Il cattivo tempo mi spiegava l'indugio delle notizie. Ma ero inquieto. Non dubitavo già della vittoria. Pure, se aveva rinunziato a quella vittoria splendida che mi promettevo nel mio viaggio, tenevo ad avere almeno tutti o quasi i voti del mio mandamento. Anche questa speranza m'era rimasta debolissima, visto d'appresso l'attitudine degli avversarii: ma ci era andato don Camillo, e che farà don Camillo?[79].
Lo avevo incontrato che andava in Andretta, e gli dissi: «Guardatemi bene negli occhi, don Camillo, confido a voi il mio nome e l'onor mio; guardatemi bene negli occhi». Ma gli occhi rimasero a terra, mentre diceva con quella sua mezza bocca a riso: poichè gli equivoci sono finiti... E finì lì, e io tirai innanzi.
Che farà don Camillo?
O piuttosto, che ha fatto don Camillo? diss'io, correggendo a voce quella confusione di tempo nata nel pensiero.
E dissi: Vediamo un po' se indovino. Anche io so tirare l'oroscopo. Tale è l'essere e tale è il fare. E cosa è don Camillo?
Raccolsi quel che sapevo del suo essere e de' suoi gesti, e me lo ricordai che eravamo tutt'e due giovanissimi.
S'era in pieno quarantotto. Mi sentivo già qualche cosa. E andai in Andretta, pensando che tutti mi dovessero già conoscere e farmi deputato. Ma non ne fu niente, e mi capitò come a Cicerone, tornato tutto trionfo di Sicilia, che a Roma si credeva non si fosse mai partito di città. Nessuno sapeva niente de' fatti miei, anzi parecchi mi credevano ancora uno studente, ed ero già un professore, e di quelli, come pareva a me e a molti altri. Ed eccoti don Camillo, più giovane di me, che mi si fa attorno, e lisciandomi con belle parole, tira me e i miei morresi in un bel concertino per la formazione dell'ufficio elettorale. E come tutta la buona fede era da un lato, e tutta la malizia dall'altro, avvenne che don Camillo entrò e io rimasi fuori[80]. Questo bel tiro mi restò fitto in capo, e non ne è voluto più uscire.
Da quel tempo non l'avevo più visto. E mi tornò innanzi, quando, proposto io consigliere provinciale, scrisse agli elettori un elogio di me, con molti bei ricami e fiori, sì che mi parve una vera esagerazione. Seppi allora che era giornalista e avvocato. Glie ne feci render grazie, e ci cambiammo qualche saluto. E poi? E poi mi scrisse una bella lettera perchè, venuta sul tappeto la mia candidatura alla deputazione, chiarissi la mia intenzione, dissipassi gli equivoci, ecc. E io feci una bella risposta, scegliendo lui a interprete della mia intenzione, con tanti ringraziamenti, ecc.
Conchiusione. D. Camillo si trovò in un bell'imbroglio. Ufficialmente, non era decenza combattere la mia candidatura, e se vi si faceva contro, erano i fratelli, ma lui! Oh lui! e a inchinarsi e a dir tante belle cose di me. Venne il dì. E don Camillo, che fa l'avvocato in Sant'Angiolo, andò in Andretta, e votò, e per chi doveva votare? faceva di me tanta stima. Ma al mondo ci sono sempre le male lingue. E questi attribuirono a lui una scheda su cui era scritto: Soldi non De Sanctis. E l'ufficio disputò a quale dei due andasse quel non, e ricordò il redibis non morieris, e non sapendo risolversi, annullò la scheda, rendendo omaggio allo spirito e alla erudizione del sottile autore. Non vi pigliate collera, don Camillo; quando si ha riputazione di spirito e di rettorica, incontra così, ti si affibbiano tutte le gherminelle. Cosa volete? Vi tengono un grande avvocato, e se si fecero le proteste, chi poteva averle architettate? Don Camillo, l'autore presunto di tutte le malizie.