La mente, dettando queste sentenze, trascorre spontanea a Carlo Botta, scrittore di molta efficacia di stile, e che, malgrado la disparità dei giudizi, non invenustamente forse potrebbesi paragonare a Paolo Veronese. Però, quanto nelle forme del dire degno di lode molta, con poca mistura di biasimo, altrettanto nei concetti e nella moralità della storia reprensibile: conciossiachè sia che lo muova certa sua acerbezza di spirito o levità d'intelligenza, procede invaghito a manifestarsi scontento perpetuamente di tutti e di tutto, quale governo meglio si confaccia all'umano consorzio egli non ci sa dire, anzi alla scoperta non assolve veruno: forse talvolta in pelle in pelle sorride all'aristocrazia, ma indi a breve anco a lei fa il viso dell'arme, e condanna alle gemonie. Che pro ricava l'uomo dallo indefesso travagliarsi a migliorare le sue sorti? La felicità non è fiore che cresca in questi nostri giardini terrestri. Tali proposizioni, che sarebbero biasimevoli nei sermoni del più spericolato fra i predicatori, devono reputarsi indegni di storico grave. Che se egli quello che scrisse pensò, doveva tacere, e se nol pensò fu peggio che tristo scrivendolo, perchè bugiardo a sè, nemico altrui. E certo i generosi che si collettarono per dargli abilità di dettare con animo scevro da ogni sollecitudine la continuazione delle Storie del Guicciardini, nol fecero già con lo intendimento che da lui si mandassero auspicii tanto alla patria nefasti. È sapienza più spesso riprendere l'uomo che lodarlo, ammaestrarlo sempre, disperarlo giammai.

Al miglioramento umano vuolsi credere non come ad una di quelle cose che portano in fronte le parole: adora e taci (imperciocchè correremmo grandissimo rischio che per siffatta prosunzione moltissimi non credessero punto), bensì come a dimostrazione di problema geometrico. L'uomo nascendo porta seco molta parte di bestia, ed il negarlo è vano; nè da questo lato trovi in lui cosa buona; se ben consideri, conoscerai le bestie nascere naturalmente cattive, come quelle che governate dallo istinto della voracità, sieno pure quanto vuoi mansuete, pel pasto si osteggiano; dopo il pasto, la gelosia per le femmine partorisce le offese. Però l'uomo possiede talenti fisici ed intellettuali per modo estesi da trovare spediente a soddisfare i propri appetiti, e in parte moderarli senza danno altrui; all'opposto contribuendo all'utile universale. Ormai non fa mestieri avvertire nè meno che la perfettibilità non consiste nel mortificarsi, murarsi fra quattro mura e fare la pelle dell'istrice a quanto alletta e piace: mai no; coteste a' dì nostri si stimano pratiche da insensati; in questo altro piuttosto consentirà l'universale a riporre la perfettibilità dell'uomo: — nel godimento della maggior somma di piaceri fisici e morali con vantaggio del corpo e spirito così suoi come altrui.

Il corso della umanità verso il bene è quasi un fiume: appena egli esce dalla sorgente montana, tu lo vedi esitare con acque dubbiose sul cammino che deve tenere: in breve acquista baldanza e si caccia giù per dirupi in corsa avventurata, rompendosi fragoroso e spumante: non vi rechi sgomento se lo vedete volare in fiocchi di spuma e in sprilli minutissimi, in breve saprà raccogliere le membra spante per ripigliare copiosamente magnifico il suo sentiero: ad un tratto, senza che ne apparisca evidente ragione, si strema, fa gomito, e, come vinto dall'angoscia, si ripiega verso la sua sorgente. Qui molti dicono: la è finita; e s'incamminano a casa. Ma il fiume, dal breve riposo ricuperata balìa, torna a scorrere verso il mare: chi lo ha seguito si conforta, ed ormai non teme più sinistro. Troppo presto ei confida: il fiume incontra un lago, ed in quello sboccando, confonde le sue acque con le acque di lui. Allora altra parte di gente che gli tenne dietro torna a disperare e dice: abbiamo veduto la sua tomba, andiamcene con Dio. I più ostinati, rimasti, vedranno come il fiume non abbia mescolato le sue con le acque del lago, bensì all'opposto, traversandole con forza invincibile, sbocchi per altra parte, aprendosi largo letto per la pianura, e finalmente maestoso e tranquillo si acquieti nelle braccia della Teti marina.

