Il salotto era già pieno. Trovai lì mezza Cairano. Che bel vedere era quella brava gente, venuta di lontano, e ora col viso aperto, con gli occhi lieti, con le mani tese! Cairano non l'avevo visto mai. Pure sentivo che colà dovevano volermi un gran bene, e non conoscendo nessuno, stetti in mezzo a loro, come conoscessi tutti da lunghissimi anni. Pure avevo una spina. E giravo gli occhi, e non vedevo nessuno di quelli che avevo visitato in casa Alvino. E mi giunse una lettera del giovine oratore, nella quale m'informava come qualmente il Comitato che li dirigeva, contro il suo avviso, aveva loro vietato di venire nella casa comunale. Prometteva però che dopo il mio discorso sarebbero venuti a visitarmi, e mi faceva tante scuse, e mi esprimeva la sua stima, anzi la sua venerazione. Oimè! diss'io, costoro hanno pure un direttorio. E compatii al povero oratore, che voleva non disgustar me e non disubbidire a quelli. In quest'oblìo delle più volgari convenienze concepii cosa sono le passioni settarie.

Mi avviai alla casa comunale con grande accompagnamento di elettori. Lì presso vidi due fanciulli, tirati dalla curiosità, e con l'aria di chi faccia cosa proibita. Al mio comparire sulla piazzetta l'uno si tirò indietro, come per darsela a gambe, e l'altro guardava me che andavo a lui, con un certo sdegno negli occhi, e con un certo riso sardonico, che non poteva uscire sulle labbra, tenuto indietro, rispetto o paura che fosse, e che pur dava alla sua fisonomia una espressione ironica. Era un bel fanciulletto[68], e mi pareva in quell'atteggiamento un piccolo Farinata. Che gran male gli avranno detto di me! pensai, e lo presi per mano, e gli dissi: «chi è tuo padre?—Miele.—Ebbene, ti auguro che sii migliore di tuo padre». Quel motto era una riminiscenza de' fanciulli di Calitri, i buoni padri debbono desiderare figliuoli migliori di loro. Pure, preso alla lettera, quel detto poteva sonare una ingiuria, e lo spiegai subito a' vicini per tema che mi attribuissero una così bassa intenzione.

Entrai. Sala pienissima, grande aspettazione. Sbirciai verso la porta quel tale amico Diogene, che a volte faceva capolino dentro, situato in modo il nostro filosofo da poter dire di esserci e di non esserci. Non uno di quei della sera. Il Direttorio era stato ubbidito. Vidi però con piacere qualcuno di Cairano ch'era lì malgrado il Direttorio e glie ne tenni conto.

Cosa dissi? Poco me ne rammento. Avevo già detto la sera tutto quello che era a dire. E a ripetere non mi ci trovo. Non ho mai ripetuta una lezione. E un dì che gli studenti vollero un bis, riuscii freddo e sguaiato, pur dicendo quel medesimo che il dì innanzi aveva mossi tanti applausi. Doveva ora dire altro o trattare la stessa materia in altro modo. Ma non ci ebbi tempo, nè voglia.

Avevo innanzi un uditorio simpatico, già commosso e mezzo intenerito, gli applausi erano in aria, prima che aprissi bocca. C'era in quel punto una specie di parentela tra le nostre anime, m'indovinavano prima che compissi il pensiero, e applaudivano e non si saziavano di applaudire: l'affetto rendeva veloce l'intelligenza. Abbandonato al caso, commosso, smarrito, trasportato come un fuscello di paglia in mezzo alle onde, io mi sentiva dolcemente annegato nel mio uditorio. Mi pareva che non parlass'io: o piuttosto ch'io fossi una eco, una voce del coro; così mi sentivo uno con tutti. Posso io rifare quei momenti deliziosi? rigenerare con la volontà quella generazione spontanea?

Tornai tutto esaltato in me. Lo avevo detto spesso: ma allora mi sentivo davvero tra miei concittadini. Dall'alto di quel piedistallo che mi aveva alzato il loro affetto, quanto mi parevano piccoli i miei avversarii!

La folla mi seguiva nel salotto, e stavo così bene in mezzo a quell'amabile confusione, prodotta da un affetto impaziente, che tutti nello steso tempo volevano espandere. E viene a me quel caro Mauro, il padrone di casa, zitto, zitto, piano, piano, e mi tira in disparte, e mi susurra all'orecchio ponendosi l'indice sul labbro, che mi pareva don Abbondio, quando diceva: per amor del cielo! Cosa è nato? dicevo, alzando la voce, e mezzo stordito. E lui: Mio cognato! e mi tirava, guardandomi con certi occhi pietosi e abbassando più la voce.

Questo signor cognato era giunto di Avellino, ed era il capo nominale della parte avversaria, bonomo, tenuto un pezzo grosso in paese, e vano di quell'onore, di esser dietro lui il capo. Ora il signor cognato era un gentiluomo, e teneva a mostrarsi gentile e voleva sì farmi visita, ma zitto, zitto, piano, piano, che nessuno ne sapesse niente. Ed entrò per una porticina secreta, e lo trovai in un salottino. Viso magro, lungo e scuro, privo d'ogni espressione, come d'ogni colore. Modi civili, se non distinti. Finite le generalità della conversazione, promise... ma zitto, e il bravo Mauro accompagnava quel zitto cogli occhi, promise il suo voto, e... il suo voto solo. Posso fare di più? pareva dicesse, allargando le mani e chinando il petto. Risposi che non ero venuto a carpir voti.—Ah! e cacciò fuori un grosso sospiro, come chi si senta alleviato, e dunque? Dunque non tenete a' voti! e posso dirlo anche agli altri. Voi non siete venuto qui per avere i voti! E posso dirlo anche agli altri.—Servitevi.

Il bonomo, che aveva presa alla lettera quella forma di dire delicata, era fuori dei panni, e la gioia comparsagli sulle labbra dava una certa espressione a quella fisonomia. Mi levai freddo, e gli diedi una stretta ufficiale di mano. E dicevo: il teologo aveva ragione. Qui la gentilezza è presa a rovescio, e vogliono loro si parli a lettere di scatola.