Molte le male piante che si abbarbicano intorno alla religione: principali fra queste la indifferenza, la superstizione, l'ateismo e la empietà; ma quale istituto, quantunque nella sua origine santissimo di perfezione, non partorì nelle mani dell'uomo immani sequenze? Qui intanto occorrono maggiori gli abusi in quanto questo negozio così nella vita dei popoli come in quella dello individuo tenga parte primaria.
E' non vi ha dubbio comprendere Dio nella sostanza e negli attributi suoi noi non possiamo. Le nostre facoltà trovansi corte a tanto concetto: sarebbe bene che la faccenda fosse diversa, ma noi non nascemmo a tribolarci nel desiderio di cose vane, bensì a trarre il maggiore profitto dalla condizione in cui ci collocò la natura. A Dio assegninsi pure attributi quali alla nostra mente paiono grandi, e soprattutto buoni pel tempo e le opinioni che ci si volgono dintorno: più tardi potrà darsi che i posteri gli sperimentino insufficienti; spetterà a loro in quei giorni accomodarsi lo stadio che avranno a percorrere; a loro stringersi dove meglio gli tornerà la cintura. Gli attributi di Dio dovrebbero essere quelli, che imitati adesso avrebbero virtù di generare maggiore copia di bene alle presenti generazioni. Se nelle religioni che ci precederono su questo suolo latino si potesse sceverare il concetto della divinità speculato nella mente dei fondatori di quelle, dalla frasca sacerdotale forse vedremmo la progressione della idea di Dio, che da principio materiale affatto diventa spirituale e materiale. Apollo è nume propizio, libera la terra dal serpente, sana i morbi, gli animi ferini ingentilisce co' sodalizii delle Muse, come un mortale ama, e peggio troppo come un mortale odia. Cristo ama ed odia come un Dio, non ammazza belve, ma conquide ipocriti, non iscortica Marsia, bensì minaccia della geenna gli oppressori; non allieta i mortali co' canti delle Muse, ma ne rigenera le anime, le chiama sorelle, figlie di un medesimo padre che è ne' cieli, schiude alquanto le porte del paradiso, e quinci prorompe un raggio, non di voluttà, ma di suprema intelligenza e d'infinito amore; Cristo ha vinto il paganesimo, ma non ha compite le sue conquiste: con esso in mano i popoli possono camminare ancora per secoli nei sentieri del meglio. Sì in verità lo possono, ma con Cristo solo.
La natura dello scritto e la materia piena di pericolo c'invita a traversarla in fretta, pure rileviamo un'accusa la quale riesce a immaginarsi facilissima. In questo modo, si obbietterà, la religione convertesi in argomento di governo; e legarla così alle vicende degl'interessi umani egli è un torla dal cielo e avvilupparla per la terra: l'angiolo diventerebbe serpente. Si potrebbe in succinto sermone rispondere che Aristotele si spingeva più oltre insegnando alla recisa la religione essere stata inventata dai legislatori per contenere i popoli e condurli a lor senno: con la vita cessate le cause del vivere, epperò in un col corpo perire lo spirito; e le dottrine di Aristotele invece di bandirsi da Roma sovversive alla religione, ella celebrò e forse celebra adesso come fondamento dei dogmi ortodossi, chi lo bestemmiò scomunicava, e sofferiva che in talune chiese della Germania nei giorni festivi, invece di leggere il Vangelo, si leggesse un brano dei Morali di lui; ma qui non siamo nel foro dove si agita per avere ragione, non già per trovare la verità; mal si gioca di scherma nei gravi argomenti, epperò, buttato là lo Stagirita, insistendo, è da dirsi: che presenta di strano chiamare la religione in soccorso al governo degli uomini? Cristo si fece uomo e come uomo patì per approdare all'umanità, ora quello che Dio fece, perchè repugnerebbe fosse fatto con la legge di Dio? Da un lato si presume il temporale indissolubile con lo spirituale e ciò per imperare; da un altro si sostiene lo spirituale incompatibile col temporale, e ciò per fuggire servitù: nè qui nè là ragione; mirate i Romani vetusti i quali niente di queste cose apprendevano, come quelli presso cui la religione non formava istituto separato, non privilegio di persona, bensì parte di reggimento e professione della universa cittadinanza. Partesi egli l'uomo? Non si parte, e nonpertanto