Delle storie ed importanza loro; come le si abbiano, e da cui si abbiano a scrivere. Quello che gli scrittori italiani dovevano fare e non hanno fatto: abbietti scartafacci dei tempi nostri, che la vergogna vieta di appellare storie. Dei libri dei moderati, e di quelli dei repubblicani. Se la verità, la decenza e la reputazione del paese, che pure si compone di quella dei suoi uomini, sia rimasta offesa più dalle sfrontatezze dei nostrani o da quelle dei forestieri. Se la storia deva ingolfarsi nei gineprai di trattare per minuto delle guerre, delle paci, dei trattati e simili, ovvero chiarire qual popolo nel cammino dei secoli stornò e per quali cause, e quale altro progredì sempre retto, ed in grazia di quali sussidii: chi fu più fecondo di opere grandi, e chi ebbe copia maggiore di cuori generosi e d'intelletti divini. Conoscere la virtù alma generatrice di quanto sublima la nostra natura, dimostrarla, promoverla, alla venerazione del secolo additarla, e con essa le sue divine compagne la Risoluzione e la Speranza compiono l'assunto massimo dello scrittore di Storie.
Dei giornali: apotete degli ingegni gobbi, ed anco dei fatti bene pur troppo: scuole di errore e di arroganza: rovina ultima della favella italica; i libri sotto questa pianta parassita prima di nascere muoiono.
Questi a un di presso sono gli argomenti che ci studiammo trattare nel nostro scrittore italiano. Chiunque legge comprenderà agevolmente come non potrebbe desiderarne altri i quali fossero o più gravi per la materia, o più opportuni per la necessità, o più palpitanti[11] d'importanza a cagione delle fortune nelle quali versiamo; certo egli dubiterà del nostro valore ad esporli in guisa che la patria se ne approfitti, e a parlare schietto questo timore travaglia noi quanto lui, e forse anco più: ad ogni modo è forza dire prendendo consolazione nel riflettere che una di queste tre cose non ci può venire meno: o qualche utile verità troveranno chiarita, e tale da avvantaggiarne la Patria, e tanto ci tornerà a premio oltre la speranza: o tutto lo scritto apparendo erroneo ecciterà altri a indagare le cagioni del vero, e per benefizio universale dichiararle, ed anco questo fie che a noi piaccia: o per ultimo quando il libro ad altro non fosse buono che a porgere testimonianza come l'ultimo pensiero che prima di pigliare sonno lasciamo sul capezzale è la Italia, e il primo che ci troviamo svegliandoci sia parimente la Italia, giudicheremo avere dato esempio buono alle generazioni che crescono, e procurato a noi desiderabile incremento di fama.
I.
Pietro Giordani fu scrittore pei modi forbiti del dire preclaro, e per concetti eziandio commendevole assai: veramente gli nocque non poco alla facile eleganza del dettato quel suo volere ormare la favella italica sopra la greca, come recò pregiudizio al Boccaccio, e a quasi tutti i suoi alunni, massime cinquecentisti, la imitazione soverchia delle forme latine; imperciocchè dovrebbe pure capirsi, che la lingua nostra non ha da essere latina o greca bensì italiana, e ritenere, quantunque derivata in parte da quelle, indole propria; sentenza, che vale per il nostro come per ogni altro idioma. Ancora, alla copia del sapere il quale possedeva diverso e moltiplice il valentuomo, fecero impedimento due cose secondochè sembra potersi giudicare: primieramente il cervello educato a pascersi ogni dì con letture eccessive; per la quale usanza pessima osserviamo gli spiriti spossarsi nel digerire, così che quante volte presumano poi mettersi alla opera della meditazione vengono meno al prefazio: secondamente lo spesso e troppo lungo starsi a crocchio. Ed in vero se da una parte sarebbe peggio che inurbano, negare, che dalle veglie piacevoli nasca seguenza stupenda di beni come a modo di esempio sarebbero gentilezza di tratto, cortesia di espressioni, avvicendamento di uffici benevoli, rettitudine di giudizi, copia di notizie, ed altre più cose tutte care e gioconde, che troppo menerebbe in lungo riferire, dall'altra poi bisogna confessare, che abitua gli animi al dissipamento, e ad una certa compiacenza infeconda di vincere l'avversario nella disputa, piuttostochè a cercare e a rinvenire la verità, alla lusinga della lode casereccia, anzichè provvedere ad acquistarsi la pubblica, e per ultimo a versarsi per entro cerchio ristretto di pensieri ed anco di affetti.
Però se vorremo giudicare dirittamente dalle opere che egli ne lasciò, ci è dato conoscere quale e quanto fosse lo ingegno di lui: conciossiachè se da piccola materia egli seppe cavare scritti notabili per erudizione, per filosofia e per politica, o come non gli sarebbe riuscito di poggiare più in alto trattando materia di polso maggiore? In cosiffatte discipline proviamo come gli argomenti più gravi spesso non sieno i più ardui: all'opposto i leggeri spiombano, i solenni prestano ala allo ingegno: i miseri è d'uopo levare da terra, e con prodigii d'industria renderli notabili. E tanto intorno alle qualità di Pietro Giordano basti; del quale parve bene favellare nel modo con che e' fu fatto per reprimere (se pure fie possibile mai) la temeraria parlantina di parecchi sciagurati, che reputano bello levarne i pezzi adesso ch'è morto. — Pietro Giordani vivendo fece a molti il viso dell'arme, e si mostrò stizzoso troppo più che a filosofo vero non convenga, ma ciò invece di somministrare motivo per procedere ingiusti contro la memoria di lui deve persuadere i discreti a compassionare e sfuggire le debolezze umane.
Chiunque si affatica con coscienza intorno all'arte ardua di dettare non ingenerose scritture, quegli apprende a rispettare coloro che lo hanno preceduto: certissimi segni d'ignoranza la prosunzione e lo sprezzo; nè qui si arrestano i suoi rei portati, chè per ultimo, e di tutti peggiore la ignoranza mette al mondo la ingratitudine: famiglia infame, che la eletta gioventù italiana torrà, come merita, in abbominio.
Pietro Giordani pertanto scrivendo lettera nobilissima al signore marchese Gino Capponi intorno alle ragioni dello scrittore italiano parecchie cose gli viene esponendo degne certo di molta lode, comecchè congiunte insieme non paia che formino quella pienezza di facoltà necessaria a tanto ufficio, nè taluna sembra, che faccia al caso: tutte poi non si presentano meditate convenientemente al soggetto: così vero questo, ch'egli stesso le propone per via di sommario di trattato il quale si augurava svolgere in un libro che stava per dettare, e non compose mai, piuttostochè materia ordinata e digesta.
E poichè l'argomento apparisce di suprema importanza, vale il pregio che ogni uomo ci eserciti sopra lo ingegno meno come prova di sapienza, che per debito cittadino; e di tanto sembra, che egli debba andare sicuro, che offerendo l'obolo alla santissima opera se non gli si potrà tenere conto dell'utile, ad ogni modo sarà accetta l'ottima mente.