L'ALBO
Al comune degli uomini fa specie considerare come gli antichi legislatori, esauste prima le virtù, mettessero mano anche ai vizii ordinandoli fondamento degl'istituti, che parvero loro più acconci allo assetto di questo nostro umano consorzio. Però chi attende ad addentrarsi oltre alla scorza nelle cose trova, che cotesti valentuomini, giudicati in vita e morti piuttostochè prudenti santi, se avessero potuto svellere dal cuore umano tutti i vizii, Dio sa se con voglie prontissime l'arieno fatto: se poi non lo fecero, si deve credere, che lunghe meditazioni gli abbiano condotti a inferire, tali vizii occorrere tessuti per modo sul telaio insieme all'anima nostra, che a volerneli sceverare verrebbe innanzi via il pezzo che la macchia. Allora, quei divini intelletti, ricercata sottilmente la materia, conobbero alcuni fra i vizii di natura così perdutamente maligna, ed al fine del sodalizio umano tanto nemici, che con le discipline e le pene li combatterono a morte; altri per lo contrario avendo sperimentato più maneggevoli e manco perversi mansuefecero, e vennero accomodando alle necessità.
Bacco prima che assumessero al cielo uomo fu, e i gesti suoi storia una volta per molta età diventarono favola, ma i pratici a scuoprire la dottrina antica sotto il velame dei miti, sanno come in simbolo di avere egli corretto gli uomini con gli spedienti medesimi gli fossero poste le tigri aggiogate al carro. Conciossiachè non si deva credere (che sarebbe errore) dagli antichi fosse tenuto in pregio Lieo pel dono del vino soltanto, che pure non sarebbe poco, ma sì ancora per barbarie doma, per forte civiltà diffusa, e per leggi bandite: laonde non mancarono uomini dotti, i quali con molta apparenza di vero sostennero Bacco e Moisè essere stati una stessa persona. Ma per tornare al proposito nostro, le passioni domate dalla rettitudine, e costrette quasi ancelle a compire i cenni di lei, che altro sono elleno mai che tigri aggiogate al carro di un Dio?
Adesso volgete la mente a quest'altra considerazione. Vittorio Alfieri nome che, nonostante la proterva dicacità del francese Janin, gl'italiani terranno caro in qualsivoglia fortuna; avvegnadio se felice lo gratificheranno per averli rigenerati nell'anima, se avversa lo invocheranno aiutatore contro alla viltà, Alfieri, dico, in qualche parte delle sue opere lasciò scritto: la pubblica virtù essere figliuola non madre di Libertà.
Questo apotegma, con la reverenza che devesi a tanto personaggio, per me non giudico vero, almanco sempre; come dai vizii pubblici deriva il servaggio, così parmi ragionevole la sentenza opposta, che dalla virtù pubblica abbia a nascere la Libertà.
Piuttosto parmi che intoppo più duro sia pensare come sotto pessimo principe la virtù si odii muto rimprovero alle scelleraggini sue, e quasi delitto di maestà si perseguiti: per la quale cosa, innanzi di avere agio a porgerne esempio, i cittadini avranno per bazza se assottigliandosi e nascondendosi impetrino vivere.
Ma voi avete a considerare, come per vedere esempio di tanta miseria bisogni risalire fin a Caligola, Nerone, Domiziano ed altri siffatti; e poi che anco sotto coteste bestie imperiali questi stroppi cascavano addosso a personaggi di conto, i quali percuotevano gli occhi del tiranno o per l'altezza dell'ufficio, o per una certa tal quale iattanza della virtù come successe a Trasea, che, uscito dal Senato giusta nel punto che si decretavano onori divini a Nerone pel parricidio della madre Agrippina, rovinò sè e non provvide alla Patria: che se ad ogni modo la sua natura non comportava vedere le iniquità, e starsi cheto, o avrebbe dovuto favellare prima (che sul principio del male qualche buon frutto poteva darsi che le sue parole avessero partorito), o tacersi sempre quando non ci era più rimedio: ma tanto è; conosce i suoi saccenti anche la virtù. Donde si conchiude che la virtù modesta sotto malvagio Principe anco in antico poteva vivere, e dare buon saggio di sè.
Questa abilità tanto più agevole ci viene fatta adesso, che tra la mitezza predicata da Cristo, i costumi meno truci, e quel tribunale che per mancare di sbirri, cancellieri e accusatori non pronunzia meno temute le sue sentenze, e chiamasi «Opinione», bene possono odiarsi i virtuosi, e veramente si odiano, ed anche perseguitansi, ma spegnere non si possono.
Adesso pertanto sarebbe desiderabile che i forti petti e gl'ingegni gagliardi rimettessero alcun poco della loro ritrosia, e direi quasi ferocia; si facessero umili; le imbecillità, le ignoranze, le debolezze umane non dispettassero, bensì tenessero in conto d'infermità della povera gente da Dio commessa alla misericordia loro: sminuzzassero insomma il pane dello intelletto sopra la mensa della carità. Di questo, come di ogni altra cosa divina, porse tenerissimo esempio Gesù Cristo quando ammonì i suoi discepoli: «deh! lasciate che i pargoli vengano a me», e già aveva salutato eletti nei cieli i poveri di spirito.
Questi pensieri mi scesero spontanei nella mente meditando sopra l'andazzo diventato ai giorni nostri universale di possedere libri di fogli tersi composti, con bei fregi rabescati, taluni ricoperti di velluto, e chiusi eziandio con fermagli di oro. Albi li chiamano, ed affermano con francese vocabolo, che io tale non reputando ho voluto adoperare, imperocchè se la nostra favella non lo possiede, lo conosce la latina in senso di ruolo e di matricola: avevano ancora i Romani l'Albo ch'era il luogo dove si tenevano le leggi esposte agli occhi del popolo, e la Chiesa romana chiama Albo il libro dove segnano i santi: per tutte queste cose mi assicuro di non trovarmi accusato di maestà contro il paterno linguaggio, se mi giovo di questo nome a significare cosa nuova. Per legge latina tra genitori e generati non aveva luogo l'azione furti, bensì l'altra rerum amotarum; ma che fantastico io di mal tolto? Checchè altri possa pensarne, per me tengo inconcusso che non solo possa, ma deva quante volte gliene faccia mestieri la lingua nostra ricorrere a succhiare le mammelle della madre latina che la partorì.