma non verranno, oh non verranno. A quest'ora sarà giunta la notizia del mio arrivo qui. Figurarsi che musi! come ha detto il sindaco. E diranno: la partita è perduta, non ne faremo niente.

E quei miei cari amici! È proprio il caso: dagli amici mi guardi Dio. E presi il Roma[32]. E rilessi la sentenza incredibile. Considerando e considerando. Caspita! come la trinciano da giudici costoro! Assegnano collegi, e questo a te, e questo a me, come se gli elettori ci fossero per niente. Fossi l'ultimo gregario, pure non dovevano sentenziare senza consultarmi. Ed io che sapevo i loro impegni, e credevo tirarli d'impaccio, venendo qui e addossando tutto sopra di me. Nossignore. Bisognava andare avanti, e passare addirittura il mio corpo... Ora vi darò io una lezione.

E venutami la bizza, vinto dal dispetto, scrissi in fretta questo telegramma al bravo Avezzana presidente del Comitato:

«Protesto contro deliberazione presa, me assente. Non riconosco a nessun Comitato, e a nessun partito, e neppure all'Italia intera dritto decidere quistioni riguardante mio onore, mia posizione morale nel mio collegio nativo».

Ridevo pensando l'effetto di questo telegramma, giunto da Lacedonia. Ma pensai che se uno scandalo avevano fatto loro, non era ragione perchè un altro scandalo facess'io. E uso a giudicare gli uomini con indulgenza, pensai pure che quella sentenza del Roma sarebbe rimasta lì pro forma e per dare una soddisfazione al mio competitore, e che una volta saputomi qui, avrebbero detto: cosa volete? De Sanctis è lì: potete pretendere che noi combattiamo De Sanctis?

Così m'acquetai e stracciai il telegramma[33].

Apersi la finestra per dar luogo a quella nebbia di fumo. Era notte alta, con uno di quei silenzii della natura, che ti tengono il capo basso. Osservavo quel fumo aggiunto a fumo che con leggi sue faceva la colonna e lentamente si scioglieva via. Ecco qui, dicevo, il mistero delle cose. Il sigaro fumato non esiste più, ciò che esiste è il fumo che non formerà nuove combinazioni, nuove esistenze. Ed io che sarò? Un sigaro fumato. Bella consolazione! Niente muore, tutto si trasforma. Una gran frase, sicuro, per farci ingoiare la pillola. E la pillola è che l'individuo muore e non torna più. Dite a quel fumo che si rifaccia sigaro, si rifaccia il mio sigaro, o piuttosto del padrone di casa. Caro Michelangiolo, tu russi, e io fumo i tuoi sigari, e i sigari non torneranno più. Me ne darai dei nuovi domani; ma questi non torneranno più. Mentre tu russi e io fantastico, già quest'istanti non sono più, morti per sempre, e i morti non torneranno più. E mi si ficcò nella mente questo «non torneranno più» come il ritornello della mesta canzone. E più continuavo la canzone, e più il ritornello si ostinava a non volerne uscire.

Per finirla mi avvolsi sotto le coltri, e buona notte. Ero stanco a morte, ma il cervello non voleva dormire. Pareva una pentola che bolliva, e cacciava vapori, e i vapori si condensavano, prendevano forme varie. Sentivo parlare, vedevo in quella tenebra raggi di luce. Caso simile mi successe la prima notte nelle prigioni di Castel dell'Uovo[34], e molte altre volte. Anzi talora in veglia, in certi momenti di ozio, mi fo io i fantasmi, che sono come un altro me dirimpetto a me, col quale discuto, e so che è un inganno, e mi compiaccio dell'inganno.

Cervello, cervello, stai quieto, dicevo io. Ho bisogno di dormire. Dimani ho a fare un discorso, di quei discorsi che si ricordano per un pezzo. Pensa che debbo convertire mezza Lacedonia, che se ne sta rintanata e non si vuol far vedere.