lo hanno diviso per tenerlo meglio: questi si prese il corpo, quegli l'anima; il corpo da vicino governano, l'anima da lontano; l'uno con l'autorità della mannaia, l'altra con l'autorità del terrore, e questa anco del premio perchè spirituale essendo non costa nulla. Il Macchiavello, che nelle cose di stato fu quella cima di uomo che il mondo sa, non dubitò affermare che i popoli senza il fondamento della religione è forza che rovinino; e siccome le dottrine che spone male si potrieno con parole più ingenue di quelle che per lui si adoperavano riferire, così sarà prudente rimandare il lettore ai Discorsi intorno alle Deche di Tito Livio, dove ne parla, e certo sopra tutti gli argomenti che adduce forte ci percote lo esempio col quale dimostra che, sciolto ogni ritegno, sotto la sequela delle sventure sarebbe la repubblica senza fallo perita, se non era Scipione che costrinse col ferro alla mano le poche legioni superstiti a giurare di non deporre che con la vita la spada. Che importa a noi se gli attributi conferiti a Dio dagli uomini reggano o no tutti alla prova della virtù dissolvente della critica? — Basta alla umanità che sia creduto ch'egli abbia quelli che dal danno la tutelano, e gli altri che le fruttano benefizio. Pon mente: quando o la fortuna, o l'ira di Dio o il mal talento dell'uomo, o la viltà del popolo, o tutte queste cose insieme diedero allo stato un tiranno, chi si sentirà potente di contenere costui uso a balenare i suoi voleri a modo di fulmine? La forza sta nella sua destra, la legge nella sua sinistra, il gregge umano gli rumina sotto i piedi e senza fremito. Allora non gioverà ch'egli creda sopra lui senza fine più alto, ch'egli non è sul capo de' suoi schiavi, vivere un Ente che vede, sa e può disperdere un mondo non che un uomo, migliaia di mondi non che un gramo pianeta com'è la terra coll'alito delle sue narici? In mezzo ai baccanali della prepotenza non sarà bene ch'ei tema vedere di tratto in tratto sbucare fuori dalla nuvola la mano che scriva sopra l'avversa parete la sua condanna? Se egli ha copia di satelliti, di carnefici, e di giudici, e di commissari straordinari, e di giunte militari, ministri del supremo Vendicatore, paventi il tiranno la fame, la guerra e la peste. Nè il contradire opponendo che timore di Dio non trattenne mai tiranni da trassinare i popoli, parrebbe giusto, imperocchè i più di essi appunto non conoscano religione, e fra coloro che o in parte, o tardi la conobbero, chi sa quante scelleratezze ella impedì, o quante altre riparò, o di quali amari rammarichi non fu ella semenza! Chi nol crede legga il testamento di Filippo II, e dica poi se più l'empie di orrore la vita di lui o di terrore la morte. Al principe che il dominio, sceso in esso tirannico da tempi barbari, temperò con leggi volute dalla crescente civiltà dei popoli, se mal consiglio altrui o ribollimento di superbia propria lo inducesse a rimpiangere la passata sfrenatezza del potere, la religione da prima gli porrebbe un dito su le labbra e gli direbbe: «taci, tu hai giurato, e Dio è custode dei giuramenti fatti nel nome santo di lui»; e poi seguitando lo garrirebbe: «ch'è questa arroganza? Dio, creatore dell'universo, di cui la tua mente non può concepire, non che il tuo occhio contemplare la immensità, Dio di petto all'universo s'impose leggi, e dirittamente le osserva.» Così placando la sua superba febbre lo ricompenserebbe con la serenità della coscienza onesta, col sentire che meglio vale sicurezza giusta che ingiustizia con pericolo, e provare che se non è eterno amore, il timore lo è anco meno, e conduce seco l'odio per giunta. — I popoli senza religione, remolino di venti scatenati, terribile più quanto meglio stia nelle mani loro il reggimento, o si governino a democrazia. Chi potrà insegnare ai popoli co' diritti i doveri da un punto all'altro, se la religione non può? Chi varrà nel giorno della vendetta a persuaderli al perdono, se non trova del cuore loro la via la voce del Dio che si fece popolo e perdonò dal sommo del patibolo i suoi carnefici? Badisi a questo: l'opera criminosa dell'uomo, prima di diventare delitto, fu peccato. La legge dà in mano al giudice il malfattore bello