Che mi cacci via di qui,

O speranza d'u miò core;

Ch'eo non possu sta cusì:

Altrimenti u miò dulore

Un pudrà mai più finì.

Causa d'insegnamento perenne il teatro, come di lunga meditazione. Molti in varia maniera vi scrissero sopra, e certo i pericoli dello esporre le passioni domestiche ci parvero sempre gravi; egli è ben vero che per ordinario il poeta mette il segno a mostrarci come queste passioni, se trasmodate continuino la corsa scarmigliata, rovinino, e come o a mezza corsa contenendosi, e stornando in tempo ed anco fuori di tempo, valgano a confermare o restituire con la quiete dell'animo proprio la estimazione altrui; nè il poeta ai giorni nostri potrebbe adoperare diversamente, costumando gli uomini prendersi cura tenerissima delle apparenze, quanto più si discostano dalla sostanza della virtù; ma a che pro questo? La esperienza chiarisce che il sangue risente maggiore spinta al disordine dello spettacolo della passione sfrenata, che l'anima valore a contenersi dal pentimento di quella. Forse gioverebbe mantenere i drammi alquanto appartati dal vero, e per così dire dentro certe forme convenzionali: a ciò siamo condotti per analogia dal vedere come nelle arti che imitano la natura fisica dell'uomo ci percuota maravigliando lo aspetto di una statua condotta da valoroso maestro, e ci spaventi il simulacro di cera. Ora come succede questo? Forse rassomiglia il simulacro di marmo e quello di cera apparisce deforme? Al contrario perfetta è la riproduzione del vero nella immagine di cera, uguali i capelli, gli occhi, le labbra, niente manca, perfino le palpebre e il tessuto dei vasi linfatici; che più? lo stesso moto degli occhi. Invece la statua di marmo rammenta bene l'originale, ma tale e quale non lo effigia. Donde parrebbe potersi ricavare questa regola che come nelle belle arti il preciso ritratto del corpo infastidisce, così nella poesia drammatica il troppo puntuale sponimento della passione nuoca. Ancora, se vogliamo favellare col cuore in mano, lo scopo che affermano proporsi la commedia, ch'è quello di emendare, castigando, i costumi, se vogliamo favellare sincero, è precetto rugginoso, rimasto dentro le poetiche come un mangano dei tempi di mezzo in qualche museo di armi. Amore, e sempre amore, argomento dei drammi, il quale partorisce diletto più acuto quanto più si manifesta, o immane, o scellerato, o furbesco, di ogni maniera insomma, purchè fuori del consueto, e se non paresse troppo grande traslato, vorremmo dire gladiatorio. Fra tanto deviamento di scopo del poeta teatrale ci parve sempre degno di molta commendazione Vittore Hugo, il quale co' suoi drammi si propose persuadere una verità confortante davvero, ed è che alla creatura umana comunque sprofondata nel delitto e nel vituperio rimarrà sempre aperta la via della redenzione quante volte o conservi o le sorga nell'anima un alto e puro affetto. S'egli abbia conseguito sempre il suo assunto, o se altri il potesse più e meglio di lui ci asterremo cercare: a noi basti averlo proposto ad esempio. Presso noi il teatro, se veracemente intende assumere le parti di educatore (e se lo vuole lo può), badi a provvedere al massimo nostro bisogno: bisogno supremo nostro non istà nello ingannare zii avari, tutori gelosi, sbertare arcifanfani e via discorrendo; i vizi che adesso ci fanno guerra sono ipocrisia, viltà, frivolezza, ignoranza di domestiche storie, amore di patria nessuno, la turpe gara dei debiti e dei fallimenti con la ostentazione del lusso corruttore di ogni buono ordinamento vuoi domestico o vuoi pubblico.

Siccome queste parole s'indirizzano a cui, se vuole, saprà troppo bene comprenderle, così le cesseremo raccomandandogli sopra tutto a non disperare mai e a non fermarsi un momento: Excelsior!

Hanno detto che la Buona fede, bandita dalla terra, dovrebbe refugiarsi nel cuore dei re. Se fosse o no per trovarcisi ad agio anco dopo avere recitato il Paternostro di San Giuliano, ora qui non fa mestieri indagare; questo è certo però che la speranza, mandata fuori dall'anima del poeta nel dì del finimondo, vi ritorna col ramo di olivo; il giorno in cui non vi ritornerà più, le stelle chiuderanno le palpebre, e le tenebre si distenderanno su l'universo come il tappeto nero sopra la bara del morto.