A quest'opera di rigenerazione sociale e politica, Francesco De Sanctis consacrò i succhi più vitali della sua intelligenza privilegiata e le energie più fresche ed inesauribili di un pensiero nuovo e profondo, maturato nelle assidue meditazioni e negli studi severi. E fu tra gli esuli e i profughi, a cui era diventato pericoloso ed ostile il suolo della patria, quello che forse meglio d'ogni altro concorse a rendere ammirate, in Torino e in Zurigo, la vivace originalità e l'acuta penetrazione quali caratteri indefettibili dello spirito filosofico della nostra razza. Nè fu semplice omaggio all'insolita concordia di apprezzamento, con cui era giudicata al tempo stesso da due insigni meridionali l'opera e l'ingegno di Francesco De Sanctis, la scelta che di lui fece Camillo Cavour, additandolo al primo re d'Italia come primo Ministro dell'Istruzione del nuovo regno italico. Fu quella, più che un'intuizione politica, un presagio fatidico del grande statista, che additava nell'educazione civile del popolo italiano lo augurale e aspettato compimento dell'opera grandiosa, così faticosamente raggiunta coll'unità politica.
Ma l'astro luminoso, che ne aveva accompagnato le trepide vicende attraverso a delusioni amarissime e a meditati trionfi, si addormentò, ahimè! troppo presto, come avvelenato da Erinni malefiche. E parve per un istante che pencolasse il destino della patria nelle mani nuove e inesperte, che erano chiamate in sua vece a governarne le sorti.
Francesco De Sanctis sentì che per la vita si perdevano le ragioni del vivere, e solennemente distaccò il suo nome dalla causa di quel partito generoso, che turbato da molteplici difficoltà e pauroso di più ardite iniziative, sembrava di confondere troppo insieme la sua causa coi destini della patria. E, colla sua evoluzione, precorse di dodici anni l'avvento al potere di quella novella parte politica, di cui aveva preconizzato il successo.
Egli è che il suo spirito non si appagava di quella libertà esteriore, che era stato felice risultamento dell'avvedutezza politica e dell'accordo benefico del principato colle aspirazioni popolari. Quella libertà, così faticosamente raggiunta, mancava di un suo proprio contenuto morale e di un saldo fondamento economico, che ne rendesse desiderato e confortante il possesso alle moltitudini avide di giustizia e di bene. Ed egli temè che si potesse scolorare innanzi alla delusione delle loro speranze, il pregio di così travagliate conquiste.
In quest'aspirazione tuttora indeterminata e quasi inconsapevole della sua mente ci è dato di sorprendere come l'afflato dei tempi nuovi, che si era fatto strada o, meglio, aveva trovato eco nel suo spirito largo e comprensivo. E possiamo benanche immaginare, che forse, nel Politecnico di Zurigo, la sua anima non fosse rimasta sorda alle prime e nobili voci, che maturavano il nuovo pensiero sociale e il futuro destino dell'umanità.
Ma, se pur queste risonanze vi furono, esse non apparvero mai ben distinte, e, ad ogni modo, non esercitarono efficacia salutare, nè allora nè per molto tempo dopo di lui, sull'opera della parte politica, di cui aveva vaticinato come necessario l'accesso alle responsabilità del governo, per la retta funzione dei nuovi ordini costituzionali. Quando però questa evoluzione si fu affermata e compiuta, e nelle prime sue fasi apparve tanto difforme dagli ideali che l'animo onesto aveva vagheggiato, egli non mancò di sfolgorarla colla luce della sua intelligenza. Era l'antico spirito critico che risorgeva in lui e che gli dava, anche nella vita politica, quella seconda vista, che manca e riesce perciò appunto insopportabile ai mediocri. Cominciò allora, soprattutto per opera sua, la riorganizzazione dell'antica sinistra parlamentare, come partito di governo, sulle basi della moralità e della giustizia. E, chiamato a dare a questo tentativo gli ultimi sprazzi di luce della intelligenza, additò con chiarezza quali fossero i mezzi di ricostituzione interiore, che potevano risanare e rinsanguare, secondo l'antico concetto di Cavour, la vita pubblica e la coscienza nazionale. I mezzi da lui escogitati a tal fine parvero troppo remoti dalla méta e dalla realtà, e furono resi inefficaci da quel pericoloso e vivacissimo avanzo della decadenza italiana, che è l'irrisione dello spirito scettico e beffardo. Ma, considerando oggi alla stregua della nuova e pericolosa esperienza contratta nella vita i provvedimenti immaginati fin d'allora dal De Sanctis, per ricostruire la fibra della razza, non deve più apparirci materia di scherno nè il concetto della ginnastica educativa, nè l'istituzione delle scuole diplomatiche e coloniali, indarno destinate sin qui a preparar nuovo teatro alle vigorose energie del nostro popolo, cui son fatti troppo angusti gli antichi confini della patria.
Le attitudini critiche di Francesco De Sanctis si erano rivelate nella scuola del Puoti e avevano ricevuto il primo battesimo e, come a dire, il simbolo della loro predestinazione dagli incoraggiamenti benevoli di Giacomo Leopardi, che, echeggiando potentemente nei suoi dolori l'eco eterna dei dolori dell'umanità, non aveva però ancora perduta la fede nelle sue sorti magnifiche e progressive. Nè io ho bisogno di ricordare pur qui un'altra volta, come l'intuito critico di Francesco De Sanctis abbia sprigionato i primi raggi di quella luce vivida e nuova, onde apparve illuminata d'un tratto qualunque manifestazione più splendida della nostra arte, proprio dall'interpretazione dei canti immortali del poeta recanatese.
Questo spirito critico era stato la forza degli anni primi della sua giovinezza, il fuoco animatore della prima sua scuola, l'ispirazione mirabile per cui raccolse intorno al nome di Dante l'omaggio del mondo civile al culto delle nostre memorie. E non l'abbandonò mai in nessuna di quelle fasi culminanti, per cui si svolse il suo sentimento artistico e la sua vita politica.
Quando, compiuti in Roma i destini politici della nuova Italia, Francesco De Sanctis si accinse a continuare la sua opera di educatore, in quella che fu detta a ragione la seconda sua scuola, riapparvero sotto nuova forma gli antichi ideali del critico. E il maestro ritornò un'altra volta al poeta diletto della giovinezza, come per chiedergli ispirazione alla novella opera a cui si era accinto. Egli aveva già scolpito nel marmo, per mezzo della Storia della nostra letteratura, le forme e le vicende dello spirito italiano, e nella nuova scienza aveva intravista la fisonomia, con cui doveva colorarsi e riflettersi nell'arte dell'avvenire il rinnovamento della nostra coscienza morale, sociale ed artistica.
Un'opera mirabile e feconda di concezione, raccolta dalla viva voce del maestro nel momento stesso della sua concentrazione nel fuoco della parola, rivelò allora quasi ad ogni passo, ai suoi fortunati ascoltatori il profondo intuito che ebbe il De Sanctis di tutte quelle correnti spirituali, che insieme conferirono alla grande opera del risorgimento nazionale. Ma in questo studio d'integrazione, mirando a raccogliere e a determinare gli elementi più vitali e durevoli dell'opera della rivoluzione, e a sceverare da essa la parte mortale e caduca, onde era ingombra, egli si affissò soprattutto nel Manzoni, come disegnatore insuperato di tutto ciò che muove e guida nelle sue azioni l'animo umano.