e compito; il giudice tale e quale lo consegna al giustiziere: inani riti il più delle volte e tempo veramente sprecato procedure e giudizii; dicono ai giorni nostri proporsi nelle pene l'ammenda del reo; non ci credete affatto, chè le sono ipocrisie per parere; a ciò non pensano; ci pensassero, non possederebbono abbastanza facoltà, proposito e sapere per venirne a capo; quando pure tutte queste cose possedessero, riuscirebbe ogni partito invano, imperciocchè inremeabili sieno i passi verso lo inferno, e che si possa a un punto essere piombati nel baratro e comparire nel mondo; Dante lo ha mostrato e la esperienza insegna. Non date retta a specchi, o come volgarmente oggi si appellano: statistiche; queste per bugiarderia hanno vinto la mano agli stessi epitaffi. Ad impedire il primo furto poco ritegno basta; il solo miracolo può trattenere la mano che si stende per la terza volta ladra alla roba altrui. Ora la legge non arriva al peccato, i giudici non assistono al lento e progressivo formarsi della materia perversa, che costituisce il misfatto; essi non sanno come queste secrete infermità si guariscano, e, guarite, come se ne impedisca il ritorno; le leggi ordinariamente non badano all'uomo che dopo la sua pubertà, e unicamente per percuoterlo ci badano; ora a sedici anni il malvagio ha messo il tetto. La famiglia dà alla città l'uomo perchè glielo strozzi. A tanto guaio non può, come non deve, riparare altro che la religione. In qual guisa, con quali partiti, istituti ed uomini, se conservando o cancellando, ossivvero in parte levando ed in parte mettendo del nuovo qui non è luogo a trattare; chè solo adesso si ebbe in mira avvertire gli scopi che pei tempi che corrono deve proporsi lo scrittore veracemente italiano. Le materie religiose, considerate appunto dalla parte dell'utile che come istituto governativo devono partorire al consorzio umano, ci paiono argomento così ampio e nobile alla meditazione, come necessario alla contingenza dei casi che ci stanno sopra gravi di molta minaccia.
IX.
Passammo per l'argomento della religione al modo stesso che san Pietro Igneo traversò la catasta delle legna accese a tutta possa correndo per timore delle scottature; ora favellando più ad agio, diremo di altro assunto che per consenso universale, se non pareggia la religione, merita tenergli dietro immediatamente; questo è la poesia. Quando il sindaco di Londra, paragonata la Inghilterra ad un vascello in mezzo all'oceano, poichè ebbe tritamente descritto i varii ministerii degli incoli suoi, e confrontatili con quelli degli ufficiali di marina, interrogò Chatterton che cosa stesse a fare in mezzo a tanta operosità il poeta? Questi rispose: il poeta è il pilota che dritto su la prua sta speculando le stelle per indirizzare il corso del naviglio a termine immortale. La poesia era una volta il tramite pel quale il cielo corrispondeva con la terra; gli uomini resero a Dio quanto egli concesse loro di divino in parole di armonia cantando in sua lode inni e peana: nè qui si fermarono, chè intenti a trasfondere nei precetti regolatori l'umano consorzio più che per loro si potesse di dottrina immortale, vestirono di numeri le leggi; e questo non solo nei primordi del vivere civile, bensì a civiltà progredita, secondochè si legge, costumò Solone vissuto sei secoli prima di Cristo. Vati presso molte religioni defunte furono detti coloro i quali per molto tesoro fatto di notizie antiche riuscivano, in grazia della dotta esperienza, a divinare il futuro; ond'è che i Romani appunto commettessero ai vati di cantare il carme secolare, come quello che, nel mentre chiudeva la porta sulle spalle del secolo decrepito, dall'altra parte l'apriva alla faccia del secolo giovanetto. Omero, che fra i poeti vetusti ritrae meglio degli altri la sacerdotale indole del vate, ne ammaestra essere cosa non pure piena di profitto ma di onestà porgere ascolto alle parole del poeta; a patto però che le sue parole sappiano di divinità; non diverso da lui, Orazio definiva il poeta uomo in cui splende mente divina e talento di esporre con eloquio illustre illustri concetti. Di qui la causa per la quale si reputa dicevole favellare di poesia dopo la religione.
