E il santo bacio in ambedue mi diede.

Di mezza quella Bolla anco cortese

Mi fu, della quale il mio Bibbiena

Espedito mi ha il resto alle mie spese.

E dove conducesse te la munificenza del magnanimo Alfonso, o miserrimo Tasso, fa ribrezzo pensare; e tuttavolta importa rimettere dinanzi agli occhi della gioventù italiana, molto più che conforta stupendamente il consiglio dato di sopra, parte massima di umana dignità consistere nel cavarsi fuori del bisogno, e formarsi stato. Giovanetto ancora egli ebbe a vendere le poche masserizie domestiche, già impegnate ad Abramo Levi giudeo, lire venticinque per mettere l'epitaffio al padre suo, e non fu il peggio; più tardi implorò qualche frutto per saziare la fame, alla quale, comecchè parchissimo egli sempre si mantenesse, non era bastata la grama cena, e neanche questo fu il peggio; angustiato da turpe necessità in altra occasione chiede a Scipione Gonzaga dieci scudi se non per presto, almeno per elemosina, e ciò stringe il cuore, ma non lo sbigottisce ancora; il cuore nostro resta percosso quando il nepote Alessandro gli chiede aiuto, ed egli povero non gli può mandare altro che sonetti, dond'egli spera che caverà danaro mercè la larghezza degli elogiati; resta percosso quando per salvarsi dalla disperazione e procacciarsi pane ebbe a strappare dalle labbra della sua Musa avvampata di vergogna lodi a persone indegne, la memoria delle quali gli lacerarono l'anima come rimorsi: allora maledisse alla fortuna, ed ordinò si bruciassero le opere sue, e prima delle altre la Gerusalemme. Gli amici suoi raccomandavanlo a Francesco I dei Medici e a Bianca Cappello perchè a cavarlo di prigione non lo aiutassero; solo, per carità lo presentassero di qualche danaro, ch'egli molto bene si era guadagnato spogliandosi in farsetto per levarli a cielo; ed indi a poco confortano lo stesso Granduca di chiamarlo a corte, non gli dovendo dare noia la pazzia, imperciocchè pazzia o poesia arieggino fra loro. La donna mandava venticinque scudi, Francesco duramente rispondeva non volere matti in casa, e aveva ragione, ci aveva una mano di furfanti e di sgualdrine, e bastava: per la quale cosa in questo turpe negozio tu non sai distinguere, che più meriti infamia o le derisorie raccomandazioni degli amici, o l'aspro rifiuto del Claudio toscano, o la umiliante elemosina della granducale baldracca.

Egli è mestiero che la gente si persuada, i Sacerdoti coltivarono le lettere finchè nelle mani loro servirono a mo' di lanterna che ne dirigeva, rischiarandoli, i propri passi nei secoli, sicchè in sicurtà ed in ispeditezza vincevano quelli di coloro che andavano tastoni pel buio; quando cresciuto il lume rischiarò zona maggiore e i passi altrui, essi lo vollero spegnere; in questa parte più astuti i despoti dei sacerdoti finsero proteggere le lettere per contaminarle; qui come altrove gli odii loro meno funesti degli amori. Di ciò, per non dilungarci troppo, valga uno esempio solo e stupendo. Veruno ignora in quanta fama salisse di promotrice delle lettere e delle scienze Caterina II di Russia; qualche pugno di danaro gittato furbescamente, una pelliccia donata al Voltaire, un diluvio di piaggerie ai così detti filosofi le fruttarono la nomea di Semiramide del Settentrione, quasi che la Semiramide asiatica fosse ricordanza onorata: tre grossi volumi formano le leggi dettate da costei sopra un tanto argomento, e con sì forbito stile e concetti magnifici che ogni uomo è obbligato a farne le maraviglie. Ciò nonostante Caterina II, femmina se altra ne visse mai d'istinti regi, non promosse le scienze, molto meno le lettere; anzi l'ebbe in uggia, e presentendole ostili, desiderò che si spegnessero: questo alla libera ella confessa nella sua lettera al principe di Panin suo bertone (chè la parola amante non si vuole profanare), il quale prendendo ingenuamente sul serio le lustre della donna scettrata, si affliggeva del poco profitto fatto dai Russi nella istruzione: «mio caro principe, gli scriveva Caterina, non vi accorate per la poca inclinazione che i Russi dimostrano agli studii, e pel fatto, secondo il giudizio vostro, lamentabile, che gli ordini dati per fondare scuole ci procurino piuttosto buona reputazione fuori che civanzo in casa, perchè voi avete a sapere, che dal giorno in cui i Russi attenderanno agli studii davvero nè io rimarrò imperatrice, nè governatore rimarrete voi.» Come Caterina gli altri despoti tutti; ella non peggiore dei colleghi suoi; più sincera forse, o piuttosto, consentendo alla natura muliebre, meno discreta.

Quello che i letterati possono e dovrebbero adoperare di meglio così in benefizio delle lettere come della fama loro sta in questo, che imitando il caso di Diogene con Alessandro, dicano a viso aperto ai potentati i quali presumono umiliarli proteggendoli: «fatevi oltre, e non ci togliete quello che voi non ci potete donare, la luce della libertà e l'amore dei popoli.»

