Cara Virginia[1],

Sono tanti anni che non ci vediamo. Ma tu hai sempre serbato un piccolo posticino nel tuo cuore per me e per la mia Marietta[2], e in ogni capo d'anno ci hai mandato una tua letterina. Questa volta mi hai mandato un letterone, e mi dici tante cose, il tuo viaggio in Inghilterra, i tuoi giudizi sulla nostra prosa, e mi parli delle lettere critiche di Bonghi, e mi esponi i tuoi dubbi, e vuoi sapere dal tuo antico maestro, che libri hai a leggere e che indirizzo hai a tenere. Caspita! dissi tre me: Virginia, non le basta esser divenuta una principessa; ora la pretende a letterata, e giudica perfino del Bonghi, e fa un ritratto del suo ingegno e del suo carattere con la sicurezza e la chiarezza della spontaneità femminile. Vedi un po' come va il mondo; Bonghi giudicato da Virginia? E domani toccherà a me, e a tanti altri. Giudizi formidabili quelli di donna, che vanno diritti come l'istinto, a primo getto, a impressione, e spesso più sicuri che i sillogismi fabbricati da' dotti.

Volevo risponderti subito; ma era tempo di elezioni, e posi la tua lettera da parte, e dissi: risponderò dopo. E questo dopo è venuto molto tardi per me; le elezioni erano finite; ma la mia elezione continuava. Vidi contestata la mia elezione nel collegio nativo: gittai un occhio fuggitivo su' verbali, e fiutai molte brutture; avevo caro che la Camera annullasse l'elezione, perchè mi spiaceva dire al mio collegio naturale: rimango deputato di Sansevero. Mi si parlò di un'inchiesta, ed io dissi: No. Questo povero Collegio ha già subite parecchie vergogne: ha subito perfino un'inchiesta giudiziaria[3]; risparmiamogli questa nuova vergogna. La Giunta decretò la rinnovazione del ballottaggio; ed io fui lieto, e dissi: ora vado io là. Parecchi di quei paesi non avevo visto da quaranta anni: altri non avevo visti mai; in alcuni ero passato come corriere; non vi avevo lasciato alcun vestigio di me. Gli elettori dicevano: perchè De Sanctis non viene? perchè non scrive? Egli ci disprezza: e permette che il suo nome diventi coperchio di altri nomi e di altri interessi. Ed io dissi: andrò io là, voglio vedere da presso cosa sono questi elettori, e che specie di lavoro vi si è fatto, e se equivoco c'è, voglio togliere io l'equivoco. E per la prima volta ho fatto un viaggio elettorale.

Tornai ieri ancora commosso. Nella mente mi si volgeva tutta una storia pregna di grandi dolori e di grandi gioie, ricca di osservazioni interessanti; avevo, imparato più in quei paeselli che in molti libri. E dissi: questo non è più storia mia; è storia di tutti, ci s'impara tante cose. È il mondo studiato dal vero e dal vivo e studiato da uno, che sotto i capelli bianchi serba il core giovine e intatto il senso morale e potente la virtù dell'indignazione. Ecco materia viva di una commedia elettorale. E non ne conosco nessuna ancora. Achille Torelli, che mi dialogizza in versi tesi ed antitesi, pensi che arte è natura studiata dalla fantasia e lasci ai mediocri le idee e le tesi. Che bisogno ha il potente Cossa di andarmi a cercare Nerone, o il simpatico Cavallotti di rompere il sonno ad Alcibiade? Si è filosofato e sì politicato in versi, ed ecco la volta degli antiquarii e degli eruditi.

E si discute se Cavallotti ha studiato la storia greca, e se Cossa s'intende di storia romana, e non mancheranno di quelli che vorranno sapere se hanno avuto la loro brava licenza liceale. Abbiamo tanto mondo intorno, vivo, palpabile, parlante, plastico, e vogliamo cercar l'arte ne' cimiteri, e profanare i morti per rifar loro una vita posticcia, mescolanza ibrida del loro e del nostro cervello. Brutto segno, quando si vede l'arte vivere di memorie come i vecchi, e non gustare più la vita che le è intorno, senza fede e senza avvenire.

E pensavo pure: qui non c'è politica, o piuttosto politica c'è, ma è nome senza sostanza, pretesto di altri interessi e di altre passioni. E tanto meglio; la politica spesso guasta, e ti crea una materia artificiale. Qui è un mondo quasi ancora primitivo, rozzo e plebeo, pure illuminato da nobili caratteri e da gente semplice, riprodotto con sincere e vive impressioni da un uomo che andava lì a riconquistare la sua patria.

Allora ho pensato a te, o Virginia. Non so cosa sei divenuta, ignoro la tua vita; sento che in te ci dee essere ancora molto di buono, poi che ti ricordi del tuo vecchio maestro. La Virginia a cui scrivo è quella giovinetta, che mi sta sempre innanzi, con quegli occhi dolci, con quella voce insinuante, a cui l'esule raccontava le sue pene, ricordava la sua patria lontana, e tu commossa mi diceva: Poverino!

Ero da poco in Torino; mi fu offerto il solito sussidio[4]; ed io dissi: no, voglio vivere col mio lavoro. E cercai lavoro.

Domenico Berti[5] mi procurò un posticino in un Istituto[6], lo ricordo con riconoscenza.

Cercai teatro più vasto, feci le mie conferenze sopra Dante, nè posso mai dimenticare i gentili torinesi, che m'incoraggiarono co' loro applausi, e mi rivelarono a me stesso.