Guai all'uomo che non mira sempre davanti a sè! Tuttavolta, anche a rischio che ne incolga la sorte della moglie di Lot, adesso ci bisogna voltarci addietro, e vedere se veramente ci sia causa di disperare; guardiamo dunque se il fiume della umanità abbia progredito, ossivvero stornato verso la sorgente. Nella decadenza dello impero il tiranno coronato era padrone del mondo, e con una rete lo circondava tutto: questa rete era di ferro; l'ira sua inevitabile come il destino, la forza prepotente al pari di quella dell'uracano; oggi molti i despoti d'intenti uguali, ma di polso tremulo e con le coste fradice: allora la schiavitù rodeva il corpo sociale come la lebbra i corpi fisici, adesso non più servaggio nè lebbra: la confisca in quei tempi arnese ordinario di regno, ai tempi nostri non si conosce confisca; e sì che non manca chi ne avrebbe voglia ed anco bisogno, ma si vergogna, e, stretto alquanto l'agrume co' denti, se gli sente alleghire, e comecchè a malincuore, lo lascia andare: uno solo non si vergogna e divora; ma siccome piglia a cui ha divorato, fa dire: non ci badate, la rabbia è tra i cani! Il fideicommisso ed il maggiorasco ecco cascarono come vecchia tappezzeria di damasco da vecchia parete: i delitti di lesa maestà scomparirono da parecchi codici: di giorno in giorno vie più si comprende come la misura unica, giusta e per tutti sia quella del becchino; tre braccia avvantaggiate tanto pel carnefice quanto per la vittima!... Certo taluni, non si vuol negare, riconficcarono gli assi dei patiboli politici: pazienza! pazienza! chi conficca sa egli per cui avrà conficcato? Le libertà del commercio in alcuni paesi hanno preso stabile stanza; alla porta di altri picchiano, non mica a modo di mendico, bensì dello esecutore di giustizia che viene a gravarti i mobili di casa, e s'impazienta aspettare. Sicuramente a cui guarda la superficie sembra l'aspetto della terra pari a quello che fu; anche a Pompei, a Resina e ad Ercolano la gente nella vigilia della eruzione del Vesuvio ballava. E poi nuove cause furono versate in seno al corpo sociale, e la causa è seme necessario di altri effetti; ai piedi delle donne chinesi si mettono con profitto freni di ferro, non già ai cervelli italiani, e peggio ancora alle forze perpetuamente operative del mondo.

Ma per tornare all'argomento, si potrebbe aggiungere, in prova del maggior danno che, disperando, partoriscono le storie sopra la poesia, quest'altra considerazione, che lo storico si presume almeno abbia a ragionare per tutti, mentre il poeta per sè solo sente.

E ciò nonostante il poeta disperando sgomenta troppo più dello storico. Lo storico per ordinario favella a pochi eletti; il poeta alle moltitudini; il primo sponendo i suoi pensieri incontra intelligenze assuete a meditare; donde l'esame e la confutazione, fecondi entrambi di benefizio inestimabile in pro della verità; il secondo commove cuori con la percossa della convinzione, la quale non si discute ma si sente, e la più parte dei cuori geme inferma pei mali presenti e pel presagio degli avvenire. Questa convinzione poi casca giù pesa come mazza da arme qualora si parta dal Byron o dal Leopardi.

