Donde nasca e da cui venga lo scrittore italiano poco rileva: fra le domande che a diritto gli si possono volgere non pare che deva avere luogo quella che fece Farinata a Dante nostro: «chi fur gli maggior tui?» Solo sarebbe desiderabile che possedesse roba non tanta da generare superbia ed ignavia, nè tanta poca che lo costringesse a sottomettersi altrui; estremo danno la servitù antica per la quale l'uomo veniva a forza ridotto in potestà di altro uomo, e tuttavolta più trista la odierna assai, come quella che lo induce a compiacere in grazia del salario le voglie del padrone. Quella vinceva il corpo, questa il corpo, e l'anima per giunta: la prima dava di tratto in tratto qualche Spartaco, il quale convertite le catene in ispada periva in battaglia, la seconda partorisce, ed anco di rado, Seneca, che muore svenato dentro un bagno caldo: quegli finisce col ferro in mano, questi con ciancie di filosofia su la bocca. Non vuolsi affermare tutte, che non sarebbe vero, ma quasi tutte le laide o scellerate cose derivano dal bisogno; però laddove lo scrittore cammini scusso della molta roba, e della poca metta principalmente ogni suo onesto studio a farla. Ai consigli dissennati non badi, chè se turpe si deve reputare l'agonia della incontentabilità, e miseria degna più di compassione che di ribrezzo l'avarizia, trovasi onore nel procacciarsi sostanza. Quali i concetti e le opere di Catone Censore in proposito nessuno ignora: da lui stimasi atto da figliuolo di donna vedova sminuire il censo paterno, e disdoro espresso non lasciarlo, dopo lunga vita, cresciuto agli eredi; nè diverso da Catone adoperò Marco Bruto, ultimo dei Romani, il quale si dette con molta alacrità a ragunare pecunia per sopperire alle imminenti distrette della Patria. Intendimento disperato, e quasi sempre infelice, imperciocchè spente le virtù prische, male si presuma restaurare le fortune pericolanti della Patria co' vizii e le loro sequele: così ai dì nostri argomentano co' guadagni avanzati ai convegni della vanità e della corruzione alimentare gl'istituti di carità, e si risolvono in maschere di decenza che la ipocrisia fabbrica sul peccato, e la carità non se ne avvantaggia o poco. Vezzo plebeo e volgarissimo intento è trarre a dileggio quanto esperimentiamo nella vita degno di esempio, e però non mancheranno di proverbiare lo ammaestramento, che primo s'indirizza allo scrittore italiano, e che consiste nel procacciarsi civanzo; ma tu, giovane, pon mente a questo: nessuno scoglio al mondo più del bisogno è pauroso per miserabili naufragi di coscienze umane, e se colui che impropera lasciò il bisogno annidarsi in casa senza tentare gli estremi conati per cacciarnelo via, tieni per ferma di queste due cose l'una, o ch'egli è un vile, o che già si trova sul cammino per diventarlo. Nei libri dei Latini si legge avere la necessità comune l'epiteto con le Furie, e questo era diro, che suona empio, crudele: adesso chi fie che presuma vincere i Romani nel senso dello indomato decoro?

La miseria rende contennendo l'uomo, e con esso le discipline ch'egli esercita, nè a torto, imperciocchè paiano inette a fargli le onorevoli spese; donde avvenne che lettere e letterati caddero presso a molti in dispregio; il che quanto avanzasse la civiltà consideri chi ha senno. Leggendo le sventure dei letterati del Valeriano riesce oltre ogni credere amaro considerare come uomini meccanici arrivassero a stato onorevole, e i letterati no, quasi le lettere tolgano il volere e il sapere di governarsi decentemente nelle faccende ordinarie della vita; la quale sentenza per antichi e moderni esempii si chiarisce falsissima. Lasciando delle altre parti d'Italia per favellare soltanto di quella che ci è patria, i tre Villani, il Davanzati, il Sassetti, ed altri non pochi mercadanti furono, il Buonarotti, il Vinci, il Vasari, il Lippi pittori, scultori e tutto quanto piacque loro essere, imperciocchè a volere mettere qui tutto quello che seppero fare cotesti ingegni divini verrebbero manco il tempo e la lena. Il Dante si versò nelle bisogne pubbliche; il Petrarca altresì, nè fu alieno il Boccaccio dai traffici e dalle ambascerie. Ai tempi nostri vedemmo Roscoe, Lewis, Campbell, comecchè tenessero banca o fondaco, dettare nobili prose e versi di eletta gentilezza. Gualtiero Scott uomo di toga assunse l'arduo carico di bilanciare con lo immenso piacere dei suoi scritti lo abisso della noia diffusa sul genere umano dai barbari dettati degli autori forensi; e bisogna confessare, che se non giunse a saldare il debito, poco resto si lasciava indietro; nè il Byron stesso ebbe a schifo i guadagni, i quali poi spendeva in beneficii degni del suo cuore, ch'egli ebbe pari alla mente altissima: e questo, lui morto, anco i detrattori di leggieri consentirono.