Quale si deva proporre nobile assunto la poesia, Chatterton poeticamente espresse, il quale volendo adesso significarsi con più piano sermone, diremo che la poesia deve, secondo la occorrenza, promovere anzi tutto la libertà della patria da qualsivoglia tirannide domestica o straniera, celebrare le virtù cittadine, accendere nei superstiti la venerazione degl'incliti defunti, invogliando ad imitarne gli esempi, palesare le gioie della famiglia, renderle desiderabili se trascurate, se amate sublimarle, esaltare la santità degli affetti, la dignità del lavoro, sollevare i cuori all'amore di tutto quanto è onesto, gentile, decoroso e bello. Religione, Patria, Famiglia, triade che non conosce eterodossi nel mondo, sia materia di nobile canto al poeta civile.
Veruna scienza od arte presuma che le possa essere fatta parte più magnifica che alla poesia; però, quanto più grandi la mercede e la fiducia, tanto maggiore in lei l'obbligo. Quindi severissimo pende il giudizio sopra i poeti i quali abusarono dei doni dello spirito per pervertire coloro che dovevano letificare; e sopra tutti meritano infamia quelli che inaridiscono i cuori soffiandoci dentro i semi del dubbio e della disperazione. Lo Eforo abbia facoltà di tagliare quante più corde vuole alla lira propria od all'altrui, purchè ci lasci intatte quelle della Speranza e di Dio.
Meditando su la materia, sembra a prima vista che la dottrina del dubbio e della disperazione abbia a nuocere meno se sprilli dal canto che dalle altre scienze morali: imperciocchè si possa credere che il poeta si commetta volentieri in balia dello impeto della passione, e guardando, com'egli di frequente fa, i beni ed i mali a traverso le lacrime del dolore e della gioia, veda gli oggetti alterati nel colore o nella forma: inoltre la natura poetica tende al superlativo, e talora ostenta disperazione per avere conforto, sfiducia per essere smentita: finalmente si adoperò talvolta la disperazione artatamente per destare con ogni maniera di punture la inerzia dei cittadini; e di vero la umanità rinnovandosi giovaneggia sempre; ed in noi stessi provammo, allorchè più il sangue bolliva, quanto ebbe virtù di abbrivarci con impeto ai più subiti partiti, come alle risoluzioni più magnanime quel provocarci che altri faceva, dicendo noi non essere da tanto, il potere non bastarci nè il volere; chi va senz'ale si rassegni a rasentare la terra! — Siffatte scuse poi non si addicono alle altre discipline che procedono pacate per via di dimostrazione e di raziocinio.
Nelle storie sopra tutto questo pessimo vezzo torna pregiudicevole, dacchè dobbiamo estimare che lo storico, dopo avere interrogato con molta circospezione le antiche e le moderne vicende, indagato le arcane ragioni di quelle, distinto gli errori, le colpe e le necessità, si disponga a ordire la tela per ammaestramento dei contemporanei e dei posteri. Se lo storico, o prima del suo pellegrinaggio traverso i documenti della storia, o dopo, va convinto come la stirpe nostra sia incorreggibile, e allora o perchè scrive egli? Cotesta sua è vaghezza di gufo o di tale altro maligno uccello della notte. Forse non gli pare abbastanza squallido il cimiterio, ond'ei venga co' suoi maluriosi singulti ad aumentarne l'orrore? Che se poi non sentendo cosiffatta convinzione così egli adoperi per una sua certa acrimonia di sangue o capriccio dello spirito, allora costui meriterebbe non solo essere bandito dal novero degli scrittori, bensì ancora dalla comunione degli uomini.