Certo è che fanciullo io studiava molto, e più latino che italiano, e le mani mi bruciavano delle spalmate, e la paura delle spalmate era tanta, che un dì m'uscì detto amabint e vidi il corruccio negli occhi del maestro e che alzava la mano, mi gittai alla porta, e sdrucciolai e caddi su un chiodo che mi entrò nella coscia, e ho ancora la cicatrice. Che belli costumi; neh?

Quante mie lacrime ha viste quella piazzetta! E qui, su questi gradini, dove ora fantastico, mi ricordo, era innanzi l'alba un cielo nero e brutto, e stavano seduti molti di casa, e mia madre mi teneva in collo, seduta anche lei, e attendevano non so che, io tremavo di freddo. E vennero, e ci fu un grande abbracciarsi, e si levò un gran pianto, e io vedendo piangere, piangevo e strillavo e mi stringevo alla mamma. Fatto adulto, mi riferirono che quelli erano gli otto morresi del ventuno[77], tutti parenti, due De Sanctis[78], due De Pietro, un Cicirelli, un Sarni, un Pugliese e un D'Ettore, che in quel triste giorno prendevano la via dell'esilio. Questo è un titolo di nobiltà più moderno, ma non meno rispettabile che di esser nati dagl'Irpini.

E pensavo: se ci ha da essere un cimitero distinto, non sia distinzione di classe, ma di merito. O che? dee andar perduta memoria di quelli che fanno il bene? Lì è la storia vera di un paese. E non ci ha da essere una lapide che la ricordi? Della vecchia generazione sono ancor vivi nelle nostre conversazioni Paolo Manzi e Domenico Cicirelli e due vescovi, un Cicirelli e un Lombardi, e due letterati, un Carlo De Sanctis e un Niccolò Del Buono, e per tacer di altri, tocco del lutto più recente, un Carlo Donatelli, uomo d'ingegno distintissimo, e avvocato primo nella provincia. Queste sono le nostre glorie, ed il nostro dovere è di conservare ai nipoti piamente queste memorie.

Fantasticando così, sopraggiunsero le cugine, e il discorso volse presto allo scherzo, e si venne sul «ti ricordi? E vi ricordate, diss'io, eravamo così giovani allora, vi ricordate di quei tali pizzicotti? E voi a farvi rosse, e io aveva l'aria di un monello, che osava qualche cosa di spaventoso. Pure era tra cugini, e non ci era malizia, almeno per me; e voi?» E loro a chiudermi la bocca ridendo, come se volessero dirmi: non sono discorsi questi!

Girando un po' il paese, chiaccherando, scherzando, così passava quel giorno, e si venne a sera, e attendevo notizie del ballottaggio, e non si vedeva tornare anima viva.


[XI.]
Dopo il ballottaggio

Napoli, 26 aprile.

Il tempo tra sereno e pioggia pareva un matto. S'era rimesso a pioggia. Neppure un cane s'arrischiava fuori, dicevano, e la gente s'era tutta raccolta in cucina, che è il salotto di quei paesi, e vi si faceva una conversazione allegra e clamorosa. Io non avevo lo spirito così libero che vi potessi prender parte, e me ne veniva appena il romore nel salotto.