A tanta gloria non furono sortite le arti cui chiamano belle, sia perchè esse abbisognino di troppi aiuti materiali, sia perchè, secondo la necessità della natura loro le consiglia, propongansi piuttosto il bello che il buono, sia perchè impressionando del continuo lo spirito con la immagine degli obietti fisici non arrivino a tenere il dominio dell'anima indefessamente, profondamente. Le arti spettano al lusso; finchè i popoli crescono in virtuosa potenza o le schifano, o consentono che ci si affatichino dintorno i servi; nello scadimento l'esercitano i cittadini; le idolatrano corrotti; ornato elegante ad ogni maniera di turpitudini, pretesto splendido agli ozii codardi. Le lettere anche perseguitate, anco peste dal piè del tiranno, possono, vibrando la lingua, trafiggergli il calcagno con ferita più letale di quella dell'aspide: togli al letterato lo inchiostro, egli scriverà col sangue, e ciò fie meglio; nè occorre di rado nelle storie degli uomini. Le lettere quando non ponno impedire la morte del Popolo, o lamentano come Geremia, o incidono sopra il suo sepolcro un epitaffio truce come Cornelio Tacito. Le arti ai favori della tirannide si espandono, a mo' di pavone che spiega le piume della coda ai raggi del sole, le lettere intisichiscono, o tacciono, e bevendo l'acqua del dolore, e mangiando il pane dello affanno ritemprano la lena per giorni migliori. Come durando il cielo tuttavia bruno si ode di tratto in tratto la nota confortevole dell'allodola messaggera dell'alba, così le lettere prima di ogni altro indizio prenunciano il fine della barbarie. Chiunque ne intende il canto si frega le mani assiderate, e voltatosi a quella plaga, si rallegra nella speranza della prossima luce.

Il senno antico non fece le arti sorelle delle muse, nè le commise alla custodia di un Dio; negò loro nascimento celeste, anzi neppur concesse che una ninfa le procreasse, bensì le dava figliuole alla povertà, e con pari culto la madre e le figlie venerava: la più parte di loro percuotono come il tuono; indi a poco gli echi propagandosi per gli spazii remoti cessano, e se ne perde la memoria; altre durano per maggiore periodo di tempo, ma confidate a materia, che il fuoco incenerisce, l'acqua infradicia, l'aria consuma, si perdono anch'esse, e delle maraviglie sudate appena sopravvive un nome; inoltre, se non tutte, parecchie delle arti rimangono circoscritte da luogo, da tempo, o dentro la persona del tutto; d'altre poi esce una immagine alterata, diversa, e sovente deforme. Pongansi per esempio il canto (materia armonica, che uscita appena dalle labbra si sperpera per l'armonia che governa il creato) e la pittura, che si tramanda lontana o in grazia delle copie o del bulino, ovvero ancora mercè i trovati moderni — crepuscoli di sole tramontato. Più felici in questo le arti, che spesso largamente retribuisconsi, e se non tutte ad un tratto, secondo la sua stagione ciascheduna di loro si tuffa nell'abbondanza dei plausi, dei guadagni e dei piaceri. Una volta toccò alla pittura ed alla scultura, oggi tocca alla musica ed alle arti industriali. Le lettere in prima commettonsi a tutte le materie alle quali partitamente si affidano le arti, e sono metalli, marmi, legni, carte, pergamene, papiri, e via di seguito, e poi alla Memoria. Questa Dea non si scompagna mai dalle sue figliuole, e senza requie le porta attaccate al collo di su di giù traverso il mondo e i secoli. Pari ai sospiri degli amanti, le lettere percorrono in un baleno lo spazio che passa tra l'Indo e il Polo: alle ossa dell'uomo si attaccano, gli si mescolano nel sangue, formano anima all'anima di lui; cattoliche, apostoliche, universali veracemente le lettere; se non curate adesso, poco loro preme; si assettano sopra un termine della via donde passano i secoli, aspettano che gl'infesti sfumino a guisa di nuvole per lo emisfero della eternità, poi si levano come ristorate dal riposo, e tornano agli esercizii santi. L'Alighieri quando capita al mondo il gesuita Bettinelli e il Lamartine, il quale non è a propriamente parlare gesuita, leva le ciglia un poco in su, e vede affrettarsi in difesa della sua fama la bella schiera di Parini, Alfieri, Gozzi e Foscolo: dov'eglino si facessero attendere l'Alighieri non se ne accorgerebbe, perchè i minuti nelle vite come le sue sono secoli. Poichè dunque le lettere tanto trovano premio nella fama lontana e nella immortalità, attributo massimo di Dio, non invidiano, all'opposto cortesi consentono che le arti vengano largamente retribuite di beni transitorii: queste vivano più di pane, perocchè esse vivano più di Dio.

Tuttavolta sarebbe errore grande tacerlo, non tutti gli artisti abbisognarono, od avrebbero avuto bisogno di potenti protettori; egli è difficile persuaderci che Michelangiolo, il quale andava convinto che il concetto dell'artista in sè circoscrivesse il marmo, onde a lui non era mestieri di altro che sviscerarnelo con la mano obbediente all'intelletto; egli è difficile credere che il Dio agitantesi nell'anima sua non si rivelasse anche senza la protezione del Magnifico Lorenzo. Nondimeno, comecchè riesca più destro irritarsi della verità e maledirla, che confutarla, vuolsi manifestare apertamente, le arti ritraggono sempre qualche cosa del cortegiano; più spesso accompagnano la decadenza de' popoli che gl'incunaboli loro; nè di questo solo esse hanno colpa, bensì ancora di avere fatto amabile l'errore, e diffusone e perpetuatone il culto nei cuori degli uomini, molto più delle donne. I Sacerdoti abbandonati dalle lettere virili si appigliarono alle arti come a tavola di naufragio; alle are di Venere celeste diserte sostituirono i simulacri di Venere terrena, ingegnandosi ritenere co' sensi i mortali, di cui fuggivano loro l'intelletto e la fede.