Rimasto solo, passeggiavo per lungo e per largo nel salotto. Che andare a letto! Il cervello fumava come il mio eterno sigaro. Non avevo dormito che poche ore a Rocchetta. Ma il sonno se n'era ito. E lo spirito sostentava il corpo.
Fumavo e fantasticavo.
[IV.]
Fantasmi notturni
Sansevero, 18 febbraio.
Qui ci sarà mezza Avellino! aveva detto quel prete col suo sorrisetto. Qualche avviso ha dovuto avere quel prete.
Ricordai che in Napoli, alla stazione, stando in sul partire, avevo incontrato un amico. «Se voi partite, verremo tutti.» No, risposi io, dov'è De Sanctis, non voglio vedere nessuno. Venga mezza Avellino, non voglio io con me l'altra metà. Voglio essere io solo.
E che gusto ci avrei, dicevo ora, se venissero proprio domani. Già un discorso debbo fare a questa gente. Avrò un uditorio pieno. Volevo io andare a loro, ed ora sono loro che vengono a me. Essi portano seco i loro rancori e le loro ire di Avellino, ed io offrirò loro il ramo di ulivo. Usciranno dal loro covo anche i miei invisibili. E si farà una pace generale. E avrò raggiunto d'un colpo lo scopo del mio viaggio. E mi benediranno in Lacedonia e mi benediranno in Avellino.
La mia faccia rideva, tanto ero contento, tanto mi lusingava quella fantasia.