Sogliono comunemente predicare che le lettere, in ispecial modo la poesia, non approdano, come quelle che tenendo a sè l'anima assorta la rendono incapace a qualsivoglia altro esercizio, ed è errore. Chi tale adopera, piuttostochè letterato insigne vuolsi estimare uomo imperfetto o tocco da qualche infermità. Di ciò andate sicuri, che chi più sa, più può, e lo fece vedere Talete milesio, il quale schernito dagli amici perchè avesse mandato a male la sostanza domestica per attendere ai suoi vaneggiamenti, raccolse con endica tempestiva gli olii della contrada, che rivendè in tempo di diffalta presagita da lui in virtù delle scienze fisiche nelle quali si versava; e così ridivenuto ricco d'inestimabile tesoro, lo distribuì agli amici, tornandosene povero e sgombro di fastidii a filosofare.

II.

Qui cade in acconcio inquisire se sia o no giusto il rammarichío della poca protezione o nessuna compartita dai governi ai letterati, e se sia vero che promovendo essi le lettere prosperassero, derelitte intristissero. Le lettere da Dio vengono, e ai popoli vanno; la luce per essere creata abbisognò della parola; le lettere no, che sgorgarono spontanee dal pensiero divino, e se tu avverti la potenza donata allo spirito umano di esercitarle in qualsivoglia più misera condizione della vita, alla indomata libertà del concetto, alla impossibilità da un lato d'impedirne il baleno, ed alla agevolezza dall'altro di tramandarlo durevole e lontano, non potrai dubitare un momento ch'elle sieno della Provvidenza vicarie veraci per incamminare gli uomini a migliori destini. In carcere l'uomo pensa; anzi, misericordia di Dio!, il carcere come la cote, acuisce l'acciaro, dà il taglio alla mente, onde ella ferisce più affilata che mai; l'esilio raddoppia le voci, imperciocchè i cuori che lasciasti nella terra del tuo nascimento ti rispondano co' mille echi di desiderio e di affetto. Su le anime il tiranno nulla può.

Adesso abbi per fermo, le migliori rugiade che bagnino le lettere, fiori dalla ghirlanda di Dio caduti sopra la terra, consistere nella persecuzione, e subito dopo la persecuzione nell'oblio dei re.

Mosso da pari sentimento Schiller cantava: «la musa alemanna non vide fiorire per lei il secolo di Augusto; i favori dei Medici non le sorrisero, non conobbe auguste protezioni, nè le sue rose ai raggi principeschi sbocciarono. Lontana dal soglio del massimo fra i figliuoli dell'Allemagna, Federigo, ella non ebbe da lui sussidii nè onori; però l'Allemagna quando si sente battere poderoso il cuore nel petto può gridare con voce altera: — devo a me quanto valgo, — e questa è la ragione per la quale il canto del bardo alemanno sprilla più fiero, e rotola le sue onde; questa la ragione per cui dovizioso di propria abbondanza attinge dal fondo dell'anima, e ride delle regole.»

Narrasi eziandio, come il Mirabeau significando certo giorno a Federigo II il suo rammarico perchè egli si fosse astenuto dal promovere le lettere germaniche, l'udisse scappare fuori con questa risposta: «voi v'ingannate, avvegnachè io non sappia che cosa meglio avessi potuto fare in pro delle lettere e dei letterati tedeschi, che valga al non ci avere mai atteso, o letto i libri loro.» Parve strano al francese, e nol fu; Federigo in quel punto apriva l'animo suo sincerissimo: di vero, se bene tu cerchi troverai come nè Virgilio, nè Orazio ai raggi del sole di Augusto si fecondassero: prima di lui nacquero, faville ultime del tizzo repubblicano che si muore. Astutezza di Ottaviano fu attaccarli alla propria fortuna, onde dopo lui i principi che bene appresero le arti di regno studiaronsi fregiare i regali ammanti più che di gemme con la gloria degli uomini famosi. Allora se i principi appellaronsi Augusto, o Lorenzo, o Luigi, o Napoleone, invece di scintillare con la propria luce soltanto, mescolaronci l'altrui, e ne aumentarono il bagliore, ossivvero ebbero nome Alfonso, o Maria Teresa, e consapevoli o nescienti ne rischiararono alquanto le tenebre dei tempi. Virgilio, ingegno sostanzialmente didattico, plastica, imita e adula, povero fiore rapito ai campi e chiuso dentro la stufa imperiale; Orazio pauroso del suo genio lo costringe a commettere mosaici con frammenti greci, e tremando di sentirsi levato in alto dalle penne pindariche si avvoltola per la polvere, e canta la sua viltà. Mette sgomento al cuore considerare come la storia, più che non si crede, spesso si faccia complice della menzogna cortigiana ingannando il mondo; di vero, Luigi XIV impone nome al secolo, e la storia per consuetudine di servitù continua a lui morto la piaggeria, che vivo a forza gli compartiva; all'opposto ella doveva avvertire come le lettere francesi, accese alquanto dalla scarmana per le contenzioni della Fronda, alle sue mani ripigliassero la consueta pallidezza; apresi il secolo di cotesto ventoso col Cornelio e col Molière, e si chiude con Giovambattista Rousseau. Schiller non si appose quando cantò le lettere promosse dai Medici, imperciocchè essi non favorissero le lettere bensì gli eruditi e gli artisti; il che suona troppo diverso; anzi Leone X protesse il Baraballo alternando con esso lui esametri e pentametri da cacciare addosso la quartana al santo collegio delle Muse, e lasciò morire di fame Marone. Quanto all'Ariosto poi, quello che gli facesse Leone X e quello che da lui ricavasse egli medesimo racconta giocondamente nella Satira III:

Piegossi a me dalla beata sede,

La mano e poi le gote ambe mi prese