Però il Byron troppo diverso dal Leopardi: quegli è quasi vento che manda sottosopra l'oceano, questi il simoun del deserto, che dove passa sterilisce; lo spirito del Byron, come Giacobbe che contende con l'angiolo, lotta, si contorce, urla smanioso, tenta mordere e talora anco morde: insomma è battaglia di anima legata alla materia, sforzo d'intelligenza che vorrebbe spingere il volo nelle regioni più sublimi dell'empireo e rompe l'ale ai ferri della gabbia: bufera d'ira e di dolore suscitata dalla impotenza a penetrare la ragione de' misteri che non può conoscere nè dare all'oblio: ma la procella passa e torna il sereno così profondamente limpido, così gloriosamente divino, che appuntandoci gli occhi ci vedi lassù nell'alto la Speranza e Dio. Non così la disperazione del Leopardi: come infeconda, la sperimentiamo del pari generosa: infelicissimo egli era per cause intrinseche ed estrinseche; fuori di lui padre rigido, censo angusto, uomini avari, tempi o nemici o poco propizi alle lettere; dentro lui salute incerta, deformità umiliante, inettezza a operare da uomo; di qui l'umore nero che a mo' di caligine si frappone tra lui e gli oggetti circostanti, e la sazietà di tutto, perfino delle cose che non poteva avere sperimentate, la scredenza e il decreto che condanna gli uomini a miseria immortale, perchè egli si sente senza rimedio infelice. Dai canti del Byron nessuno cavò argomento di appiattarsi dietro la lapide del sepolcro dinanzi ai certami della vita; molti per converso ci trovarono acciaro per farsene usbergo al petto e combattere pertinaci contro gli uomini, le cose, e, se la necessità lo portava, contro lo stesso destino; mentre è ricordo pieno di amarezza quello di avere trovato il volume di poesia del Leopardi in tasca al giovane che sul principio di questo anno 1857 si precipitò dal ponte di Carignano. Che fosse piccolo ingegno Giacomo Leopardi non è da dirsi, pure torremmo volentieri licenza di dubitare assai se la fama a cui saliva egli meritasse intera per ciò che spetta a splendore d'immagini ed altezza di concetti e a facile eleganza di eloquio, ma senza dubbio poi, giusta la opinione nostra, la demeritò come poeta cristiano e come poeta civile. Per ultimo, qualunque potessero essere state le colpe di Giorgio Byron, gli vennero riscattate dall'ultimo canto agitatore della sua anima ad infiammarsi di entusiasmo per la Grecia a guisa di leone che si sferza i fianchi, e dalla morte incontrata per rivendicare in libertà cotesta patria del bello. Meritamente la sorella Augusta volle che su la tomba di lui si tenesse memoria del pellegrinaggio del fanciullo Aroldo e di cotesta morte; tanto basta per raccomandarlo alla ricordanza, e, quello che importa più assai, allo amore immortale degli uomini.

Quante volte comparisce un libro di poesia fra noi lo dobbiamo salutare stella mattutina promettitrice di giorno glorioso; e laddove il libro parli di amore, deh! non vi dia fastidio l'abbondanza di amore, conciossiachè ben comincia chi su l'alba del suo ingegno arde qualche grano d'incenso su l'ara della Venere celeste; lì presso vivono le Grazie, ed egli verrà propiziandosele per via di quel suo sagrificio offerto con mente pura: ora chi non ha amiche le Grazie non presuma salire in fama qualunque scienza intenda coltivare, fosse anco quella di Euclide. Trista però è la stella che nasce e tramonta nello emisfero dello amore; a mano a mano che salisce l'erta dei cieli, forza è che raddoppiando colla luce il calore più largamente e più intensamente illumini e scaldi. Poche poesie liriche abbiamo noi altri Italiani che parlino di altro che di affetti femminili, e fra queste le famose scarsissime: a parte la miseria delle condizioni pubbliche, la quale in tempi barbari seppe ispirare persino ai rudi monaci sassoni lamentazioni da non disgradarne a petto di quelle di Geremia; qui male si fanno parlare le Muse di famiglia, di fortune private, di necessità, di malattie spirituali; di tutto quanto insomma agita l'umano consorzio. Giuseppe Giusti dotò il paese di liriche satiriche ed accrescendo il nostro retaggio di poesia aperse nuovi e fecondissimi sentieri: a noi però non apparisce la ragione per la quale altri non ce lo abbia seguitato. Forse atterrì l'altezza alla quale egli seppe condurre questa maniera di poesia e il terso stile; però il cerchio del poeta comparisce adesso dilatato, che i casi succedentisi di giorno in giorno dissuadendo il riso si accostano al gemito di Geremia, per quindi trascorrere al furore di Ezechielle, od allo entusiasmo dell'Apocalisse, conciossiachè parrebbe che non dovesse farsi attendere troppo il tempo in cui l'angiolo con voce magna griderà al figlio dell'uomo che siede incoronato sopra il suo trono tenendo in mano una gran falce acuta: mena giù la tua falce e mieti, che l'ora del mietere è venuta, e la messe è secca davanti la faccia del sole. E per la parte dello stile, quantunque il Giusti molto abbia fatto ricercando argutamente l'eleganze dello idioma materno, ciò non toglie che non si possa fare anche più, apparendo or qua or là in taluna delle sue scritture un certo tal qual intralciamento; chè la semplicità in lui non era spontanea, bensì con indefesso studio conseguita: e per fermo se da un lato senza molto studio non si arriva all'eccellente nelle arti, dall'altro però bisogna dire che il soverchio lascia vestigia di stentatezza nelle opere; così, comecchè magnificentissime apparissero le orazioni di Ortensio e di Crasso, tuttavolta fino dai loro tempi per testimonianza di Cicerone solevano dire che sapevano di lucerna. Altri molti virtuosamente in altre maniere si adoperarono, ma mentre la nostra letteratura, mercè lo eloquio soave dovrebbe essere ricca di tale poesia, non solo al paragone degli altri popoli, ma in astratto apparisce oltre ogni credere grama. Gl'Inglesi, i Tedeschi, gli Scandinavi, gli Spagnoli possiedono a ribocco illustri canti così antichi come moderni di avventure, di gesti eroici, di casi fortunosi, i quali hanno virtù di commovere altamente il popolo che ne fa sua delizia. Presso noi niente di questo: pii deliri paionci quelli di rimettere in onore gl'inni di san Francesco e le seguenze d'Iacopone da Todi; ma lasciamo di loro, e che dovremo dire di Guittone di Arezzo, di Guido Cavalcanti, di Cino da Pistoia e di altri cotali; anzi pure delle canzoni dello stesso Alighieri? In cotesti versi tutto parla, la teologia, l'astronomia, la fisica, la metafisica e via discorrendo; una sola cosa per ordinario vi tace, il cuore e quel verace ridondante affetto che trasportando sublima: però i popoli li tengono a fastidio, e gli studiosi nel prenderne notizia hanno a combattere un senso di sazietà che s'impadronisce di loro. Gl'Inglesi e gli Americani vantano poeti pastori, fabbri, calzolai, i quali non già come tra noi, indossata la giubba del dì delle feste, si recano in Parnaso, diventando coda di leone da capo di botta che erano prima: bensì convitando le Muse nelle loro officine, con molte lusinghe le inducono a trattare gli arnesi fabbrili con le mani nudrite d'icore celeste. La libertà del commercio destò uno stormo di cigni popolani, un altro la riforma elettorale; forse un terzo sta per destarsi a cagione del taglio dello stretto di Suez avversato dal Palmerston con più caparbietà che sapienza. La Musa italiana procede schifiltosa, teme scottarsi e bruttarsi le dita toccando gli arnesi del fabbro; anche in campagna ostenta modi non pure urbani, ma cortigianeschi, nè sa cantare un rispetto villereccio se non lo spolverizza col fiore di farina comperato alla canova della Crusca. Che se vogliamo trovare qualche cosa da contrapporre a queste poesie civili, ecci mestieri ridurci in qualche alpe remota dove prorompono dal vivo masso poesie ed acqua del pari schiette e del pari ignorate, o in qualche paese lontano che non piegò la testa sotto le forche caudine della nostra pretesa civiltà.

