In quest'ebbrezza di sensi, che ricongiungeva alla vita della natura l'anima meridionale, brillarono talvolta le forme di un'arte più elevata e più pura, e passarono sulla coscienza come lampi di fuoco gl'istinti della ribellione. Ma l'anima popolare non trovò mai la forza nè di redimersi colle suggestioni radiose della grande arte, nè di affrancarsi coi moti vigorosi e concordi di una forte e felice convulsione politica. L'arte si estinse precocemente nella satira, e lo spirito di resistenza nella parodìa della rivoluzione, organizzata e repressa nel nome di Masaniello.
Giaceva però nel fondo della razza come un tesoro ascoso e quasi vergine, lo spirito filosofico, rimasto troppo a lungo inoperoso tra le ansie della diuturna servitù e le nebbie della più impenetrabile ignoranza. Questa luce accese improvvisamente lampi di nuova vita nell'animo del Vico e rivelò, per suo mezzo, al mondo della coltura la fiamma di uno spirito agile e desto, che il pensiero ellenico aveva nutrito dei suoi succhi più vitali, e a cui affidò la lampada di resurrezione dell'antico sapere italico.
Già altri ha additata, assai felicemente, in alcuni canoni vichiani della Scienza Nuova i primi albori della critica di Francesco De Sanctis. Questa intima affinità non va però interpretata come un esteriore contatto, che sia quasi indizio di diretta emigrazione o trapasso. Essa, invece, è conformità d'animo, è continuazione latente dell'antico e puro pensiero italico, è liberazione dell'animo dall'abiezione della servitù secolare, mercè le forze fresche e nuove dell'indagine speculativa.
Ho detto che l'Italia meridionale non aveva partecipato direttamente ed efficacemente alla nuova elaborazione delle forme letterarie più complesse e perfette, che diedero origine e spiccata fisonomia nazionale e moderna all'arte italiana. Nè voglio insistere più del dovere sul fatto, che anche nell'età antica il contributo principale dato dalla nostra razza allo svolgimento storico della letteratura latina investì di preferenza le forme inferiori dell'arte, la satira cioè e la commedia. Io accenno a tal congruenza, che non può essere casuale, solo per il fatto, che essa prestò una probabile giustificazione o motivo anche ad un apprezzamento affatto parziale ed ingiusto, dato dal Mommsen sulle qualità artistiche del popolo italiano. Dai primi suoi studi, che aveva volti ad illustrare in modo così originale e nuovo i dialetti e i monumenti antichi di queste nostre regioni, egli fu forse tratto a negare all'Italia antica e alla moderna le attitudini più squisite per la grande arte, sol perchè riconobbe i caratteri etnici della nostra letteratura dalle forme secondarie, che in mezzo a noi avevano trovato più largo successo e non volgare ispirazione.
Ma, se al nostro popolo mancò lo splendore della grande arte, gli arrise invece, mercè l'opera del De Sanctis, una gloria, che forse non morrà, quella cioè di poter dare al mondo della coltura la coscienza dell'alto valore umano che ispira la nostra arte e che affratella il nostro pensiero alle manifestazioni più splendide e perfette dell'arte universale.
Nel carcere di Castello dell'Uovo, testimone delle orgie tra cui era morta la libertà repubblicana, tragico asilo in cui si era estinto l'ultimo avanzo del nome di Roma, lo spirito di Francesco De Sanctis si ricongiunse collo spirito stesso dell'umanità, e nelle ansie affannose dell'anima di Guglielmo Tell, a cui era specchio l'onda armoniosa e limpida del verso di Schiller, sentì ripercosse le ansie della nuova anima popolare, anelante e bramosa di riscossa.
Le voci, che si sprigionarono a quel contatto dalla coscienza del critico, erano sussulti incomposti e gemiti di un'anima ferita nella poesia del cuore, offesa nelle aspirazioni di libertà interiore, indarno represse dalle catene. Ma quell'epilogo doloroso dell'infausta giornata del 15 maggio, se parve un sanguigno tramonto e un'irreparabile rovina d'ogni più nobile e riposta idealità della nostra gente, fu invece nel fatto l'alba promessa e quasi fatidica della sua riscossa.
Noi abbiamo così poco svolta e formata la nostra coscienza politica, e così ottuso e annebbiato il senso della realtà dall'indole vaporosa e fantastica, da potere ancora dar credito a questa ingiuriosa leggenda, che lo spirito popolare delle nostre contrade, oppresso da esosa servitù, sia stato come per forza avvinto alla causa della libertà, e più che affratellato aggiogato alla sua redenzione. Questo colpevole e deplorevole oblìo di noi medesimi offusca e perturba non solo la storia vera del nostro risorgimento, ma la coscienza della nostra dignità di popolo. E fa porre in oblìo, non men dagli altri che da noi medesimi, la partecipazione eguale e diretta che ebbero alla grande opera le due razze privilegiate della penisola, il vigoroso senso pratico dell'elemento celtico, trasfuso e contemperato nella valle del Po col buon seme italico, e lo spirito più universale ed astratto della razza sannitica che, con rinnovellata prova delle sue più squisite idealità, fece spontaneo olocausto della sua supremazia e indipendenza politica, per adempiere nell'unità dei destini il fato della patria.
La nostra rivoluzione, soffocata nel sangue colla infausta giornata del 15 maggio, preparò un più largo movimento di riscossa e si chiuse in modo degno di un popolo civile, costringendo a un esodo, che parve volontario, l'imbelle avanzo dei dominio borbonico nelle nostre contrade. Egli è che quella sollevazione quasi unanime dello spirito popolare era stata promossa dalle alte classi dell'intelligenza, e, preparata nella scuola, aveva trasformati gl'impavidi seguaci in apostoli ardimentosi e martiri inconsapevoli della nuova idea.