Certo vecchio Côrso, cultore felice e innamorato della Musa italiana, dacchè la dea non senza molto rammarico lascia cotesta isola, e gettandovi dietro uno sguardo infuocato ne accende di tratto in tratto qualche anima degna di sentirla e di significarla, pianamente favellò:

— Certo cotanto non ardì la Musa nostra, e nuovi modi mi paiono questi, degni veramente di molta considerazione. Però non è vero che di questa maniera poesie difettiamo noi, piuttosto è vero che delle note ne possediamo poche e delle notissime anco meno: ciò in parte colpa dei poeti che schivano esercitarvisi, parte, come credo, per la soverchia schifiltà della lingua, il verso troppo breve, la rima tiranna. Fra le note pongo il Cinque Maggio del conte Manzoni, ed a ragione non diventò notissima perchè arduo a comprendersi il principio, e compreso invenusto, parole lontane dall'uso del popolo, anzi dalla lingua italiana, così ch'egli ebbe o volle mutuarle dalla latina, e qua e là immagini, se non nel concepimento, certo nella espressione contorte: senza queste mende la si potrebbe contrapporre a qualsivoglia oda straniera, sicuri di non restare vinti al paragone: ma che andiamo noi cercando altrove? La poesia popolare cerchisi fra il popolo, e presso di lui anche noi la troveremo; ed io vo' che sappiate che se un ingegno arguto si accingesse a siffatta raccolta, noi altri Côrsi saremmo primi o fra i primi a contribuire con poesie da stare a petto con le più reputate. — Siccome gli ascoltanti, increspando le labbra, pareva piuttosto compatissero cotesto eccesso di patrio zelo che credessero al vanto, il vecchio aggiunse: — Nè da quello che dissi dibatto un iota; in prova di che ecco io voglio recitarvi un vocèro[13], il quale se quanto a immagini impallidisce a fronte delle vostre ode, le supera lunga pezza di affetto; imparatelo a mente, posatevi a poco a poco lo spirito, e troverete che come l'uomo, il quale torna più spesso a contemplare le madonne del Raffaello vie più sempre se ne innamora, così vi accadrà, recitandolo, di questo vocèro. I vocèri voi sapete che sieno, e se nol sapete, in breve vi dirò io: sono canzoni funebri cantate da amici o da parenti sopra il morto innanzi che lo portino via di casa: la più parte dei popoli chiamati barbari conobbero e conoscono simili nenie: i Greci anco ai dì nostri gli appellano mirologi; di eterna bellezza quello di Andromaca sopra il capo di Ettore. Ora immaginate voi una povera vedova, madre di unica figliuola, stella della pieve, pupilla degli occhi suoi, che se la vede morta stesa su la tola, ornata di fiori, vestita delle sue più vaghe vesti, sul punto di esserle portata via per sempre... capite! per sempre, e che innanzi di staccarsi da lei sfoghi l'angoscia che le passa l'anima, voi certo penserete nel duro caso che possano profferirsi accenti mirabili: sentite adesso se questi accenti prorotti dal cuore di Dariola Danesi sopra la salma della sua figliuola Romana corrispondano alla vostra aspettativa:

Or eccu la miò figliola

Zitella di sedici anni,

Eccula sopra la tola

Dopu cusì lunghi affanni;

Or eccula bestita

De li so più belli panni.

Cu li so panni più belli

Se ni vole perte avà: