La semplice sposizione dei magnanimi gesti rende sublime lo scritto, poco rileva se prosa o poesia; adesso se nobile intento e degno di lode è riportarle, divina cosa parrà certamente concepirle ed operarle: ora senza che il corpo risponda amico all'anima questo non si può. Koërner cantava e combatteva i nemici della sua Patria, e il commiato della tremenda canzone fu il sangue sparso sul campo di battaglia; gl'italiani scrittori abbisognano di membra ben disposte e gagliarde prima per sentire profondamente quanto si avvisano far sentire altrui; poi per confermare con l'esempio le parole. Ai tempi nostri furono visti istigatori indefessi ad avventurarci ad ogni impresa per quanto arrisicata si fosse: se non arrivava l'ora del pericolo, davvero tra Achille e loro pareva non ci avesse a correre divario; ma l'ora venne, ed essi cagliarono; anzi fecero peggio, avversarono e calunniarono chi qualche ultima favilla della virtù italica accoglieva nel cuore: donde ciò? Forse da anima venduta? Dio guardi da supporre viltà anco negli emuli. Questo fie più retto come più onesto credere, che derivasse dalle membra infievolite troppo nella ignavia e nelle mollizie, cui per salvare dall'obbrobrio che meritano, decorano col nome di studii civili. Di tutte le arti tiranniche dobbiamo maledire quella che divezzò i cittadini dalle armi, le quali sono tutela in guerra, nella pace decoro, e conferiscono sempre alla prestanza del corpo non meno che alla ferma salute.

Un atto risoluto può uscire, anzi per ordinario esce da un furore, il quale per essere subito non cessa di comparire divino, come a mo' di esempio fu quello di Pietro Micca quando appiccò il fuoco alla mina per salvare la Patria; e di questo come di tanti altri gesti conformi troviamo idonei anco i temperamenti segaligni e morbidi, ma la pazienza delle lunghe e replicate sensazioni dolorose, l'impero dell'angoscia, la mente indomita fra le torture sono frutto di membra provate al travaglio. Tommaso Campanella durò 40 ore il tormento a Napoli atroce così, che le funi segavangli le ossa e le vene gli laceravano; costretto a sedersi di tratto in tratto sopra il legno acuto e tagliente che gli divorò la sesta parte della carne, e la terra bevve dieci libbre del suo sangue, egli non disse verbo, e se ne vanta a ragione. Dei circostanti, egli racconta, taluni gli dicevano vituperio, ed a esasperargli il dolore squassavano le funi, tali altri alla sfuggita della mirabile costanza lo commendavano, ma egli si tacque, perchè favellando gli sarebbe parso di restare vinto, servo del dolore, e affatto indegno di vivere. Nè l'uomo può rimanere contaminato se prima nol consenta; e poichè consentire sta in noi, così del pari sta in noi serbarci puri. In questa guisa del pari Epitteto scrisse e con lo esempio confermò, ma nè l'uno nè l'altro avrebbero retto allo strazio crudele se per abito lungo non si fossero assuefatti alla fatica e all'ambascia. E per noi Italiani la stagione del dolore, oh! non è anco passata, no; e in ogni caso giova starci parati a tutto: dicono che Annibale da quando venne in Italia costumasse portare il veleno dentro lo anello, nè lo depose dopochè ebbe vinto alla Trebbia, al Trasimeno, e a Canne, e fece bene, che lo adoperò più tardi, e noi da gran tempo proviamo la fortuna nemica. Forte di membra pertanto d'uopo è che sia lo scrittore italiano per sentire e per patire, per significare alla Patria parole magnanime, e per confermarle con l'esempio.

Le membra gagliarde apparecchiano albergo convenevole all'anima forte; donde deriva cotesta ordinata compostezza di concepire, di esprimere e di fare. La forza vera non si mostra mai arruffata, nè disonesta la sua dignità con moti violenti; i forti quasi mai sono feroci, i deboli impauriti sempre. La massima parte dei simulacri vetusti di Ercole rappresentano il semideo in atto di riposo, e ciò dovrebbe avviare la mente a meditarci sopra, perchè più c'insistiamo col pensiero e più troviamo stupenda la sapienza degli antichi effigiata per via di simboli. Dalla contemperata fortezza dell'animo e del corpo emana il senso del buono e del bello morale, quasi dalle corde l'armonia; e l'armonia insomma invita ad operare il gesto illustre, e a cantarlo: piacciono le azioni magnanime perchè armoniche e belle, le nefande aborrisconsi perchè stonano e appaiono laide. E qui ancora a significare intero il concetto bisogna ricorrere al senno amico, che finse Amore seduto sul dorso del Leone guidarne i passi modulando la lira. Giammai fu vista più bella immagine significare concetto più bello.

IV.

Argomento di arguta disamina ci somministra il quesito se giovi o no al letterato torre donna. Oltre al vero fece fortuna il detto (come ai mordaci ordinariamente avviene) che il matrimonio nasca dallo amore come l'aceto dal vino, mentre spesso anco avviene che l'amore, quasi ritraesse dalla natura del bigatto, non partorisca seta se prima non abbia perduto le ale. Però difficilmente si potrebbe negare; il fatto non cammina favorevole allo assunto di coloro che vorrebbero l'uomo letterato con la moglie al fianco e i figliuolini in grembo; fra gli antichi Omero per quanto sappiamo, non condusse donna, e dei Latini non la ebbero Virgilio nè Orazio; dei quattro Poeti, che noi altri Italiani salutiamo principi, se togli Dante, gli altri rifuggirono le nozze, nè egli si lodò di cotesta sua Gemma Donati; fra i moderni si mantennero scapoli l'Alfieri, il Parini, il Foscolo, il Niccolini, il Giusti ed altri parecchi, e certo quel sentirsi appellare coniugato, per via di traslazione desunta dal giogo che preme il collo alla coppia dei Bovi, non è cosa che vada troppo a sangue. Il Byron sperimentò martirio questo benedetto nodo, e forse lo fece provare. In sentenza poi hacci ribocco piuttosto che abbondanza d'improperii così in prosa come in rima contro il torre donna non pure dei letterati, ma di ogni altra maniera cittadini altresì: anzi la satira contro il matrimonio per coloro i quali si esercitano in cosiffatti componimenti somministra soggetto obbligato come sarebbero pei predicatori le anime del purgatorio; e la fiera filippica di messere Giovanni Boccaccio, da disgradarne quale altra più acerba di Demostene o di Tullio, vuolsi tacere per non venire in fastidio alle donne gentili, quantunque, come per mettere un po' di faldella alla piaga, egli la conchiuda così: «nè creda alcuno, ch'io per le sopradette parole voglia dissuadere agli huomini torre moglie, anzi il lodo molto, ma non a ciascuno: lascino i filosofanti sposarsi a ricchi sciolti, a signori, e a lavoratori; essi con la filosofia si dilettino, la quale molto è migliore sposa, che alcun'altra.»

Ciò nonostante sembra potersi affermare, che se a molti tornò di pregiudizio la cura della famiglia, parecchi altri stupendamente promosse: donde ne deriverebbe a mo' di regola, che per salire in fama torna lo stesso condurre moglie o lasciarla, e forse giova più averla, che no. E poichè questo non verrà di leggieri consentito, massime dopo le premesse poste in capo al capitolo, sarà necessario discorrere parcamente alquante parole a mo' di dimostrazione.

