Il compito di commemorare Francesco de Sanctis fu sempre di per se stesso assai malagevole, per la difficoltà intrinseca, che incombe a chi lo assume, di scolpire nei suoi tratti più caratteristici la figura di un uomo proteiforme, il cui pensiero non è ancora interamente rivelato, e aspetta chi lo incarni e lo compia nell'arte e nella scienza, nella vita morale e in quella politica.
La difficoltà del cimento è però cresciuta, a dismisura, per me, dall'obbligo stesso che mi vien fatto di sostituire al penultimo istante, l'oratore insigne, che, rinunziando alla nobile missione, ha voluto additare del pari la perigliosa altezza di questa solennità.
Il Parlamento, l'Università, l'Accademia, l'Associazione della Stampa, il Circolo Filologico, nelle commemorazioni fatte a più riprese dell'opera geniale di Francesco de Sanctis, provvidero in diversa misura a rivelare la parte più nota e meglio accessibile del carattere dell'uomo. Ma chi riparla di lui innanzi al popolo d'Ariano e alla gente Irpina, convenuta da ogni angolo della provincia quasi in attesa di una rivelazione o risurrezione delle più elevate attitudini del suo pensiero, non può credere che l'ufficio, che gli è delegato, sia quello soltanto di suggellare nel marmo la fama del principe della critica, proprio là di dove s'irraggiò dapprima e più viva la luce della sua intelligenza. Ben altra è l'aspettazione con cui si segue la parola rivelatrice del significato nuovo e profondo, che in sè accoglie una festa affatto insolita per queste contrade, quasi che la pubblica coscienza, ridestata di un tratto al sentimento pieno della sua dignità, volesse veder trasfigurati nel tipo i suoi caratteri etnici, e assunto per sempre nella storia del pensiero umano il contributo ricchissimo che vi apportarono, nella universalità della critica e nella internazionalità del diritto, i due più illustri rappresentanti dello spirito Irpino, Francesco de Sanctis e Pasquale Stanislao Mancini.
L'uno e l'altro ebbero attitudini multiformi, e apparvero, a buon diritto, come incarnazioni squisite delle più elevate virtù dell'intelletto italiano. Ma, nella universalità loro, non dimenticarono mai la nota fondamentale e, quasi direi, personale del carattere. Or chiunque si accinge a ricercare questa nota fondamentale, nell'opera del De Sanctis, non può dimenticare che egli si rivelò sempre, in tutte le manifestazioni della sua vita intellettiva e politica, quale critico sommo.
Ma che cosa è il critico di fronte alla coscienza popolare, e qual'è la funzione specifica che l'arte sua è chiamata a adempiere nella vita?
Non è facile chiarire o determinare l'insinuazione pericolosa che si nasconde in domande così suggestive, sopratutto in un ambiente come il nostro, dove lo spirito critico si confonde colla pubblica maldicenza, ed avvolge tra le sue spire tutte le forme più elevate dell'attività umana.
Ma io spero di non esser frainteso, se dalla considerazione obiettiva dei caratteri etnici di questa regione son tratto ad affermare, che lo spirito critico, in cui si appunta una delle tendenze più comuni e caratteristiche della natura meridionale, apparisce agli occhi miei quale evoluzione o, meglio, degenerazione di una delle più profonde qualità della mente, cioè di quell'istinto speculativo, che fu comunicato per la prima volta alla razza sannitica dell'intelletto filosofico dei Greci.
In Grecia, quest'istinto tralignò precocemente nella sofistica e, per intemperante amore della libertà del pensiero, affrettò la fine dell'indipendenza della patria. Nella razza sannitica, oppressa non ingloriosamente dalla forza trionfatrice di Roma, questo istinto fu inutile strumento di redenzione e armò lo spirito popolare contro l'ineluttabile e fatale supremazia del vincitore, lanciando contro di esso il ghigno sarcastico della Commedia. Fu un istinto che, per due volte, soccorse benefico a lenire il dolore della perduta libertà, ispirando nell'età antica il tipo dell'Atellana e nei tempi nuovi la maschera di Pulcinella.
Non è certo questo il luogo d'indagare il significato profondo che s'annida nell'origine storica di questi tipi, onde appare sì ricco, nel periodo più nefasto della decadenza politica, il teatro comico della nuova Italia. E tanto meno poi ci è consentito d'illustrare la felice assunzione di questi tipi nel patrimonio dell'arte italiana, per opera di un genio novello, non ancora mancato alle nostre aspettazioni ansiose di gloria, per opera, voglio dire, di quella incarnazione robusta del genio musicale, che, interpretando il significato recondito di queste maschere, ha circonfuso di luce immortale le memorie più care dei nostri dolori. Mi fermerò invece a rilevare, non senza compiacimento, che il De Sanctis mirò sopratutto, colla multiforme opera sua, a togliere la maschera dalla vita e l'orpello dalla coscienza; e che non fu un caso se, proprio nella sua scuola, un ingegno non meno eletto che acuto, a cui arse di sì vivida luce la vita interiore da annebbiarne precocemente quella degli occhi, si provò, col meritato plauso del maestro, ad analizzare, con grande finezza, il carattere del Pulcinella, e a vedere mirabilmente incarnata e riflessa nel tipo di questa maschera l'immagine di un popolo, che cerca ognora più il parere che l'essere, che persegue le sue torbide fantasie e le ama più della realtà, quasi dolente che questa gli turbi il godimento tranquillo del suo torpido sogno.
Questo torpore fantastico, in cui il buon seme antico della nostra razza, dominata da Roma, resta tuttora addormentata, era, come ho detto di sopra, un effetto di degenerazione, e non ebbe neppure quella larga e fiorente incarnazione artistica, in cui ama di rifrangersi per solito, nella penombra della storia o nelle passeggiere ecclissi della civiltà, la fantasia popolare. La natura fantasiosa e spensierata del nostro popolo, tanto nel crollo dell'antica libertà quanto nell'esose gravezze della nuova servitù, sorrise amabilmente delle sue sventure, quasi non le fosse consentito, colla forza del libero pensiero, di scuotere il peso delle sue catene. E non furono che scarse e fioche voci, isolate e quasi moleste, quelle che interruppero di tempo in tempo il sonno monotono dell'inglorioso servaggio. Per non dire che quelle rare volte, in cui queste voci riuscirono fide interpreti della coscienza popolare, esse non fecero che cullarne e riaddormentarne l'anima tra i lenocini dell'arte e la lussuria dei sensi, carezzando e lusingando le peggiori tendenze di un'indole avulsa dalla realtà e sognante ognora le gioie e le delizie dell'Arcadia.