Come nella vita attiva un fatto vale più di cento parole, così nelle discipline speculative un esempio vince in bontà qualsivoglia insegnamento, massime nelle poetiche, dove per precetti non riescirai mai a esplicare intero il tuo pensiero, nè altri potrà concepirlo; ond'è che per noi si domanda licenza di raccontare un caso, il quale confidiamo che, come atto ad allietare l'aridità dei raziocinii, così conferisca a farci comprendere meglio che non ci verrebbe concesso in diversa maniera.

Immaginate due archi congiunti insieme con una delle parti estreme, e questi archi dilatarsi di parecchie miglia, voi avrete idea di due seni che l'isola di Corsica fa dirimpetto alla Italia, l'uno a sinistra termina con la punta del Capo Sacro, quello a destra con la foce del Golo, di qua il Capo Corso rigido per ardui colli, brulli in cima, da mezza costa in giù chiomati di olivi di ombra mesta più che altrove, fitti, intricati nei moltiplici rami così da diventare paurosi come altrettanti capi di Medusa seminati costà; e casolari sospesi a scogli, dove parrebbe non si potessero reggere a brucare le capre: ville più popolose immerse quasi nella marina, talchè dalle finestre di talune si pesca: di là la inamabile città di Bastìa, e dietro la Bastìa, la bella pianura di Biguglia, i colli placidi, lo stagno immenso di Chiurlino, clima beato, suolo fecondo, e che potrebbe per molti conti tenerci luogo di paradiso terrestre se non si opponessero la poca solerzia (chè dire trascuranza degli uomini da un pezzo in qua non sarebbe giusto) e l'aere pestifero che esala lo stagno: il punto nel quale si congiungono gli archi forma quasi un promontorio quinci e quindi battuto dal mare, e sul promontorio sorge una casa isolata, asilo maraviglioso ai cuori feriti se avesse copia, come pur troppo patisce scarsezza di ombre e di acque; molto più che dinanzi a lei stanno l'Elba, Montecristo, la Capraia ed altre isole minori, a mo' di branco di foche che si spassino nelle acque tirrene: più oltre in anfiteatro le vette dei colli etruschi e dei liguri, donde ne viene il presagio dei tempi foschi e dei sereni.