E non ci ha dubbio, l'amore finchè gli durano le ali e la balìa di volare vive una vita tessuta col profumo della infinita famiglia dei fiori; ma i fiori cessano, e la dolce stagione con essi; in breve sopraggiungono i giorni mesti dove è povero il sole e la natura arcigna, nè le membra intirizzite tu ti scaldi se non gettando con le proprie mani legna nel tuo focolare, e l'anima gelata col calore degli intimi affetti. Havvi una gioia che non teme mutamento di tempo, e per primavera non cresce, come per autunno non menoma, ed è la domestica: se la donna torna incresciosa pel vaniloquio, non è sua colpa, ma di cui la educò frivola; s'ella ti empie d'inezie, di vanità, di voglie perpetuamente mutabili, di bambineschi intenti, di lussi rovinosi e non pertanto ridicoli la casa, non è sua la colpa, bensì di quelli che l'allevarono arnese di voluttà, non compagna nella vita. Con le donne quasi sempre siamo a tempo per correggere: il nodo sta nel saperlo fare. Poco basta alla donna per apprendere molto, imperciocchè il cuore col soperchiante affetto le illumini la mente; e in poesia tutto, nelle altre discipline massima parte resulti dall'intelletto acceso dallo amore. E se la donna virtuosa è corona di gloria sopra la fronte del marito, va sicuro che neanche la donna muterà l'illustre consorte avventuroso o no per veruno di quelli (e fingitelo potentissimo) che a null'altro sanno raccomandare la propria memoria, eccettochè alle monete. La donna e l'uomo non uscirono alla vita per vivere separati, nè per costumare a modo di belve, chè questo non consentono lo spirito arguto e il senso della dignità, quindi ebbero doti alquanto diverse, le quali conferite insieme si compiono perfezionandosi. La donna, impera gli accesi desiri della balda gioventù; la donna quando l'ambizione od altra più acuta cupidità delusa ti accese la febbre nel sangue, può posando il tuo capo sopra il suo seno, e con le amorose mani abbracciandolo, ricondurci il sereno; ti visiterà prigione, ti curerà infermo; se la vita ti fie croce da portare sul Golgota, quale troverai Cireneo che più ti sovvenga della donna? E se al contrario un tripudio sempre felice sopra i fiori al tremolìo di stelle, ella te ne raddoppierà lo incanto, imperciocchè gioia solitaria sia mezzo dolore; e morire con la tua nella mano della tua donna quasi pegno di nozze immortali, non ti par ella esultanza suprema? Certo sì, se avvertirai come la scienza della lunga vita consista nel sapere morire un'ora. Qualche volta la moglie non volle sopravvivere al dolce compagno, e la sola volontà bastò ad ucciderla; quando poi non trovò la volontà potente da tanto, allora ricorse a partiti estrinseci; e talora eziandio lo precedè nella morte, insegnandogli con divina virtù come si deva alla innocenza posporre la vita.

Vi ha tale che sostiene essere i figli un getto di dadi sul tavoliere della fortuna; o asso o sei, senza che i tuoi accorgimenti valgano, o poco a riparare come a promovere; e davvero qualche volta sembra per lo appunto così, ma per ordinario non vi ha natura per trista che sia la quale non ceda alla virtù del precetto, e meglio degli esempi buoni. La natura che noi costumiamo considerare inanimata alle diligenze del cultore s'immeglia, le belve stesse alle amorevolezze ammansiscono, ora con quale consiglio o con quanta verità vorremo credere disperato con le anime razionali quello che vediamo partorire ottimi effetti con le piante e con le belve?

Ah! il figlio buono.... chiudi gli occhi e fingitelo in culla roseo e come l'ego dormio sed cor meum vigilat dello Albano; — fingitelo giovancello quando il suo intelletto si apre ai raggi della scienza come la magnolia a quelli del sole, e tramanda profumi di sapere; — fingitelo poeta col capo incoronato da una luce che sprilla dai suoi medesimi pensieri; — fingitilo nel foro, in campo, magistrato o soldato...... si vide ella mai maggior copia di affetti? E bellissimi tutti e tutti divini; nella somiglianza loro diversi, nella diversità concordi, pari ai colori dell'iride, che uniti insieme compongono il fascio della luce, essi formano Amore.

Comecchè tu sperimenti ottimi la consorte ed i figli, anzi per questa loro bontà appunto, altri contrappone, ti si moltiplicheranno le angoscie che tragge seco la famiglia, e lo scioperio, e il divagamento. Certo se penserai cavare tutta la tua scienza dai libri, corri grandissimo rischio che l'abbia ad andare così, ma bada che la natura è il massimo dei libri, e gli uomini e le fortune loro ne fanno le pagine; e coloro che durano nei tempi imperituri ad altro libro, per ordinario non lessero se non in questo uno; e affanni, e gioie, e cure, e necessità sono ale che impennano la fantasia e l'ingegno, non altramente che per ogni vento blando o impetuoso vibrano le corde armoniche dell'arpa eolia.